In occasione del loro concerto all’ARCI Bellezza di Milano, abbiamo intervistato Olivia Osby e Ashva Weinberg dei Lowertown. La chiacchierata si è svolta sui gradini di fianco all’ingresso del locale, interrotta qui e là da ambulanze e fan della band che si avvicinavano vedendoli lì in mezzo alla strada.
Olivia e Ashva ci hanno raccontato del processo creativo del loro ultimo album Ugly Duckling Union, delle evoluzioni del loro sound e del senso di community che sperano si crei intorno alla loro band.
Ciao Olivia, ciao Ashva, come state? Questo è il vostro primo tour europeo da headliner e anche la vostra prima volta in Italia. Come sta andando?
Ashva: Sta andando alla grande. A parte il piccolo inconveniente di ieri, che ci ha costretto a cancellare il concerto di Torino… Ci piace tantissimo suonare, esplorare le città e incontrare persone. Era proprio questo che volevamo fare con questo tour. E una delle cose belle dell’Europa è che viaggi a 150 km e ti ritrovi in paesi completamente diversi. Abbiamo quindi avuto la possibilità di entrare in contatto con tante culture diverse e cose del genere.
Vorrei rubarvi quindici minuti per parlare della vostra musica e partirei proprio dal vostro sound. Ho ascoltato tutti i vostri LP nelle ultime settimane, mentre preparavo questa intervista e il concerto, e ho notato un’evoluzione davvero interessante. Se i primi EP e il primo album è caratterizzato da sonorità garage punk, con l’ultimo disco, Ugly Duckling Union, avete riscoperto le vostre radici folk e lo-fi. Perché avete deciso di rendere il vostro sound più morbido e quali pensate saranno le prossime evoluzioni della vostra musica?
Olivia: Ci siamo divertiti tantissimo a registrare e produrre da soli l’ultimo disco che abbiamo appena pubblicato. Ci è piaciuto davvero molto e volevamo spingerci ancora più a fondo nel mettere alla prova noi stessi dal punto di vista della scrittura e delle armonie. Quindi il prossimo album a cui stiamo lavorando è molto incentrato sulle chitarre e sulle armonie, con una grande attenzione ai testi e alla ricerca di cosa significhi davvero scrivere una melodia orecchiabile e bella.
Ci siamo immerse nella discografia dei Beatles e dei Carpenters, cercando di analizzare cosa ci sia di così bello nelle loro canzoni. A volte sembrano quasi molto semplici e dirette, ma quando inizi a scomporle ti rendi conto di quanto siano complesse e studiate nei minimi dettagli. Stiamo concentrando molto il lavoro sulla chimica tra le nostre due voci e su come possiamo interagire e sostenerci a vicenda, oltre che sui nostri punti di forza vocali e chitarristici.
Ashva: È un po’ quello che abbiamo scoperto essere il filo conduttore più interessante della nostra musica: esplorare il nostro rapporto e il modo in cui siamo musicisti insieme. Siamo amici da tantissimo tempo, praticamente da quando eravamo bambini, e questo è il cuore della band. Lowertown è, in un certo senso, un’esplorazione di chi siamo l’uno per l’altra e di come riusciamo a creare insieme. Con Ugly Duckling Union sento che siamo riusciti davvero a esplorare questo aspetto. È stato un po’ un tornare insieme dopo un periodo molto caotico e teso, e ora credo che stiamo scoprendo quale sarà questa nuova fase della nostra amicizia.
Stiamo tornando a fare molti tour, a suonare dal vivo, siamo musicisti molto migliori rispetto al passato, ma stiamo anche riscoprendo il piacere di cantare insieme e di essere aperti l’uno con l’altra. Non si tratta più tanto di gestire le dinamiche della nostra amicizia, quanto di capire come costruire un rapporto davvero proficuo e basato sulla comunicazione. Credo quindi che questo concentrarsi sul cantare e suonare la chitarra insieme, e sullo scrivere belle canzoni, sia qualcosa che si riesce davvero a sentire nella nostra musica.
È lo stesso che succede con una band come i Fleetwood Mac. Puoi sentire davvero le dinamiche interne alla band. Anche quando c’erano tensioni fortissime, quando il rapporto era caotico e stavano per sciogliersi, riuscivi comunque a percepire il loro rapporto reciproco. Puoi sentire la tensione, puoi sentire il momento in cui quella tensione si scioglie, e alla fine credo che sia proprio questo a rendere perfetta una band e perfetto un album. Quindi penso che sia questo il nostro obiettivo.
Il rapporto tra Stevie Nicks e il chitarrista, Lindsey Buckingham, è il vero motore della band.
Ashva: Esatto. Sentire la tensione quando non sono d’accordo. Credo che una band funzioni quando riesce a farti entrare nella stanza con loro mentre stanno scrivendo la musica, oppure mentre stanno suonando, e tu sei lì con loro per tutto quel tempo.
Infatti, nei vari video che ho visto di vostri live, emerge proprio la vostra bravura nel trasmettere il vostro rapporto e la vostra chimica.
Ashva: Grazie. È proprio quello l’obiettivo.
Avete citato i Beatles, i Carpenters e i Fleetwood Mac, quindi vorrei chiedervi quali sono le vostre principali influenze, sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi?
Ashva: Sento che sono cambiate molto man mano che la band è cresciuta. All’inizio eravamo fortemente influenzate da Alex G, Nick Drake, Radiohead… insomma, da tanti songwriter davvero talentuosi. Poi, da lì, abbiamo iniziato a esplorare maggiormente il nostro lato sperimentale. Credo che una parte importante arrivi anche...
Olivia: Dalle esperienze di vita. Anche libri e film sono grandi fonti d’ispirazione. Siamo molto influenzati dai media che consumiamo, dai libri che leggiamo ai film che guardiamo. Crescendo, questa cosa è cambiata un po’.
Ashva: Ci siamo allontanati sempre di più dalla musica. Sento che l’ispirazione arriva maggiormente dalla scrittura e dalle cose che vivo nella mia vita, come le relazioni con le persone e le difficoltà. Abbiamo avuto una vita piuttosto particolare, nel senso che abbiamo iniziato a fare musica quando eravamo molto giovani, e molte delle nostre esperienze personali con le altre persone sono uniche, in un certo senso. Non possiamo guardare da nessuna parte per trovare delle indicazioni su come comportarci. Dobbiamo capire da soli cosa funziona e cosa invece non funziona. Quindi credo che sia soprattutto da lì che arrivi la mia ispirazione. So che forse non è la risposta che stavi cercando, ma penso che sia la mia principale fonte d’ispirazione, sia a livello lirico che musicale. Inoltre sono cresciuto suonando il pianoforte classico, quindi, per quanto riguarda la scrittura musicale, Chopin è la mia principale influenza compositiva. Penso che sia un maestro.
Ho una domanda sul vostro ultimo album, che, se ho capito bene, è un concept album. È qualcosa di piuttosto insolito al giorno d’oggi: realizzare un disco con un inizio e una fine, invece che una semplice raccolta di singoli. Come vi è venuta l’idea di realizzare un concept album?
Olivia: È una cosa che si è sviluppata lentamente nel tempo, perché abbiamo avuto molto più tempo per scrivere questo disco rispetto a tutti quelli che avevamo fatto prima. Con la nostra precedente etichetta producevamo continuamente. Penso che quando sei molto giovane cambi costantemente e hai tantissimo di cui scrivere, e tutto arriva da un luogo molto istintivo e autentico. Dopo aver lasciato la nostra ultima etichetta, siamo cambiati molto come persone e abbiamo iniziato a confrontarci con quello che volevamo fare della nostra vita, oltre che con il nostro rapporto reciproco. Abbiamo attraversato moltissimi cambiamenti.
Credo che volessimo davvero fare un grande passo rispetto a tutto ciò che avevamo scritto prima e farlo sembrare l’inizio di un nuovo capitolo. È stata la prima volta in cui abbiamo dedicato così tanto tempo a un singolo album, e penso che questo ci abbia riportati al motivo per cui avevamo iniziato a scrivere musica in primo luogo: al modo in cui la musica entra in connessione con le persone e con noi stessi. Siamo tornati alle nostre influenze originarie e a quelle cose di cui entrambi ci eravamo innamorati. Parlo di artisti capaci di creare dei mondi attraverso la propria musica, di persone che si spingono così tanto nei dettagli da arrivare a creare cose che non avrebbero nemmeno bisogno di esistere, ma che esistono perché possono farlo e perché tengono davvero a quel mondo.
Ci siamo resi conto che, in fondo, tutto ciò che vuoi fare e tutto ciò che vuoi essere come artista è diventare qualcuno che, quando eri giovane, ti ha ispirato. Quindi ci siamo presi il tempo necessario per sviluppare davvero un mondo nel quale volevamo che esistesse la musica che stiamo facendo oggi.
Ashva: E anche per capire che tipo di luogo volevamo offrire ai nostri ascoltatori, in senso metaforico. La comunità è sempre stata molto importante per noi, ed è un po’ il cuore ultimo di questo album: la comunità e gli artisti che si immergono completamente nella propria comunità, che non si separano dagli altri ma diventano una cosa sola con tutte le persone che li circondano. Band come i Fugazi e i Gorillaz hanno fatto un lavoro fantastico con concept album che allo stesso tempo coinvolgono il pubblico e le persone che stanno loro intorno, perché per loro quella è la cosa più importante, capisci?
La storia del disco si è sviluppata proprio da questa idea: siamo cresciuti entrando in band e comunità che ci interessavano profondamente, costruendo storie e mondi. E siamo anche delle nerd, quindi ci piace tantissimo immergerci in queste cose. A un certo punto ci siamo detti: “Perché non farlo noi stessi, proprio adesso?”. È qualcosa di così intrecciato con tutta la musica che stiamo facendo che, alla fine, è diventato inevitabile.
Ho solo un’ultima domanda. Se ho capito bene, il concept dell’album nasce anche da una sorta di nostalgia e rimpianto per il fatto che il senso di comunità che esisteva fino a qualche anno fa, legato per esempio alle community online di MySpace, Reddit e Tumblr, oggi non esiste più, mentre le persone sembra che preferiscano passare le giornate a fare brainrot su Instagram e Tik Tok. Pensate che quel tipo di comunità, magari anche all’interno della vostra scena, possa tornare a crescere?
Olivia: Assolutamente. Penso che le persone ne sentano la mancanza più di qualsiasi altra cosa. Lo abbiamo visto in tutti i nostri concerti. Ogni singolo show che abbiamo fatto quest’anno mi ha lasciata completamente senza parole. So che alle persone importa della nostra musica e so che là fuori ci sono persone che la amano, ma ogni volta che suoniamo (soprattutto qui) non avevo davvero idea di cosa aspettarmi. Sapevamo che ci sarebbe stato del pubblico nel Regno Unito, perché ci abbiamo già fatto dei tour da headliner, ma in ogni singolo concerto di questo tour le persone vengono, tengono tantissimo alla musica, tengono tantissimo a quello spazio in cui poter esistere, esprimersi e sentirsi connesse. E lì fanno amicizia. Incontrano persone che non avevano mai visto prima al concerto e se ne vanno con dei nuovi amici, perché credo che, in fondo, tutti sentiamo il bisogno di questo. La nostra generazione ne ha bisogno più di qualsiasi altra cosa. Io ne ho bisogno.
Siamo stati fortunati perché siamo qualche anno più grandi rispetto ad alcuni dei nostri fan più giovani e quindi abbiamo avuto la possibilità di vivere quegli spazi prima del COVID. Molte delle persone che vengono ai nostri concerti non hanno mai avuto la possibilità di vivere qualcosa del genere. Hai bisogno di queste cose per sentirti umano. Hai bisogno di sentire che là fuori, nel mondo, ci sono persone capaci di capirti. Penso che questa sia una delle cose più belle dell’andare in tour: poter creare questi luoghi in cui le persone possono essere se stesse, sentirsi accettate e viste. Puoi vedere le persone rilassarsi durante il concerto, mentre la tensione inizia lentamente a lasciare la stanza, e tutti si sentono liberi di ballare e muoversi, senza più preoccuparsi di come appaiono agli altri.
Soprattutto quando sei sul palco come performer e non sei preoccupato di te stesso, ti senti bene e tutti iniziano a sentirsi allo stesso modo. È una sorta di effetto positivo reciproco. Penso che questi spazi siano stati in parte fagocitati dal modo in cui sono cambiate le dinamiche dei social media (oggi sono estremamente capitalisti) e dal COVID. Ma credo che questi spazi stiano tornando a nascere, ed è bellissimo poter farne parte. Creare uno spazio in cui queste persone possano esistere è una delle mie cose preferite da vivere.
Grazie mille, ragazzi. Buon concerto e non vedo l’ora di godermi le vostre schitarrate da sotto il palco.
Ashva: Grazie Michele, ci vediamo dentro al locale!
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