In occasione del concerto dei Drug Church allo Slaughter Club (qui il live report della serata, se non avete ancora letto com'è andata) abbiamo intervistato il frontman Patrick Kinlon. Spaziando dalle influenze che hanno plasmato la band al dibattito sul ruolo politico della musica, fino alla crescita della scena hardcore negli ultimi anni, Patrick ci racconta il suo punto di vista con la schiettezza e l’autenticità che hanno sempre contraddistinto i Drug Church.
Ciao Patrick, grazie per la disponibilità. Sono davvero contento di fare questa intervista prima del concerto di stasera, per il quale sono piuttosto carico. Partirei dalla vostra musica. I Drug Church hanno da sempre mescolato un'attitudine hardcore molto ruvida con altri generi della musica alternativa. Quali sono le vostre influenze principali, sia a livello musicale sia a livello lirico?
Patrick Kinlon: Ciao Michele anche noi siamo felicissimi di suonare qui per voi questa sera. Per rispondere alla tua domanda, le mie influenze sono abbastanza diverse da quelle degli altri ragazzi della band. Loro amano molto l'alternative rock: ci sono cresciuti e continuano ad ascoltarlo. La radio alternative dei primi anni Duemila li ha influenzati parecchio e sono ancora molto legati a quella roba. Io invece all'epoca non ascoltavo praticamente niente di tutto questo. Alcune cose le ho recuperate dopo e adesso mi piacciono, ma una delle mie influenze più importanti è stata una videocassetta dei Minor Threat al 9:30 Club. Un classico. Mi colpì tantissimo, soprattutto per il modo in cui stavano sul palco. Era bello vedere Ian MacKaye usare i gesti, quasi mimare quello che stava facendo o cantando: se nel testo c’era una conversazione, lui mimava il gesto del parlare. Per qualche motivo mi è rimasta impressa. Più o meno nello stesso periodo vidi i Sick of It All e mi colpì il fatto che si divertissero e sorridessero. Mi ci ritrovavo. Qualche anno dopo i Lungfish sono diventati la mia band preferita e, anche se fanno una musica completamente diversa da quella che suono io, Dan Higgs mi ha influenzato molto per il suo modo di stare sul palco, così espressivo e personale. Queste sono probabilmente le mie tre grandi influenze, soprattutto per quanto riguarda la presenza scenica.
Per quanto riguarda i testi non saprei. È una bella domanda, perché le cose che considero influenze non sono così dense di parole e verbose come i testi che scrivo di solito. Mi piacciono molto gli Echo & the Bunnymen e trovo che scrivano dei testi davvero efficaci. Spesso fanno critiche molto taglienti, per esempio alla religione, ma senza trasformarle in slogan. Ho sempre ammirato questo approccio, anche se non è molto simile al mio. In generale, rispetto molto chi riesce a essere sentimentale senza usare l'ironia per prendere le distanze da quello che prova. I Leatherface sono un buon esempio di una band che è genuina e sentimentale senza compromessi, forse persino malinconica o vulnerabile, ma che non sente mai il bisogno di prendere le distanze dalle proprie emozioni. Non dicono mai: “Ok, siamo andati troppo oltre, ora dobbiamo essere divertenti” o “Ora dobbiamo minimizzare questa emozione che stiamo provando”. Quindi lo ammiro, perché è difficile. Molti dei miei testi hanno un pizzico di distacco ironico, perché essere completamente vulnerabili non è facile.
Ammiro molto gli autori che riescono a mostrare la propria vulnerabilità. Come dicevi, nei tuoi testi ci sono critica, ironia, malinconia e parecchio cinismo. E mi sembra quasi il contrario di quello che succede sul palco, dove tutta la band, e tu in particolare, siete molto energici, si vede proprio che vi divertite quando suonate. Come convivono queste due anime?
Patrick Kinlon: Sul palco? Credo sia difficile avere alle spalle una musica così energica e restare fermi. Se i miei compagni suonassero pezzi molto tristi, magari mi muoverei meno o avrei meno bisogno di fare qualcosa. Ma è quasi impossibile stare fermi quando hai la batteria che ti martella nelle orecchie, le chitarre a tutto volume e gente che salta sul palco.
A proposito di gente sul palco, mi ha colpito moltissimo il video dell'esibizione all'Outbreak Fest dell'anno scorso, quando durante “Weed Pin” il pubblico ti ha praticamente rubato il microfono. È stato incredibile: tu li hai lasciati fare e sei rimasto lì a guardarli divertito, eri molto chill.
Patrick Kinlon: Sì, non mi dà particolarmente fastidio. La maggior parte delle volte verso la fine del concerto perdo la voce, quindi ogni aiuto da parte del pubblico è benvenuto. È divertente perché all'Outbreak alcuni artisti chiedono al pubblico di non salire sul palco, ma c'è letteralmente un diving stage che è lì apposta, per cui è un po' assurdo chiedere alla gente di non invadere il palco. Alcune band diventano quasi gelose della perfezione del suono: non vogliono che nessuno calpesti le pedaliere o stacchi un cavo. Ovviamente è giusto voler suonare bene, ma se uno volesse semplicemente ascoltare qualcosa che suona bene potrebbe farlo a casa. La gente è venuta a un concerto per divertirsi. Dirgli di non farlo non può funzionare.
All'inizio di quest'anno avete pubblicato un nuovo brano, “Pynch”. Dove lo collochi nella vostra discografia rispetto agli ultimi dischi? Musicalmente è più vicino a Cheer, Hygiene o Prude?
Patrick Kinlon: Probabilmente a Cheer. I miei compagni vorrebbero un suono un po' più grezzo per il prossimo LP, perché pensano che Prude sia un ottimo disco, ma forse un po' troppo patinato per i loro gusti. “Pynch” invece, è molto grezza e a me piace, moltissimo. Perciò lo spirito del prossimo disco sarà probabilmente quello di “Pynch”
Puoi dirci quando pensate di far uscire il nuovo disco?
Patrick Kinlon: Lo registreremo a gennaio. Credo che uscirà più o meno in questo periodo l'anno prossimo, forse un po' prima.
Ottimo, è una bella notizia. Per la prossima domanda parto da un aneddoto personale. La mia canzone preferita dei Drug Church è anche la prima che ho ascoltato, quasi per caso, perché era finita nella coda di Spotify: “Unlicensed Hall Monitor”. Quando l'ho sentita sono rimasto folgorato e credo di averla rimessa quattro volte di fila. Poi ho ascoltato Cheer un'infinità di volte e da lì ho esplorato tutta la vostra discografia. Però Cheer rimane il mio album preferito. Se dovessi far conoscere i Drug Church a qualcuno che non vi ha mai ascoltati, quale canzone e quale album gli consiglieresti?
Patrick Kinlon: Cheer è il disco che ha avuto l'impatto maggiore sul pubblico. La gente vi è rimasta molto legata e continuano a chiederci un sacco di pezzi di quell'album. Personalmente penso che Hygiene sia leggermente migliore e, secondo me, forse anche più accessibile di Cheer. Poi c'è sicuramente Prude, che ha pezzi più lenti e più emotivi: dipende dal background musicale di chi ci si avvicina. Per una canzone, invece, sto cercando di pensare a quella che riassume meglio le diverse cose che facciamo. “Tillary”, per esempio, è molto immediata: può funzionare anche con chi non ama la musica pesante, ma apprezza comunque le cose un po’ più heavy. Potrebbe essere la mia scelta. Ascoltandola sul disco, però, non avresti per niente l'esperienza dal vivo, perché io riesco a malapena a cantarla e quindi dal vivo è molto più ruvida. Direi comunque che è probabilmente il pezzo più accessibile per un pubblico molto ampio.
Come vi trovate a suonare in Europa e, nello specifico, in Italia?
Patrick Kinlon: Dell'Italia mi piacciono molto sia le persone sia il Paese. Di solito, però, qui facciamo i concerti più piccoli, quindi, dovremmo tornarci più spesso se vogliamo che venga più gente. Sto cercando di imparare l'italiano: ho una serie di circa mille giorni su Duolingo e riesco a malapena a dire «bambino». No, è davvero difficile.
Non preoccuparti: neanche noi italiani siamo poi così bravi a parlare inglese.
Patrick Kinlon: La mia pronuncia è terribile. Davvero terribile. Per esempio, «function» finisce con qualcosa tipo «-azione», giusto? «-zione». Dillo di nuovo? «-zione». Ecco, tutte le parole inglesi che finiscono in «-tion» diventano «-zione»: mi uccide. Per la mia lingua è molto difficile. Faccio fatica, ma mi piace.
Però non siamo come i francesi: noi italiani apprezziamo lo sforzo.
Patrick Kinlon: Grazie. Mi piacciono tantissimo gli italiani. Io e mia moglie stiamo persino pensando di trasferirci in Italia.
Veniteci in vacanza, ma se posso darti un consiglio, non veniteci a vivere: il Paese è abbastanza incasinato.
Patrick Kinlon: Viviamo in Australia, in Tasmania, e a me piace molto. Lei però vorrebbe un clima più mite e il sud d'Italia potrebbe piacerle. Probabilmente, comunque, inizieremo con una vacanza.
Quali sono le principali differenze che hai notato tra i concerti in Italia e in Europa e quelli negli Stati Uniti?
Patrick Kinlon: Sono molto verboso e metto un sacco di parole nei testi. Questo può essere un problema per un pubblico non anglofono o per chi parla inglese come seconda lingua. Probabilmente quasi tutti nella sala riescono a capire il senso generale, ma le singole frasi possono essere difficili da seguire o da interpretare. Abbiamo appena suonato in Inghilterra davanti a un pubblico molto partecipe e in sale piene; andando verso sud, i locali diventano sempre più piccoli. Finiremo il tour in Spagna e sarà sicuramente divertente, ma non tutti parlano bene inglese, quindi ci sono delle difficoltà. Per una band anglofona in Europa, meno parole ci sono e meglio funziona. Aiuta avere testi impressionistici e poco specifici. I nostri, invece, sono molto precisi e pieni di parole.
Il pubblico può comunque apprezzare l'attitudine e, ovviamente, la musica. Quando suoniamo in Sud America mi accorgo che molte persone non capiscono quello che dico e invece di cantare le parole, cantano la melodia della chitarra. Lo trovo divertentissimo, è una cosa bellissima. Non ho bisogno che tutti cantino con me, se cantano le parti di chitarra, per me va benissimo. Il pubblico europeo cambia tantissimo da un Paese all'altro. Nei Paesi Bassi è molto educato, in Polonia è scatenato. Dipende da dove ti trovi, ma è anche questo il bello. Amo molto l'Europa perché puoi fare meno di 250 chilometri e ritrovarti in una cultura completamente diversa. Negli Stati Uniti, che sono enormi, ci sono differenze culturali tra le varie regioni, ma non sono così marcate.
Hai detto che, più si scende verso sud, più il pubblico si riduce. Mi ha colpito perché ho visto band americane e inglesi che in UK e negli Stati Uniti suonano in locali enormi e in Italia si ritrovano davanti a settanta o ottanta persone. E la cosa sorprendente è che hanno suonato per noi come se avessero davanti duemila spettatori. Voi siete abituati a folle abbastanza numerose: è frustrante suonare davanti a un pubblico più piccolo?
Patrick Kinlon: Per niente. Anche negli Stati Uniti, se suoni a New York hai davanti un sacco di gente, ma basta guidare quattro ore fino ad Annapolis, nel Maryland, e ti ritrovi davanti a un pubblico molto più piccolo. È così anche da noi: alcune date sono grandi, altre piccole. Non è un problema e non mi dispiace affatto suonare davanti a poche persone. A volte è persino bello. L'ultima volta che siamo stati in Europa aprivamo il tour dei Deftones: sale enormi, tantissima gente e concerti molto divertenti. Poi torni a fare uno show piccolo e ti ricordi quanto sia bello stare in una stanza raccolta, dove tutti sono lì per divertirsi. Se vai in tour abbastanza a lungo, capisci che alcune date saranno grandi e altre piccole. È semplicemente la natura di questo lavoro.
Avrei una domanda di politica, se per te va bene. Non molto tempo fa il punk rock era considerato una forma di protesta e resistenza contro i problemi politici e sociali. Negli ultimi anni, con la crescita dei movimenti di estrema destra e del fascismo in molti Paesi, pensi che punk e hardcore, debbano recuperare quel ruolo di protesta politica, e in generale l’industria musicale debba prendere posizioni? Abbiamo visto anche dibattiti come quello intorno a Ed Sheeran[1] e alla possibilità che gli artisti prendano pubblicamente posizione su temi politici. Secondo te i musicisti hanno la responsabilità di esporsi oppure la politica dovrebbe restare separata dalla musica?
Patrick Kinlon: No, non penso affatto che la politica debba stare fuori dalla musica. Per come la vedo io, la musica è espressione personale; se quello che vuoi esprimere ha una componente politica, è naturale che finisca nella tua musica. Non vedo perché dovresti limitare una forma di espressione, che sia politica o personale.
Alcune band si definiscono politiche, ma di politica non sanno o non capiscono nulla: usano solo slogan. Da adulto, non considero questa cosa davvero fare politica. È una frase facile da dire: tutti capiscono più o meno cosa vuoi dire, ma non stai spiegando niente. Non affronti i compromessi impliciti in quello che sostieni e non entri mai davvero nello specifico. Da questo punto di vista, trovo frustrante molta musica che oggi si definisce politica. So che tante persone provano solidarietà quando qualcuno sale sul palco e urla con orgoglio di essere antifascista, o qualunque altra cosa, ma io vorrei sapere cos'altro c'è nella sua visione del mondo. Quali sono, concretamente, le sue convinzioni. Spesso le persone non riescono a spiegarlo, anche perché molti di noi non sono grandi musicisti o grandi parolieri, quindi può essere difficile. Non sto dicendo che una band dovrebbe riuscire subito a soddisfare la mia idea di cosa significhi essere una band politica, o che ci riuscirebbe dopo molto tempo. Semplicemente, trovo frustrante sentire ripetere convinzioni che ho già. Vorrei sentire le idee degli altri, capire se c'è qualcosa che dovrei prendere in considerazione, se possono interessarmi. Ripetere sempre gli stessi slogan serve soprattutto a creare coesione all'interno di un gruppo che esiste già, e non lo trovo così interessante.
Ti faccio un esempio, io sono vegano da trent'anni ed è una cosa a cui tengo moltissimo. Ma se una band salisse sul palco e si limitasse a urlare “Go vegan!”, per me non significherebbe niente. Non mi direbbe cosa le sta davvero a cuore: parlerebbe nel modo più generico possibile, usando solo slogan. Per questo, nel 2026, gran parte delle band politiche mi frustra, anche se in realtà non ce ne sono poi così tante. Quanto alla questione Ed Sheeran, per me è completamente diversa: quella è musica pop. Non so nemmeno se il suo pubblico si aspetti della politica nella musica o se la voglia. Fino all'anno scorso non sapevo nemmeno chi fosse Ed Sheeran, quindi non ho un'opinione precisa. Nel punk, invece, sarebbe assurdo non aspettarsi la politica.
Ricordo che una cosa simile è successa a Taylor Swift durante il suo ultimo tour, dopo l'inizio del genocidio in Palestina. Molte persone su Twitter e sui social le chiedevano di prendere posizione. Ovviamente trovo orribile ciò che Israele sta facendo in Palestina, non sarei umano se la pensassi diversamente. Ma mi sono chiesto: mi aspettavo davvero che Taylor Swift, nel mezzo del concerto, salisse sul palco e urlasse «Free Palestine»?
Patrick Kinlon: No. È chiaramente un tema su cui moltissime persone hanno posizioni molto forti: quali responsabilità ha un artista e cosa dovrebbe fare? Per certi versi, però, credo che questa posizione non sia sempre molto ponderata. Se chiedessi al tuo barbiere cosa pensa della Palestina, potrebbe non provare nulla, non avere una risposta oppure dirti: “Non ne so abbastanza” o “Non mi interessa”. Lo stesso potrebbe fare un idraulico. C'è una buona probabilità che Taylor Swift non sappia nulla della Palestina e un'ottima probabilità che Ed Sheeran non sappia nemmeno trovarla su una mappa.
Perché, allora, ci aspettiamo che prendano posizione?
Patrick Kinlon: Esatto. Capisco bene quella sensazione, perché anch'io tengo a una causa fin da quando ero adolescente: torniamo al veganismo. È qualcosa che mi sta a cuore da quando ero molto giovane, ma so che alla maggior parte delle persone non importa nulla. Posso arrabbiarmi e dire che mi delude, ma se voglio essere realistico e onesto rispetto agli altri esseri umani devo accettare che ognuno ha qualcosa a cui tiene e di cui io potrei sapere poco o nulla. Io stesso non so abbastanza della Palestina da parlarne. Quindi non do per scontato che Ed Sheeran ne sappia qualcosa. E non sono nemmeno sicuro di voler sentire la sua opinione, se non conosce l'argomento. Se invece lo conosce, sono disposto ad ascoltarlo. Ma se deve limitarsi a uno slogan, non mi interessa. So che molte persone ne sarebbero felici perché lo vedrebbero come un gesto di solidarietà, ma urlare uno slogan non è vera solidarietà. Se Ed Sheeran gridasse “Free Palestine!” dal palco, non penserei automaticamente che stia dando tempo, energie o denaro a una causa concreta. Sarebbe semplicemente qualcosa che ha urlato. Quindi non avevo nessuna aspettativa nei suoi confronti. E, comunque, continuo a non sapere che musica faccia, quindi per me cambia poco.
Basta politica, torniamo alla musica. Cosa pensi della popolarità che l'hardcore punk ha conquistato negli ultimi anni? Ora alcune band hardcore vincono Grammy e sono headliner nei festival. Pensi che questo possa, diciamo, portare a una distorsione delle idee e dei principi alla base di questo genere?
Patrick Kinlon: Sì. E non voglio dare la colpa a nessuno, è semplicemente il processo naturale attraverso cui qualsiasi cosa viene normalizzata. Col tempo tutto diventa normale. Un tempo il rock rappresentava il massimo della ribellione; oggi può essere il prodotto più aziendale che si possa immaginare. Eppure all'inizio era davvero ribelle. Il punk è un caso interessante perché, se parti dai Sex Pistols, stai già parlando di qualcosa che è stato un prodotto fin dal primo giorno. Una certa componente di mercificazione è sempre esistita, come succede con qualsiasi tendenza musicale. Il punk diventa la moda del momento, quello che fanno i giovani, e naturalmente etichette discografiche, marchi di abbigliamento e altri soggetti cercano di legarsi a qualcosa che riesce a coinvolgere le persone. È un processo naturale, ma ogni fenomeno cresce e poi si sgonfia. Un tempo lo ska era molto popolare; poi per vent'anni non lo è stato più. Continua ad avere un valore enorme per chi lo ama, ma oggi ai concerti ska vanno centocinquanta persone invece di mille. È così che funziona. Credo quindi che band come Turnstile, Knocked Loose e forse poche altre riusciranno a passare attraverso quella porta e a raggiungere dimensioni che vanno oltre il genere stesso. Per la maggior parte di noi, però, e per la maggior parte delle band, penso che questa fase finirà presto.
Per me è anche un fenomeno positivo. Hai citato Turnstile e Knocked Loose che sono state ottime gateway band: ho ascoltato Glow On, poi Never Enough dei Turnstile e l'ultimo disco dei Knocked Loose (You Won’t Go Before You’re Supposed To, n.d.a). Mi hanno fatto scoprire tante altre band incredibili, tra cui i Drug Church.
Patrick Kinlon: Certo. Sinceramente considero anche i Drug Church una gateway band verso la musica che riflette le nostre influenze e che magari i più giovani non conoscono. Se qualcuno ascolta i Drug Church e poi va a scoprire quello che ci ha ispirati, per me è fantastico. E se suoniamo in un locale da mille persone e, grazie a quel concerto, qualcuno decide di andare a vedere show di band meno famose, è altrettanto positivo. Qui torna anche la tua domanda sulla politica. Quando ero giovane c'erano alcune band che non erano grandi in senso assoluto, ma lo erano nel nostro piccolo mondo. Avevano un punto di vista politico o sociale molto preciso e offrivano abbastanza idee su cui riflettere da avvicinare molte persone a modi diversi di guardare il mondo. Non so se oggi ci siano molte band hardcore o punk popolari capaci di fare la stessa cosa. Non credo sia intenzionale e non penso che evitino certi argomenti: semplicemente si esprimono nel modo che ritengono più adatto. Ma se punk e hardcore diventassero davvero grandi e, allo stesso tempo, facessero conoscere alle persone modi diversi di pensare al mondo, ne sarei molto felice. Il fatto che diventino grandi senza quella componente, invece, per me significa meno. Sono contento per le band che hanno successo, ma non lo considero una vittoria completa come lo sarebbe in altre circostanze.
Ultima domanda, tornando ai Drug Church: qual è la tua canzone preferita da cantare dal vivo?
Patrick Kinlon: In questo periodo mi diverto molto a cantare “Pynch”. È un pezzo che, una volta partito, va avanti con un'energia incredibile. Molte delle nostre canzoni hanno...
Anche se comincia molto lentamente.
Patrick Kinlon: Sì, ma appena entra davvero, parte. Amo i bridge delle nostre canzoni e penso che siamo bravi a scriverli. Però mi sta piacendo avere un pezzo senza un vero bridge, che continua semplicemente ad andare avanti per tutto il tempo.
Allora non vedo l'ora di sentire “Pynch” dal vivo stasera. Grazie mille, Patrick.
Patrick Kinlon: Grazie a te, Michele. Ci vediamo stasera sotto il palco.
[1] Si fa riferimento all’episodio di settembre 2026, quando il rapper Macklemore, ingaggiato come supporting act per il Loop Tour di Ed Sheeran negli USA è stato escluso dal management di quest’ultimo a causa delle sue aperte posizioni a favore del popolo palestinese, nell’ambito del conflitto israelo-palestinese. A seguito dell’esclusione, Ed Sheeran è stato accusato dall’opinione pubblica di non aver tutelato la libertà di espressione di Macklemore e di non essere stato capace di prendere una posizione netta all’interno del dibattito. Questo ha rappresentato un significativo danno di immagine per l’artista inglese, oltre ad aver portato tutti gli altri supporting act e i musicisti di supporto di Ed Sheeran ad abbandonare il tour in solidarietà a Macklemore.
