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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
20/09/2026
Live Report
Drug Church, 19/09/2026, Slaughter Club, Paderno Dugnano (MI)
L’hardcore è arrivato al centro del mainstream, ma senza smettere di essere una comunità. Allo Slaughter Club di Paderno Dugnano, i Drug Church raccontano un genere che cresce ma continua a portarsi dietro lo spirito DIY da cui tutto è partito.

Come avevamo scritto all’inizio dell’anno recensendo l’ultimo lavoro degli Angel Du$t, a quanto pare l’hardcore è diventato il nuovo mainstream. Siamo i primi a stupirci di un’affermazione del genere, eppure i fatti sembrano confermarla. Più che una provocazione, ormai è una constatazione culturale: quando band nate nei circuiti DIY riempiono le arene, vengono candidate ai Grammy e finiscono al centro del dibattito pubblico accanto a popstar e rapper, significa che ciò che un tempo abitava la periferia dell’impero ha iniziato, in qualche modo, a dettarne l’agenda. Attorno a questo fenomeno ruota una costellazione di gruppi che hanno contribuito a spostare i confini del genere – Turnstile, Militarie Gun, High Vis, Knocked Loose, Drain e, naturalmente, Drug Church. È proprio la band di Patrick Kindlon quella che questa sera ci ha portato allo Slaughter Club di Paderno Dugnano, alle porte di Milano.

Su cosa pensi Kindlon dell’improvvisa popolarità raggiunta dall’hardcore e, più nello specifico, dalla sua stessa band, lasciamo parlare l’intervista che ci ha concesso (presto online). Quello che possiamo dire noi, invece, è che c’è qualcosa di particolarmente interessante nel vedere un genere superficialmente associato alla sola aggressività trasformarsi in un linguaggio sempre più condiviso, permeabile e inclusivo, capace di parlare a un pubblico sempre più vasto e, soprattutto, sempre più giovane.

 

I Drug Church, del resto, sono uno dei casi più interessanti di questa trasformazione. Nell’ultimo anno e mezzo la band non si è certo risparmiata. Alla fine del 2024 è arrivato Prude, quinto album in studio, che ha confermato il successo di pubblico e critica ottenuto con Hygiene (2022). Il disco è stato portato in tour tra Stati Uniti ed Europa, con una tappa al Legend Club di Milano nel giugno dello scorso anno. Poi, all’inizio del 2026, è arrivata la chiamata dei Deftones per l’apertura del loro tour europeo: un salto di scala significativo, che ha ulteriormente allargato il pubblico della band. A marzo è arrivato anche un nuovo singolo, “Pynch”, mentre ora i Drug Church sono nuovamente in Europa per una serie di date da headliner. Ed è qui che li intercettiamo.

Nati nel 2011 come side project di Patrick Kindlon, già impegnato con i Self Defense Family, i Drug Church hanno ormai superato in notorietà la band madre e sono al lavoro su nuova musica. Il processo creativo, però, sembra procedere con la tipica lentezza di chi preferisce scrivere sotto pressione. Come ha raccontato Patrick a Rolling Stone, «[la band] registra la canzone, poi io mi metto le cuffie, la ascolto due o tre volte e scrivo il testo». «E non è perché sono un genio», ha aggiunto, «riesco a lavorare davvero solo se so che stiamo perdendo soldi. Ho proprio bisogno di pressione». A questo punto, speriamo che questa sia parecchia e un nuovo album sia in dirittura d’arrivo.

 

Arriviamo allo Slaughter Club pochi minuti prima delle 20:30, giusto in tempo per intercettare il primo dei tre opening act, ai quali sono concessi trenta minuti a testa. Ad aprire sono i Feldspar, progetto romano nato nel 2023 dalle esperienze di alcune delle realtà più interessanti dell’hardcore e del metal capitolino, tra cui Growing Concern e Undertakers. Il riferimento più immediato sono i Militarie Gun, ma i Feldspar hanno una personalità sufficientemente marcata da non sembrare semplicemente un’imitazione.

Il loro punk rock corre a velocità sostenuta, salvo poi interrompersi per lasciare spazio a intermezzi in romanesco che, presi per quello che sono, hanno dell’esilarante. Il rischio è inevitabilmente quello di evocare lo Zerocalcare delle serie tv, ma basta mettere da parte per un attimo l’associazione mentale per godersi una band che funziona soprattutto quando lascia parlare la musica.

 

Poi tocca agli Hippie Trim, formazione tedesca che arriva a Milano con un nuovo singolo, “Up in Smoke”, e una precisa missione: scuotere un pubblico che, fino a quel momento, sembra ancora osservare più che partecipare. Il cantante non perde tempo: per le prime canzoni si presenta con una cotta di maglia in testa, e non serve molto altro per capire che gli Hippie Trim non sono venuti qui per comportarsi bene.

Il loro hardcore punk guarda alla vecchia scuola, ma lascia filtrare post-hardcore ed emo, con evidenti punti di contatto sia con i Drug Church sia con i Turnstile. La band dà tutto quello che ha, soprattutto il cantante, che passa buona parte del set a cercare un contatto fisico con il pubblico, tentando di trascinarlo dentro lo spettacolo.

 

A chiudere la parte iniziale della serata sono invece i Liquid Mike, quattro musicisti del Michigan che, sulla carta, sembrano arrivare da un altro pianeta. Sei album all’attivo dal 2021 e un’etichetta (il power pop) che racconta solo una parte della storia. Le loro canzoni sono costruite attorno a melodie pulite, immediate, densamente melodiche, con un’attitudine che mette insieme Weezer, The Beths, pop punk, indie rock e alternative.

Basterebbero già le canzoni, ma a rubare l’occhio è anche la tastierista Monica Nelson, capace di passare dalla tastiera alla tromba senza fare una piega. Dopo l’urgenza dei Feldspar e l’assalto degli Hippie Trim, i Liquid Mike portano sul palco una forma diversa di energia: quella delle canzoni che sembrano semplici finché non ci si accorge di quanto siano ben scritte.

 

Poco prima delle 22:45, senza troppi preamboli, arrivano finalmente i Drug Church. La band attacca con “Million Miles of Fun” e Patrick Kindlon entra in scena, dimostrando, ancora una volta, di essere uno di quei frontman che non hanno bisogno di costruire un personaggio perché il personaggio è già lì. Tra un pezzo e l’altro racconta i suoi progressi con l’italiano grazie a Duolingo, prova a infilare qualche parola nel nostro idioma con risultati alterni, annuncia il desiderio di trasferirsi nel Sud Italia e, a un certo punto, decreta che gli italiani sono «geneticamente il popolo più bello del mondo». Insomma, sono il genere di uscite che potrebbero sembrare assurde in qualsiasi altro contesto – se non che, dette da Kindlon, con il suo fare quasi da stand-up comedian, funzionano perfettamente.

L’interesse per le proprie origini italiane, del resto, non è una novità. Già l’anno scorso, al Legend Club, aveva raccontato il curioso clash culturale della propria famiglia: un padre irlandese e una parte italiana della famiglia (qui andiamo veramente a memoria, ma se non ricordiamo male Patrick aveva raccontato che suo padre si è risposato con una donna italiana), con le riunioni familiari trasformate in una sorta di incontro-scontro tra due diversi modi di intendere il concetto stesso di chiasso.

Risate a parte, è il lato umano di una band che, musicalmente parlando, questa sera appare invece granitica. I Drug Church suonano compatti, pesanti e allo stesso tempo sorprendentemente raffinati. I suoni sono ottimi e le chitarre sono uno dei piaceri principali del concerto. Cory Galusha occupa il versante più ritmico, mentre Nick Cogan si prende quello più solista, con un timbro che in alcuni passaggi sfiora lo shoegaze. Al basso Patrick Wynne è una roccia, mentre dietro i tamburi Chris Villeneuve è, semplicemente, un martello pneumatico.

 

La scaletta non si discosta troppo da quella proposta al Legend Club lo scorso anno e, più in generale, da quella che i Drug Church stanno portando in giro in questo periodo. I primi due album, Paul Walker e Hit Your Head, pubblicati dalla No Sleep Records, restano sostanzialmente fuori dal racconto live della band attuale, così il cuore del set è equamente distribuito tra Cheer del 2018 (probabilmente il vertice della loro discografia) e Prude, con incursioni nei due EP Swell e Tawny, senza dimenticare ovviamente Hygenie.

Tanti i momenti da brividi durante l’esibizione dei Drug Church, ma non possiamo non segnalare una esecuzione di “Slide 2 Me” da brividi e una “Demolition Man” che arriva quasi a metà concerto e che trova una band ormai perfettamente rodata. Poi il finale prende progressivamente quota: “Pynch”, il nuovo singolo, apre la strada a “Tillary” (che confessiamo essere la nostra preferita del repertorio), quindi una splendida “Myopic”, e infine “Weed Pin”, il momento che tanti tra il pubblico stavano aspettando. Kindlon, però, paga fisicamente l’intensità del concerto e la sua voce appare più affaticata rispetto ad altre occasioni.

È una situazione che ci fa subito venire in mente l’Outbreak dell’anno scorso, quando la situazione era degenerata in senso magnificamente hardcore e il pubblico aveva letteralmente invaso il palco, si era impossessato del microfono di Kindlon e aveva finito per cantare al suo posto, mentre il cantante, divertito, si era limitato a guardare la propria band suonare. Questa volta non succede, e va bene così, perché, anche senza arrivare a quel punto di totale anarchia, i Drug Church concludono il concerto in un crescendo di intensità, lasciando soddisfatte le persone che hanno affrontato il viaggio fino a Paderno Dugnano.

 

Detto questo, c’è però un’immagine che ci portiamo a casa più di qualsiasi altra. A fine serata ci accorgiamo che almeno un componente di ogni band che si è alternata sul palco indossa la maglietta del gruppo che ha suonato dopo di loro. Ecco quindi il chitarrista degli Hippie Trim con una t-shirt dei Liquid Mike, Mike Maple con quella dei Drug Church e, a chiudere il cerchio, il batterista di questi ultimi con una degli Hippie Trim. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Dalla balconata prospicente al palco, inoltre, abbiamo notato i musicisti delle diverse band cantare le canzoni gli uni degli altri. Un’immagine semplice, ma che dice forse più di molte analisi su cosa stia succedendo oggi all’hardcore.

Perché, mentre continuiamo a chiederci se sia davvero diventato il nuovo mainstream, forse ci stiamo ponendo la domanda sbagliata. Il punto non è tanto che un genere nato ai margini sia finalmente arrivato al centro, quanto cosa accade quando, arrivato al centro, decide di portarsi dietro ciò che lo ha reso tale: il senso di comunità, la partecipazione, la condivisione. La voglia, in altre parole, di crescere insieme e di condividere i propri traguardi con chi ha percorso la stessa strada.

Allo Slaughter Club, in una dimensione ancora ruspante e ben lontana dai sold out dei Turnstile all’Alcatraz o dei Knocked Loose al Magnolia, questa sensazione era tangibile. Le band si sostengono a vicenda e il confine tra palco e pubblico sembra per un attimo farsi più sottile (un’ultima scena per ribadire il concetto: a un certo punto il cantante dei Feldspar ha visto un amico tra il pubblico e lo ha fa salire sul palco a cantare il ritornello di una canzone). E allora forse è proprio questo il punto: più che un genere diventato popolare, l’hardcore continua a essere una comunità. E se davvero è arrivato al centro dell’impero, per ora non sembra intenzionato a dimenticare la periferia dalla quale proviene.

 

 

Drug Church

 

Liquid Mike

 

Hippie Trim

 

Photo Credits: Laura Floreani