Doverosa premessa. In un'epoca musicale come questa, troppo spesso appiattita su ritornelli di plastica e produzioni standardizzate pensate per un ascolto distratto e superfluo, incrociare la traiettoria di alcuni artisti significa fare un passo indietro, per poterne fare due in avanti, e in profondità. Oggi ho il piacere di farvi conoscere il percorso di un artista con la A maiuscola: un tracciato irregolare e affascinante capace di attraversare le stagioni più fertili della nostra musica: dalle architetture brillanti dei Calibro 35 e dei Mariposa, fino a quel rock alternativo e potente, che ha segnato un'estetica indimenticabile, trovando nelle orchestrazioni de I milanesi ammazzano il sabato degli Afterhours un vertice di tensione assoluta.
Permettendoci una piccola parentesi sul suo passato proprio nella band di Manuel Agnelli, segnaliamo che in quell'album è stato un membro effettivo che ha stravolto gli arrangiamenti e suonato in tutte le tracce del disco, portandovi la sua infinita galleria di strumenti: clarinetti (incluso il suo amato clarinetto basso), flauti, sax, sintetizzatori e Mellotron. Alcuni episodi dove il suo tocco è assolutamente protagonista sono “Pochi istanti nella lavatrice” e “Tutti gli uomini del presidente”, in cui le ritmiche rock si scontrano con arrangiamenti di fiati e tastiere teatrali, dal sapore noir, i suoi marchi di fabbrica; “Riprendere Berlino” e “Musa di nessuno”, dove si sente l'eleganza degli arrangiamenti strumentali che sporcano la forma-canzone in modo geniale, ma anche “È Solo Febbre”, che riprende una sua composizione presente nell’EP Le Sessioni Ricreative, intitolata “Dall'alto Alla Sinistra Del Leccio”.
Al Festival di Sanremo del 2009, gli Afterhours portarono il brano “Il paese è reale” (che poi diede il nome all'omonima compilation manifesto dell'allora scena indipendente italiana) e in quell'occasione Enrico Gabrielli dismise per un attimo i panni del polistrumentista "da palco" (e co-autore del brano) e salì sul podio per dirigere l'Orchestra del Festival. Fu un'immagine potentissima: un musicista venuto dai circuiti underground con una preparazione accademica formidabile, che dirigeva un'orchestra per una rock band su Rai 1, in mondovisione. Quel brano fu eliminato a tempo di record dalla gara, come accade per le canzoni "diverse", o semplicemente migliori, infatti vinse il prestigiosissimo Premio della Critica "Mia Martini".
Oggi torna con LA MILLEUNDECIMA NOTTE (qui la nostra recensione), un'opera che richiede immersione totale e respinge qualsiasi catalogazione. È un disco dove il suono si fa narrazione pura, e gli strumenti prendono voce muovendosi con la stessa urgenza di un verso libero. Discutere con lui di questo nuovo capitolo significa indagare il punto esatto in cui l'istinto del rock si scontra (e si fonde) con il rigore colto della partitura. Tra il calore saturo del nastro analogico, macchine d'epoca e il timbro scuro di un clarinetto, abbiamo cercato di mappare l'ispirazione di un intellettuale del suono che, ostinatamente, continua a rivendicare il tempo e la complessità come atti di resistenza culturale.
Signore e signori: Enrico Gabrielli.
Benvenuto Enrico.
Wow, che intro! Allora, ti posso dire che il disco è completamente senza senso... Lo so benissimo. Ha una gestazione di 24, quasi 25 anni. Io l'ho chiuso, ma non è pensato come un disco tradizionalmente, anche perché in realtà, come autore solista sono strano, non ho una linea chiara. Il primo disco che ho fatto si chiamava Der Mauer Volume 1, in cui facevo brani di musica contemporanea. Poi ho fatto un disco di canzoni per bambini, in realtà, che è forse l'unica cosa che si chiama Enrico Gabrielli in maniera conclamata.
Personalmente ti seguo da anni, da quando la mia memoria possa ricordare, ti ho visto suonare dal vivo più volte. Oggi sono qui in una doppia veste: da redattore, autore indipendente e cultore della musica di livello, ma anche da appassionato che è cresciuto con quelle sonorità. E venendo proprio al tuo nuovo album: hai attraversato così tanti mondi musicali (dalle colonne sonore colte, all'avanguardia, al rock alternativo), come si colloca questo nuovo capitolo all'interno della tua sterminata costellazione?
È un progetto legato alla collana 19'40'', che è l'etichetta discografica che ha raggiunto i 10 anni di attività, con 30 uscite all'attivo, ed è un po' un'auto-label. È una collana pensata per essere collezionabile, perché facciamo tanto lavoro di incisione di materiale classico, storico, contemporaneo, di trascrizione e sabotaggio. Sempre però legati alla partitura scritta.
Un lavoro notevole, direi, calcolando che in un quarto di secolo sono cambiate sia le tecnologie che gli approcci al suono.
Stiamo completando il ciclo del 19'40'' del periodo della stampa fisica, e saluteremo il CD che ovviamente abbiamo traghettato dal 2016 al 2026, ma ha avuto il suo grande requiem, adesso decisamente non si fa più, non serve più. Magari tornerà alle mode, ai giri, però comunque il mondo del digitale, il codice binario è stato comunque ormai reso liquido, per cui è difficile ritornare indietro.
Il vinile è un'altra faccenda, perché in realtà è un supporto fonomeccanico che ha un altro tipo di natura. E quello effettivamente rimane e rimarrà, esattamente come rimangono le pellicole dei restauri cinematografici dei film, che comunque viene fatto sia il digitale che la cosiddetta pizza, perché quella roba ti rimane 150 anni.
Per cui ho detto: 'Vabbè, prima di chiudere cercherò di stampare questa benedetta opera'. Quindi in realtà è semplicemente per la contingenza che ho fatto uscire La Milleundecima Notte, che in realtà non è propriamente un disco solista, ma una cosa stranissima.
Come nasce LA MILLEUNDECIMA NOTTE? c'è stato un momento preciso o una suggestione spiccatamente letteraria e magari non propriamente musicale che ti ha ispirato?
Il progetto è nato nel 2002, quando ancora i Mariposa erano nella fase calda. Era un momento molto importante di vita, di relazione con loro. Poi i Mariposa sono un gruppo che in realtà esiste ancora, ti anticipo anche che sta per uscire con un disco nuovo. Però chiaramente ha avuto varie vicissitudini, c'è stato potenzialmente anche un momento in cui avrebbero potuto in qualche maniera esplodere di più. Poi ci sono state varie vicende perché è un gruppo di grande forma di autarchia, completamente fuori dal sistema, che però ha fondato la casa discografica e associazione culturale Trovarobato. In seno a Trovarobato comunque sono nate cose come Iosonouncane e anche Daniela Pes. Cioè quel nucleo lì, quell'humus lì è stato molto fertile per delle cose che poi sono diventate molto, molto grandi successivamente. Cioè il manager di Jacopo [Iosonouncane] è Gianluca 'Cecco' Giusti che è il tastierista dei Mariposa.
In quel periodo lì, io ero molto amico del fratello di Gianluca, Sergio Giusti, che in realtà è uno storico della fotografia, è un docente alla Bauer qua a Milano. Grande amico con cui ho fatto un film che si chiama 1PM, un'unità di produzione musicale. Che fu un esperimento sociale svoltosi nel settembre del 2013, in cui mettemmo 72 musicisti in una fabbrica, otto ore reali di lavoro, divisi in squadre, in un reparto esecuzione e un reparto scrittura. Quindi hanno fatto per 8 ore musica ma con un sistema seriale simulato esattamente a quello di una fabbrica che produce pezzi di ricambio per la Volvo.
Questo lo feci insieme a Sergio, e Sergio è il librettista di questo lavoro. Questo lavoro in realtà nasce da una lettura anche che avevo fatto di un testo di Michael Ende, che è uno dei più grandi scrittori del Novecento secondo me (quello de La Storia Infinita, di Momo), però lui ha scritto anche dei racconti brevi bellissimi, e uno dei quali appunto si chiamava La prigione della libertà. Ed era una specie di aggiunta di uno dei racconti de Le mille e una notte, in cui si parla di questo mendicante che racconta di essere stato dentro una stanza in cui però, con il libero arbitrio, si è ritrovato in una situazione paradossale. Noi lo spostammo nel futuro (che avevamo però idealizzato nel 2005), quindi a Baghdad, in un contesto bellico.
Una situazione ancora molto attuale.
Purtroppo gli americani sono ancora "molto concentrati" sul Medio Oriente. Perché c'è il petrolio, oltre a una serie di risorse. Poi quando queste finiranno andranno a "cercare" da un'altra parte. Nonostante tutto, in realtà, io ho una fascinazione enorme per tutta la realtà musicale e culturale americana, è il paese in cui ho sognato più di vivere e di stare. È una nazione controversa che comunque dà stimoli e narrazioni, l'espressione dei grandi estremi. Ci sono grandi luci, grandi ombre, grandi intelligenze, grandi stupidità, molto più estremo rispetto a un paese come l'Italia.
L'esperimento che raccontavi sulla catena di montaggio mi ha fatto venire in mente la musica da classifica che abbiamo in Italia...
Che ti devo dire, per tutta quella che è la produzione industriale di qualsiasi tipo, una volta il concetto era: le cose fatte per durare erano un vantaggio per la società, per ragioni proprio di struttura industriale, per come erano costruite le cose, le fabbriche... in realtà era proprio quello il business. Adesso il business è cambiato, le cose sono fatte per non durare. Sono soltanto modelli capitalistici diversi. Magari tornerà a cambiare di nuovo un'altra volta, perché comunque sono sempre tutti quanti figli del business.
Ascoltando il disco, attraverso più ascolti, si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a un'opera aperta, con una narrazione sotterranea molto forte, quasi una sceneggiatura sonora. Qual è la vera spina dorsale emotiva che tiene insieme queste tracce?
È un esperimento, un'opera lirica con delle interferenze di una certa visione di musical e di arte musicale contemporanea. È tostissima da ascoltare, tostissima da fruire, tostissima da comprendere, ma non importa. Veramente, non importa.
Parliamo della struttura tecnica dell'album. Sei abituato a maneggiare il suono in modo praticamente artigianale. Qui parliamo di "musica assoluta", come hai gestito il processo di registrazione e la stratificazione degli arrangiamenti? Hai cercato l'imperfezione organica dell'esecuzione live in studio, o hai preferito lavorare di cesello su ogni singola frequenza per ottenere un suono più preciso e controllato?
Io non sono perfezionista, questo no, non lo sono mai stato, credo di essere molto punk. Però credo molto nel sangue, nei muscoli e nella carne, per cui in realtà ho la percezione molto chiara di quando una cosa posso farla meglio o meno. E anche perché questo disco è fatto interamente da me, come sovraincisione, come layer, tutto quanto. È tutto scritto, tra l'altro qua c'è un faldone molto grande che vorrei mostrarti a questo punto, visto che siamo in ballo (Enrico mostra in video un grande volume cartaceo rilegato, ndr). Il disco per intero è questo qui. Alla fine la carta ancora tutto per me. Questo qua è il disco. È comunque figlia del mio percorso di formazione, di fatto sono ancora speculativo, per cui per me i dischi nascono così, dopo poi vanno a finire sulla registrazione.
Anche sulle voci non deve essere stata una passeggiata per trovare la quadra, come l'hai gestita per arrivare al risultato che avevi in mente?
Doveva essere in realtà pensato per una formazione più ampia, mentre poi, facendo di necessità virtù, ho fatto tutto da solo. Ma non avevo neanche chiaro il perché. Però alla fine mi sono reso conto che era interessante questo eroismo compositore-musicista, che fondamentalmente sorregge tutta la struttura di questa strana, stranissima cattedrale. Tranne le voci chiaramente, perché quella è stata una scelta successiva. C'è Farnesani, che in particolare fa due voci (i due militari americani, ndr). In realtà doveva farne soltanto una, ma poi nel tempo non sono mai riuscito a trovare una voce lirica. È ancora complicato, la lirica è un mondo ancora che va un po' per conto suo, è difficile riuscire a portarla anche in contesti ibridi come quello in cui lavoro io.
Sul rapporto con la carta mi trovi d'accordo, perché è tutto materiale che resta. E che, per fortuna, può sempre evolvere in qualche modo, anche per te è così?
Esatto, il lavoro è stata una lenta e graduale sedimentazione in uno studio a Bologna, che è lo Spaziale di Roberto Rettura (che poi è lo stesso studio di Iosonouncane), dal 2009/2010. Andavo lì, facevo un pezzo. Poi pian piano, gradualmente, ho cominciato a completarla. Ma senza guardarmi indietro, per cui in realtà facevo una parte, e restava... quando scrivi hai la fortuna di non poterti mai perdere. Nel senso che la carta ti riporta comunque a una coerenza strutturale che non potresti avere se facessi soltanto così, improvvisato, buttato direttamente in studio. Per cui con la carta alla fine avevo un piano d'appoggio molto stabile. Potevo anche passare mesi a non fare niente, anche anni addirittura in cui non ho registrato nulla, però alla fine la coerenza l'ho trovata scrivendo.
Pubblicare un album così denso nel 2026, e che richiede totale immersione, è una sfida aperta all'ascolto distratto a cui l'industria musicale sta abituando gran parte delle persone. Tu che sei un polistrumentista e un intellettuale del suono, cosa pensi di questa fase storica? Manca la volontà di sporcarsi le mani con la vera ricerca, o il pubblico ha semplicemente smesso di pretendere complessità?
Penso la musica abbia dentro tante cose, cioè la musica chiaramente che noi chiamiamo pop, popular, la pop music, dove in realtà lavoro fondamentalmente di più, è quella che deve arrivare subito. Cioè il concetto deve essere in qualche maniera 'faccio una roba perché ti arrivi istantaneamente', ti comunichi quello che deve comunicare, e la forma canzone in genere è sempre comunque una forma breve con una parte testuale. Però quella roba là è una formula ben precisa, ben specifica, che serve alla gente per vivere la sua vita e distrarsi dal mondo. Poi ci sono i riferimenti, in realtà miei, di formazione quando studiavo al conservatorio che erano più legati appunto alla forma d'arte della musica che è un altro tipo di percorso che è molto più scientifico.
Esiste la ricerca scientifica in un certo senso nella musica contemporanea, la gente non l'ha mai ancora capito. Psicanaliticamente è come la ricerca scientifica, per cui è esattamente come succede che ci sono i magazine scientifici che a un certo punto ti dicono: 'Guarda, abbiamo scoperto questa molecola qua', poi la molecola diventerà un farmaco di uso comune. Però la musica complessa, architettata, progettuale... in parte c'è dentro quest'opera, è un tipo di musica che chiaramente risiede nella punta estrema di un percorso storico che magari, appunto, magari un giorno lascerà dei semi, e qualcuno capirà.
Non hai mai perso lo spirito rock nel tempo, allora...
Assolutamente no, è però un incrocio tra verticalità e orizzontalità... Il tempo è una cosa strana, prendere del tempo o perdere del tempo sono due robe diverse. Ma la musica e l'atto politico non sono più la stessa cosa. Essere una rockstar che espone al 100% se stesso va bene, ma è una gabbia. Io mi faccio 'factory' da solo. Mi applico a cose diverse, le produzioni mainstream, lo strumentale, le colonne sonore, e queste cose diverse messe insieme mi danno da mangiare. Lavoro tanto con le partiture, vado sul dettaglio, sullo strumento acustico. L'attitudine punk incazzata fa parte del mio carattere, ma non sopporto la ritualità fine a se stessa del palco se diventa solo una gabbia.
Enrico, per chiudere. Alla fine di ogni percorso creativo ci si interroga su cosa resterà. Tu continui a creare opere pensate per durare. Che tipo di eredità speri di lasciare, non solo a chi ti ascolta oggi, ma alle generazioni future che si imbatteranno nei tuoi dischi? Cosa dovrebbe guidare chi vorrà fare musica tra dieci o vent'anni senza cedere ai compromessi commerciali? Quale credi debba essere, quindi, il fine ultimo dell'arte pura?
Semplicemente divertirsi, mantenere lo spirito fanciullesco. In inglese suonare e giocare sono sinonimi, così anche in tedesco. In Italia abbiamo due significati diversi. Ma se togli la voglia di primeggiare o di diventare famoso ad ogni costo, e mantieni il divertimento...è quello il segreto.
A nome di tutta la redazione di Loudd, grazie infinite per il tuo tempo e per la tua musica.
