La scena non è certo quella che ti aspetteresti di vedere in un 19 di agosto qualunque a Milano: una lunghissima fila che si dipana fuori dai cancelli del Magnolia, costeggiando interamente l'adiacente campo di rugby fino a quasi fare il giro dell'isolato. Ci sono tantissimi stranieri, certo, non è un segreto che da diverso tempo i concerti nel capoluogo lombardo siano tenuti su anche da loro; a colpire però è la quantità di ragazzi giovani e giovanissimi, gente che magari è già stata in ferie, magari ci andrà nei prossimi giorni, ma che sicuramente oggi è qui, a fare la fila e a prendersi il caldo (che non è quello della settimana scorsa, ma insomma) per assistere al primo concerto italiano di quella che è a tutti gli effetti la band “alternativa” più chiacchierata del momento.
Se i miei ricordi non sono troppo sbiaditi, i Geese erano stati inseriti nel bill di un TOdays Festival a ridosso del Covid, ma poi non erano venuti. All'epoca avevano all'attivo il solo Projector, che guadagnò buone recensioni, fece parlare un po' gli appassionati ma fu dimenticato molto prima della rituale compilazione delle classifiche di fine anno. Un buon disco, per carità, ma identico a mille altri dell'ondata Post Post Punk e derivati, sempre più uguale a se stessa e ormai del tutto incapace di suscitare attenzioni importanti. Il successivo 3D Country suonava già più personale, con la scelta di recuperare molta dell'attitudine di un certo rock anni ‘60, ma anche qui, non andò oltre una ristretta nicchia di appassionati.
Naturale dunque chiedersi che cosa diavolo sia successo poco meno di un anno fa con l'uscita di Getting Killed, che ha proiettato i ragazzini di New York in una dimensione niente affatto immaginabile, visti i trascorsi. Al di là di tutte le ragioni che possono avere testate come Wired e Consequence of Sound, che hanno parlato dell'abile strategia di promozione della Chaotic Good (che ha avuto tra i suoi clienti altri fenomeni dell'ultima ora come Sombre e Mk.gee), l'agenzia a cui la band ha richiesto i servigi, bravissima a orchestrare campagne di simulazione di tendenze e “User Generated Content” per “ingannare” gli algoritmi di TikTok e generare hype tra gli utenti, è indubbio che la qualità del nuovo materiale di Cameron Winter e soci sia di gran lunga superiore. Mettiamoci anche Heavy Metal, il debutto solista del frontman, un disco di cantautorato minimale che è piaciuto tantissimo e ha contribuito fortemente a suscitare interesse attorno alla band.
Insomma, che sia causale o studiato a tavolino, il successo dei Geese appare meritato: sono bravi, hanno dei pezzi incisivi (non tutti ma un certo numero sì) e soprattutto hanno un modo di rielaborare e mescolare le influenze che non rende così assurdo parlare di “originalità”, almeno secondo gli standard del 2026.
E quindi eccoci qui, col Circolo Magnolia sold out da settimane in pieno agosto, e un pubblico impaziente di testare anche dal vivo il valore dei propri beniamini.
Non c'è nessun act in apertura, alle 21 in punto, senza nessuna musica a fungere da intro, i cinque si presentano sul palco e attaccano “Husbands”, il brano che da quasi un anno apre tutte le loro esibizioni. La line up è sempre quella, almeno da quando il chitarrista Foster Hudson ha abbandonato, ormai tre anni fa: Cameron Winter (voce e chitarra), Emily Green (chitarra), Dominic DiGesu (basso) e Max Bassin (batteria) sono insieme fin dai primissimi giorni, dal 2022 hanno poi aggiunto, solo per i tour, il tastierista Sam Revaz.
Sin dalle battute iniziali è chiaro che sarà un trionfo: il pubblico canta fortissimo, parola per parola, e sulla successiva “Getting Killed” in tanti raggiungono le prime file per pogare.
La band avverte questo entusiasmo e dà il meglio, trascinata dal drumming esplosivo di Bassin e sfoderando un groove chitarristico davvero notevole (tastiere, purtroppo, poco presenti nel mix generale, se non negli episodi più compassati).
È difficile definire la musica dei Geese: di sicuro c’è una solida matrice Indie Rock, nelle composizioni eclettiche e mutevoli del nuovo album, ma è forte anche la componente Blues, in una sorta di ritorno alle origini che questi poco più che ventenni maneggiano con sicurezza, come se fosse parte da sempre delle loro radici. Non manca anche una certa attitudine da Jam Band (in un'intervista hanno fatto una battuta sul fatto che il loro gruppo preferito siano i Goose, ad oggi gli epigoni più noti di gente come Phish e Grateful Dead, puntando anche su una quasi omonimia che tende a confondere) anche se il più delle volte l'impressione è che si trattengano un po' troppo, bloccando sul più bello alcune interessanti divagazioni elettriche nelle parti centrali delle canzoni.
Per il resto, la prestazione è ottima, l'intesa tra i vari membri palpabile, è evidente che si tratti di uno di quei gruppi che privilegia la dimensione live e il cui valore può essere compreso appieno solo osservandolo in azione dal vivo. Nonostante la giovane età appaiono tutt'altro che sprovveduti, sono ben coscienti dei propri mezzi e hanno già quell’attitudine piaciona e un po' esibizionista tipica delle grandi rockstar (da questo punto di vista Winter ha carisma da vendere, è chiarissimo che abbia la stoffa per stare ai vertici); può dare fastidio ma questo è quello che sono oggi. Al netto delle strategie di marketing, che ad un certo livello sono indispensabili, i Geese meritano di stare dove stanno e non ci stupiremmo se col prossimo disco salissero ancora di più.
Di contro, c’è che alcuni passaggi dello show sono pesanti e leggermente noiosi, qualche cazzeggio di troppo in certi inserti strumentali, qualche pausa tra un brano e l'altro che toglie fluidità (la scenetta in cui hanno invitato un fan a suonare la batteria su “Bow Down” è stata un po' tirata, anche se bisogna dire che il diretto interessato se l'è cavata ottimamente).
Che abbiano diverse hit nel loro repertorio è tuttavia innegabile: “Cobra”, “Islands of Men”, “Half Real”, “Aux Pays du Cocaine”, “Taxes” hanno un potenziale melodico devastante, pur nella loro ricercatezza, e vedere un posto intero che le canta a squarciagola non può che avvalorare il giudizio.
Non dimentichiamo però le cose più vecchie, perché “2122”, che suona un po' come una versione decostruita dei Led Zeppelin, “Cowboy Nudes”, “Gravity Blues”, “Fantasies/Survival”, per quanto acerbe, mostrano un potenziale che si è poi pienamente dispiegato su Getting Killed.
Un'ora e mezza di concerto, con la sola “Trinidad” come unico e rumoroso bis, opportunamente dilatato e trascinato. I Geese trionfano e convincono, anche se dal mio personale punto di vista hanno ancora qualche margine di miglioramento nella gestione dei tempi dello show e nella messa a fuoco della scrittura. Già così, però, ci sta tutta che siano considerati tra le realtà più valide in circolazione.
Speriamo che questo successo italiano li spinga a ritornare presto, anche quando avranno a che fare con numeri più alti e cachet moltiplicati…
