Due estremi come il dream pop e il progressive si possono incontrare a metà strada solo nei dischi dei Plantoid. Se vogliamo isolare una fredda media aritmetica, possiamo apporre l’etichetta math-rock sul loro stile e liquidarli così. Ma se già per il loro album d’esordio Terrapath trovare una collocazione a prova di recriminazioni poteva risultare riduttivo, nel secondo lavoro Flare, pubblicato per Bella Union, qualunque tentativo di semplificazione rivelerebbe tutti i suoi limiti.
Per i Plantoid mi sento di dire, per la prima volta nella mia esperienza di ascoltatore, meno male che l’uso di synth o di qualsiasi altro dispositivo elettronico è a dir tanto irrisorio nei loro brani. È anche grazie a questa privazione, di cui non si sente affatto la mancanza, che il progressive, nella musica dei Plantoid, è più una correzione, un add-on in dosi omeopatiche, una spruzzata di secrezione artistica volta a marcare un territorio e niente di più. Fattori che fanno della band sperimentale di Brighton uno dei fenomeni più originali della scena musicale britannica contemporanea ascrivibile all’indie-qualche cosa. Soprattutto perché non è comune, in una band di questo tipo, che i brani siano costruiti su misura intorno alla voce e non, come accade tra i giganti del prog, viceversa.
Questo perché, anche in Flare, i due pilastri dell’estro compositivo dei Plantoid si individuano ancora nell’eccellente e raffinata tecnica strumentale praticata dalla coppia Louis Bradshaw (batteria) e Tom Coyne (chitarra solista), virtuosismi che riecheggerebbero però sterili senza l’apporto della straordinaria vocalità di Chloe Spence. Per non parlare della sua, di chitarra, strumento che suonarlo live in brani così asimmetrici ad accompagnare linee melodiche così articolate dev’essere tutt’altro che semplice. Abbandonati dalla sua decisa guida melodica, apparentemente gentile ma solo nel timbro, i Plantoid vincerebbero appena una scontata gara a chi ce l’ha più dispari, o poco più.
Flare è davvero un disco molto interessante perché alterna vere e proprie suite con strutture in più movimenti, nel solco della tradizione tracciato dagli esponenti del progressive del secolo scorso, a brani decisamente più uniformi e standard. Il tutto impreziosito da un’ampia varietà di sfumature che, sollevandosi da una solida base progressive e dream pop, tracimano in ambienti psichedelici con punte di post punk e, per i più maliziosi, con decorsi hard rock.
Il disco si apre con “Parasite”, la traccia più esplicita sullo stile dei Plantoid in quanto dichiaratamente assemblata con un’agguerrita intro strumentale che, prima di ripetersi nella coda del brano, ci lascia a lungo cullati da un onirico viaggio melodico in sette quarti. Un’eccellente prova di dinamiche prog con alti e bassi tra sfoghi da testosterone nerd e intelligente grazia artistica.
“Ultivatum Cultivatum”, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, è una formidabile composizione - una delle poche dal ritmo regolare, o, se volete, ballabile - in cui a un riff geometrico di basso e chitarra risponde una linea di voce accomodante e trascinante.
Se cercate della fusion, invece, le molteplici personalità di “The Weaver” potrebbero farvi omaggio di incomparabili soddisfazioni. La voce, qui, suona come uno strumento a fiato, e l’accompagnamento è un divertente compendio di tecnica jazz-rock moderna.
Subito dopo, una quasi impercettibile sequenza matematica di synth si snoda imperturbabile a marcare alla perfezione il sei quarti di “Dozer” e a condizionare gli accenti strumentali degli strumenti elettrici, per un risultato la cui freddezza ricorda certe intuizioni no-wave degli Squid, soprattutto nella svolta noise che accompagna la band verso la conclusione del brano.
E potrebbe mancare, in un disco prog, almeno un arrangiamento di flauto? Eccovi serviti. In “Good For You” spuntiamo peraltro anche la checkbox dei cinque quarti nella lista dei tempi anomali. Un altro brano basato su una sequenza che si ripete per tutto il corso della canzone, qui interpretata da un arpeggio di chitarra. Una canzone che alterna atmosfere di introspezione sottolineate da un impegnativo pad di sottofondo, a stacchi che variano con decisione la personalità della composizione.
“Worn” è invece una traccia dalle armonie complesse compensate da un raffinato pattern di batteria ricco di ghost note, ai limiti del funky, a cui segue la sua antitesi, “Splatter”, unico esperimento sotto i tre minuti - fin troppo sbrigativo, non rende giustizia all’idea intorno alla quale probabilmente è stato costruito - che, se non fosse per la snervante disparità, potrebbe anche piacere ai cultori del post punk.
Il disco si avvia alla chiusura con la seducente “Slow Moving”, canzone basata su un magistrale contributo di voce a cui spetta sia l’ardito compito di catturare con un po’ di pop anche gli ascoltatori meno coraggiosi, sia di farsi perdonare la successiva “Daisy Chains”, vero finale a sorpresa, la canzone conclusiva che poi è la più prog di tutte, messa simmetricamente qui a bilanciare il peso dei cliché della traccia introduttiva. Una composizione in cui, fino alla struggente durezza della coda psichedelica, i Plantoid ci deliziano con tutte le loro qualità migliori eseguendo una struttura decisamente articolata che li riporta nello stile che li denota di più.
Se avete apprezzato Terrapath, troverete in Flare una ancor più concreta affermazione del valore musicale dei Plantoid. Una band senza pari (in tutti i sensi) per la quale l’accezione di prog non rende merito alla modernità del loro stile, che al momento si conferma unico.

