Il 13 marzo i Between the Buried and Me hanno fatto tappa al Legend Club di Milano, portando sul palco uno dei live più intensi e stratificati che abbiamo avuto modo di vedere quest’anno. Un ritorno atteso, accolto da un pubblico caloroso e partecipe, perfettamente in sintonia con la complessità e l’energia della band statunitense, da oltre vent’anni punto di riferimento per il progressive metal contemporaneo.
Poco prima del concerto abbiamo avuto modo di raccogliere alcune dichiarazioni di Tommy Rogers, cantante e tastierista della band statunitense. Il risultato è stata una chiacchierata che ha toccato diversi aspetti del mondo BTBAM: dal processo creativo dietro il nuovo album The Blue Nowhere (un lavoro più frammentato, fluido e introspettivo rispetto al passato) fino all’evoluzione del loro songwriting dopo venticinque anni di carriera, passando per il rapporto con il pubblico europeo e la dimensione live.
Tra riflessioni sul tempo, sull’ispirazione e su quella costante tensione tra tecnica e melodia che definisce il loro sound, emerge il ritratto di una band ancora affamata, curiosa e lontana da qualsiasi comfort zone. Ecco cosa ci ha raccontato.
Com’è andato il tour finora?
Sta andando davvero bene. Siamo quasi alla fine, manca circa una settimana, e gli show sono stati ottimi. È sempre bello tornare da queste parti: ci piace viaggiare, girare, mangiare bene e bere del buon caffè. L’Europa è diventata uno dei nostri posti preferiti in cui suonare. Il pubblico ha un’energia incredibile ogni sera, non abbiamo davvero nulla di cui lamentarci.
Partiamo dall’ultimo album, The Blue Nowhere. Come è nato? C’era un concept preciso fin dall’inizio?
Il processo di scrittura è partito da zero, come spesso accade per noi. È il modo migliore per lavorare: ognuno scrive molto individualmente, senza discutere troppo all’inizio. Poi, quando iniziamo a condividere le idee, tutto prende forma. Il concept è arrivato dopo: volevo costruire una storia un po’ frammentata e astratta, che rappresentasse l’esperienza umana con tutti i suoi alti e bassi. Il tutto all’interno di questa “struttura architettonica” che è il Blue Nowhere, una sorta di hotel immaginario che ho creato nella mia mente. Ci sarebbe molto altro da dire, ma questa è la versione breve!
In passato avete spesso lavorato su concept album molto strutturati. Questo disco segue una narrazione precisa o è più frammentato e introspettivo rispetto al solito?
Direi più frammentato e introspettivo. Ogni volta cerco di mantenere il processo fresco per me stesso, e stavolta non volevo pianificare troppo. Volevo scrivere in modo più naturale, lasciando fluire le cose. Mi concentravo molto sull’atmosfera di ogni brano: ogni giorno cercavo di catturare un mood specifico e vedere cosa veniva fuori, senza pensarci troppo. È stato un processo lento e fatto di piccoli passi, diverso dal solito. Il Blue Nowhere è un luogo in continuo cambiamento, imprevedibile, e volevo che anche la scrittura riflettesse questa sensazione di flusso libero.
Dal punto di vista compositivo avete adottato un approccio diverso rispetto al passato?
Non particolarmente. Continuiamo a scrivere principalmente separati, perché abbiamo capito che funziona meglio così. Ognuno ha la propria vita, i propri ritmi, e lavorare a distanza è la soluzione ideale per noi. È quasi magico: alcune canzoni nascono da un riff, altre dall’unione di tante idee diverse. È un processo complesso e anche molto impegnativo, ma in studio cerchiamo sempre di sperimentare. Con il tempo impari come scrivi e cosa vuoi provare, e credo che tutti noi abbiamo sempre voglia di spingerci oltre e trovare nuovi modi per esprimerci.
Durante la scrittura ascoltate qualcosa in particolare o cercate di isolarvi da influenze esterne?
Non posso parlare per tutti, ma personalmente quando lavoro sulla musica non ascolto altro. Mi nutro delle idee degli altri membri: se qualcuno manda qualcosa, può ispirarti o portarti in una nuova direzione. Per i testi invece a volte ascolto musica, ma senza parole. Per questo disco cercavo suoni che mi aiutassero a entrare nello stato mentale giusto per ogni parte che dovevo scrivere.
La vostra musica bilancia spesso caos tecnico e momenti molto melodici. Con questo album che equilibrio cercavate?
Credo che venga tutto naturale. Devi seguire la direzione della canzone senza pensarci troppo. Dopo tutti questi anni abbiamo sviluppato un buon istinto su dove devono andare i brani. Anche se c’è molta complessità tecnica, per noi conta sempre la canzone. Vogliamo portare l’ascoltatore in un luogo che sentiamo giusto, e quell’equilibrio emerge da sé durante il processo.
C’è un brano che rappresenta meglio l’identità attuale della band?
È difficile dirlo, ma “Absent Thereafter” è un buon esempio. Ha tanti mood diversi: è divertente, tecnica, accessibile, con momenti molto melodici. È una sorta di viaggio folle, e credo che rappresenti bene ciò che siamo oggi, forse più che mai.
Avete appena celebrato venticinque anni di carriera. Guardandovi indietro, cosa è cambiato di più nel vostro modo di scrivere?
Siamo semplicemente migliorati. Siamo più maturi, tecnicamente più preparati e con una chimica molto più forte. Sono cambiate tante cose: la tecnologia, il modo in cui scriviamo e suoniamo, i nostri interessi. È normale, siamo passati dai vent’anni ai quaranta. Ma alla fine l’obiettivo resta sempre lo stesso: scrivere le migliori canzoni possibili, in modo sincero, rappresentando il momento che stiamo vivendo.
Siete sempre stati difficili da etichettare. Vi sentite legati a una scena in particolare?
Non ci pensiamo troppo. Ci piace poter suonare con band diverse e muoverci tra vari generi. Noi facciamo quello che facciamo, e lasciamo agli altri, ai media, il compito di etichettarlo. L’importante è essere noi stessi e continuare a divertirci con la musica.
Siete una delle poche band con una qualità così costante. Qual è il segreto?
Non viviamo la scrittura come un obbligo, anzi: è la parte che ci entusiasma di più. Amiamo creare insieme, costruire canzoni e album. Ci spingiamo a vicenda e spesso le idee degli altri fanno nascere qualcosa che da solo non avresti mai immaginato. Questa chimica è speciale. Credo che nei nostri dischi si senta che ci divertiamo davvero a creare questi mondi sonori.
Detto che questo nuovo album è un ottimo punto di partenza per i neofiti, quali altri dischi consiglieresti a chi volesse scoprire i BTBAM? E quali pensi meriterebbero maggiore considerazione?
È difficile dirlo, perché una volta pubblicato un album non è più tuo: appartiene a chi lo ascolta. Ognuno lo vive in modo diverso. Direi The Parallax II come altro buon punto di partenza. Anche The Great Misdirect rappresenta bene un certo periodo della band. Personalmente penso che Colors II sia uno dei nostri migliori lavori e vedo che sta venendo apprezzato sempre di più con il tempo. I nostri dischi richiedono ascolti approfonditi, ho notato che ci vogliono almeno un paio di anni per venire assimilati, capisco che non siano immediati.
Dopo undici album, come scegliete la scaletta live?
È sempre complicato. Dipende anche dal pubblico e dai posti in cui torniamo: teniamo traccia dei brani che abbiamo suonato. Per noi il set deve scorrere come un album, con alti e bassi, momenti più calmi e altri estremi. Cerchiamo un equilibrio che renda la serata dinamica e coinvolgente.
Ci sono ancora canzoni che ti emozionano anche dopo averle suonate tante volte dal vivo?
Sì, a volte succede. Dipende dal momento. Alcuni brani sono legati a ricordi personali: per esempio The Parallax II è uscito quando è nato mio figlio. “Stare into the Abyss” è una canzone molto intensa, e sul palco a volte mi colpisce davvero. Parla del tempo, un tema che ritorna spesso nei miei testi. Nel nuovo album il tempo è quasi una sostanza, qualcosa con cui combattiamo continuamente. Per me è importante ricordarsi di vivere il momento e apprezzare ciò che abbiamo.
Chiudiamo con una curiosità: dopo Anatomy Of, se doveste fare oggi un altro album di cover, quali canzoni scegliereste?
È impossibile scegliere, c’è troppa musica incredibile! Oggi però penso che riusciremmo a mettere molto più del nostro stile nelle cover. All’epoca forse non avevamo ancora quella sicurezza. Ora potremmo davvero reinterpretare i brani in chiave BTBAM. Chissà, magari un giorno lo rifaremo. Le idee non mancano: dai Weezer ai Beatles, passando per Stone Temple Pilots, Tears for Fears, Huey Lewis and the News e Cannibal Corpse! C’è davvero l’imbarazzo della scelta!
