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REVIEWSLE RECENSIONI
14/09/2026
Arab Strap
Half-Told Tales
Half-Told Tales non è solo una raccolta di storie sospese, promesse di qualcosa che vale ancora la pena scoprire ma che non avremo a disposizione per sempre, ma anche la conferma che gli Arab Strap continuano a scommettere su quello che sono ora, a scrivere materiale nuovo che regge il confronto con i classici invece di limitarsi a risuonarli dal vivo.

Negli ultimi anni abbiamo imparato che nessuna band vuole davvero sciogliersi. I tour di addio sono ormai diventati una barzelletta e quando qualcuno annuncia che smetterà a tempo indeterminato sappiamo già che lo ritroveremo su un palco nel giro di pochi anni. 

È la dura legge del mercato (leggi: se non faccio il musicista, che cosa faccio?) ma ha anche molto a che vedere con quello che è diventato oggi l'ascoltatore medio: poco o nulla interessato ai progetti nuovi, interamente proiettato verso un passato ai suoi occhi unico e irripetibile. Ne consegue un'amara verità: un artista famoso, nel momento in cui lancia qualcosa di diverso dal nome che gli ha dato la fama, si trova quasi nella stessa identica posizione di un esordiente, cioè a dover mendicare una quota di attenzione che non è affatto scontato che arrivi. 

Ecco dunque che continuare sulla solita strada già battuta, tra tour celebrativi zeppi di classici e Deluxe Edition sempre più care, sembra essere divenuto l'unico sistema per sbarcare il lunario con una certa tranquillità. 

Esistono comunque delle eccezioni, e vale la pena celebrarle quando ci capita di incontrarle. Gli Arab Strap si sono sciolti nel 2006 e sono tornati nel 2016 ma, se anche lo avessero fatto per motivi economici, hanno dimostrato che la mera retrospettiva non gli apparteneva di certo. Hanno registrato due dischi di inediti in poco tempo, As Days Get Dark e I'm Totally Fine With It Don't Give a Fuck Anymore, mantenendo lo stesso livello artistico e concettuale dei loro lavori storici e allo stesso tempo svecchiando in maniera sorprendente un sound che, a forza di ripetizioni, avrebbe rischiato di diventare obsoleto. 

 

Half-Told Tales, terzo album post reunion, arriva a cinque anni di distanza dal precedente, dopo due lunghi tour, uno dei quali ha pagato il pegno alla nostalgia del capolavoro Philophobia

Il nuovo disco, uscito il 4 settembre per la loro storica label Rock Action (quella dei Mogwai, nonché il simbolo stesso della scena scozzese), conferma e anzi rilancia quel percorso: quattordici tracce in cui Aidan Moffat e Malcolm Middleton mettono sul piatto tutto quello che sanno fare, come ha ammesso lo stesso cantante, mentre il chitarrista ha parlato apertamente di un lavoro nato dal compromesso, dal tirare in direzioni opposte fino a trovare un punto di mezzo che alla fine funziona per entrambi, pur non rispecchiando al cento per cento la visione di nessuno dei due. 

Ad aprire le danze c'è “I Get Noise”, un pezzo roboante in cui il sax si infila di continuo tra batteria, basso e chitarre distorte, quasi a incarnare fisicamente il rumore evocato dal titolo: è il brano che meglio racconta come, tornando in attività, gli Arab Strap abbiano guadagnato una ricchezza strumentale che il tono più dimesso della prima fase della carriera non aveva, e il ritornello qui arriva come una vera bordata, quasi a rimarcare il concetto. 

“You You You”, primo singolo e video, gioca invece su synth e batteria elettronica, con Moffat nella sua veste più melodica: ricorda l'andamento di un classico come “Don't Ask Me To Dance” ed è probabilmente il pezzo più immediato e riuscito del lotto, con un refrain tormentone che nasconde, sotto la superficie Disco, versi taglienti sul corpo che cede e sulla rabbia verso chi si atteggia a salvatore del mondo. 

 

“Be a Man” riduce tutto all'osso, solo batteria elettronica e piano, con Aidan sospeso tra spoken word e una melodia appena accennata, e una coda di sax davvero bella a chiuderlo. “Fighting For You” è ancora un pezzo pesante, con una sezione ritmica ossessiva e veloce, ammorbidita da una chitarra acustica: anche qui la band dimostra di saper costruire un'atmosfera da singalong nonostante la cupezza di fondo, ed è uno dei brani più ispirati del periodo recente. “Glamour Magick” resta su toni cupi, con una sezione ritmica dinamica, una linea vocale incalzante e un arpeggio di chitarra minimale che gli dà notevole personalità. 

“Gape” e “Under Offer” vanno invece lette insieme: la prima costruita su arpeggio e spoken word, con l'ingresso discreto di una batteria elettronica, la seconda lenta, di piano e sempre versi parlati; un trattamento che le rende entrambe più vicine allo spirito dei primi dischi, con “Gape” che nel testo arriva ad un livello di crudezza fisiologica quasi disturbante, mentre “Under Offer” si muove su un registro più nostalgico e personale (senza anticipare nulla, perché le lyrics di questo gruppo vanno sempre gustate in prima persona, c’è da dire che Aidan rimane sempre un paroliere eccezionale). 

“Basic Physics” è bella piena, un tappeto di tastiere con una discreta dose di melodia che però non sfocia mai in allegria, in accordo con un lavoro che, bene o male come tutti gli altri, fa della cupezza e di un certo grado di depressione auto esibita la propria cifra umorale. 

“Sunsong” parte acustica per poi accelerare e riempirsi, tra le migliori dimostrazioni di come i due continuino ad acquisire maturità nelle soluzioni di arrangiamento.

“Mr. Splitfoot” e “Ampersand” segnano un certo stacco nel mood della tracklist, virando di più sulla melodia, ad assomigliare a vere e proprie ballate acustiche, anche la prima resta ancorata allo spoken word, mentre la seconda ha un ritornello dal taglio più classico. 

Chiudono il disco “Dollar Park”, che mescola voyeurismo e germofobia a un ritratto quasi tenero dei difetti fisici di una partner, tra citazioni pop come Star Wars e Disneyland Paris, e “Beats Per Minute”, il brano che secondo alcuni critico riassume il senso stesso dell'album: una riflessione sul tempo che passa, sulla vita brevissima di un moscerino o di un pettirosso, sulla luce della luna che arriva sulla Terra con un ritardo di poco più di un secondo, a ricordarci che vediamo sempre e solo il passato. Sono temi che Aidan Moffat aveva sviscerato anche in precedenza, ma che in questa sede appaiono più espliciti ed urgenti, tutto di questo brano sembra comunicare l'idea che viviamo nel presente e che ogni nostro respiro è contato

 

Il titolo Half-Told Tales, del resto, non è casuale: rimanda a storie lasciate a metà, sospese come quelle di Sheherazade ne Le mille e una notte, promesse di qualcosa che vale ancora la pena scoprire ma che non avremo a disposizione per sempre. 

Ed è proprio questo il punto: mentre una bella fetta di mercato campa di reunion travestite da eventi e di ristampe sempre più costose di canzoni già note a memoria, gli Arab Strap continuano a scommettere su quel che sono ora, a scrivere materiale nuovo che regga il confronto con i classici invece di limitarsi a risuonarli dal vivo.

Non è un dettaglio da poco, in un'epoca in cui il ritorno di una band viene quasi sempre letto come pura operazione nostalgica: qui la reunion resta quello che dovrebbe essere sempre, un punto di partenza, non un rifugio.

Ci si vede a dicembre al Teatro Regio di Parma.