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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
10/02/2026
Live Report
Hate Moss + Ramco, 05/02/2026, Trenta Formiche, Roma
Abbiamo intervistato gli Hate Moss poco prima dell’inizio del live release party in occasione dell’ultimo lavoro, A Hot Mess, un dietro le quinte intimo nel ventre del circolo Arci Trenta Formiche, in una ambientazione post industrial e autenticamente underground. A voi il racconto della serata (live report e intervista) con parole e immagini del live e del nostro esclusivo dietro le quinte.

Il cancello di ferro subito dopo il tunnel, sotto la ferrovia, suona quasi medioevale al nostro battere deciso, vista la pioggia battente che sferzava le nostre facce. Poco dopo, siamo accolti nel piacevole nido in mattoncini primo novecento, probabilmente una ex officina, un po’ antro della Sibilla Cumana, un po’ foyer di un teatro, di sicuro niente di banale, si percepisce subito che la location contiene nei diversi tunnel paralleli energie attive e mai dome.

Ci vengono incontro Ian e Tina accogliendoci con il calore tipico di chi frequenta palchi e palchetti, dal formale all’informale, in duttilità, con un gran sorriso che scioglie subito l’anima. Ci presentano con l’occasione anche i giovanissimi Ramco, prodotti dalla loro etichetta Stock-a, che da lì ad una mezz’ora abbondante, giusto il tempo dell’intervista agli Hate Moss, saliranno sul palco ad aprire il release party di A Hot Mess.

 

Ci fumiamo mezzo sigaro toscano ed ecco che i Ramco iniziano, con una comprensibile timidezza, il loro live. Sono un duo, due tastiere, ma Marco Franceschelli, il fondatore, oltre a cantare alterna il synth/tastiera alla chitarra elettrica. Gli ci vuole poco a conquistare il pubblico ai Ramco, rapito dalla bella voce di Marco e dalle sue schitarrate oniriche, un sound avvolgente, accompagnato dal suonatore di synth che ciondola la folta chioma riccioluta immerso nei suoni. Nessun genere, basta etichettare, cercateli e ascoltate. Ne sentirete parlare dei Ramco, non finisce qui.

Ma ora ecco gli Hate Moss, operai laboriosi del suono, due formiche insieme a tante altre (almeno trenta, LOL). Si presentano in tuta bianca integrale, un messaggio chiaro, qui si lavora, si vive e si muore sul lavoro, se ne parla tanto ma nessuno fa niente di concreto, di duro, di definitivo.

 

Ian e Tina live sono una potenza, il primo alla batteria acustica e voce, lei synth, suoni e voce. Un ciclone di energia per snocciolare pezzo dopo pezzo la loro produzione già ampia, attraverso la volontà di non farsi catalogare, perché restare liberi è la loro missione esistenziale. Non hanno fissa dimora, nel senso buono, viaggiano in continuazione per live e progetti musicali, spaziando dal Sud America alle porte dell’Asia, senza disdegnare l’Europa.

Non scrivono nemmeno la scaletta, o meglio hanno una idea di massima di dove andrà il live, perché non vogliono perdere le vibrazioni che arrivano dal pubblico, respirarne gli umori, toccarne l’essenza, per far si che la loro performance sia una trascendenza, come dervisci rotanti che si connettono con i misteri dell’universo. Però la scaletta l’hanno poi scritta materialmente (come da foto) esclusivamente per Loudd.

Due note tecniche: luci sempre sul rosso, difficilissime da fotografare, nonostante le richieste multiple della band di cambiarle. Acustica della sala così così, si può fare di meglio, nel senso che abbiamo sentito gli Hate con un altro impianto e la resa è stata completamente diversa.

 

Si parte con "Remake the time", dall’EP Mercimek Days, brano mantrico, sufficiente lungo da far partire il viaggio degli Hate e sincronizzare le menti dei presenti.

"Amor sincreto", dall’ultimo lavoro, la più brasileira delle track, tanto ritmo ed influenze da ogni dove, ma soprattuto da Sao Paulo do Brazil, un viaggio ad immagini.

"Like me", non saprei da quale archivio l’abbiano tirata fuori, ma dalla scaletta risulta, alle mie orecchie non pervenuta.

"Eremita", dall’album Nan del 2022, techno rivisitata e misteriosa.

"Paradox", da A Hot Mess, un recupero dal passato di Ian riattualizzato dagli Hate Moss di oggi, a due voci.

"Dei buoni Dei", da Nan, i CSI li avrebbero coccolati, a noi il coraggio invece di sopportare il dolore della nostra inerzia di fronte ai drammi dell’immigrazione, definita clandestina, ma parliamo di donne e di bambini, che muoiono. Quanto è profondo il mare.

 

A metà concerto, visto il caldo in sala le tute bianche si aprono a metà busto, un gesto sincrono del duo, a marcare che il warm-up è stato completato e ci si lancia a ruota libera nell’ipnosi del live.

"Londres", forse il più “rock” dei brani dei Hate Moss. Un singolo del 2019, so noise, so cool! A squarciagola, sia la voce che la batteria.

"Honey", singolo del 2018, i primi ruggiti del duo italo brasiliano, una sorta di manifesto artistico compositivo di quello che poi saranno gli Hate Moss.

"Bianca", dall’ultimo LP: morti bianche, l’ingiustizia che si rinnova ad ogni lutto. Bianca come calce, che chiude la lapide all’estremo saluto. Bianca come la tuta, come la luce al neon.

"Orli", non pervenuta?

"A Hot Mess", dà il titolo all’album, la più lunga in durata, la più dance, tutta da interpretare come significato, in libertà. Finale trasognante, di quelli che vorresti non finissero mai, tutta la notte così.

 

Bis

"Pensar", da Nen, in portoghese: “historia so é historia de quem escreve a historia”, chiaro no? Da tenere a mente… fa Pensar…

"A Hot Mess" eseguita di nuovo a quattro mani con i Ramco, ancora più potente, ancora più esaltata dalle belle energie in perfetta sintonia dei quattro.

Il concerto si conclude con i saluti alla sala molto piena, i presenti avrebbero voluto suonassero ancora, ma la parte più dance del live l’hanno progettata per un’altra occasione: tuffarsi nei sudori del meltin’pot sonoro dei nostri Hot Mess.

 

 

Le fotografie della serata, a cura di Matteo Nasi

Hate Moss

 

Ramco

 

 

Le interviste di Loudd - Due chiacchiere con gli HATE MOSS

 

Avete appena iniziato il vostro tour collegato a A Hot Mess, qui a Roma al Trenta Formiche, come è scattata la scintilla per realizzare l’ultimo album, voi che siete sempre in giro per il mondo, di fatto quasi imprendibili?

Ian: L’album è praticamente nato in tour, abbiamo iniziato a scrivere i primi pezzi tra una data e l’altra, prendendo influenze soprattutto dai musicisti con cui abbiamo condiviso il palco, serate e sbronze, a parlare di tutto, filosofia compresa. A differenza degli altri album, il fattore live, il fatto di aver condiviso molti palchi, ha influenzato tanto il nostro modo di scrivere A Hot Mess.

Tina: Noi abbiamo pubblicato il nostro primo album Nan nel 2022, dopo il Covid, e già avevamo in testa di far uscire il secondo nel 2024. Poi abbiamo avuto la fortuna di andare in tour per due anni per Nan senza fermarci e poi nel 2025 abbiamo deciso di far uscire il nostro EP Mercimek Days, registrato live a Istambul, prima di un lavoro così importante come A Hot Mess. E soprattutto è stato un necessario momento di pausa, visto che tutti i pezzi erano stati scritti in tour, ed era impossibile in tour fare un attimo mente locale, ad esempio: questa come la vogliamo registrare? E poi abbiamo registrato le batterie per la prima volta nel modo in cui le volevamo fare.

Ian: Dal punto di vista artistico direi che le influenze ci sono state da tutte le altre band ma in modo indiretto, nel senso, non abbiamo visto una band e abbiamo detto: “cavolo voglio fare un riff come loro”. L'influenza c'era, ma era come accumulata nell'inconscio: ad un certo punto, durante la scrittura e la fase di riascolto ci dicevamo cose come: “ah cavolo, però effettivamente questo sembra molto quella roba di quella serata lì!”.

 

Posso chiedervi come avete registrato le batterie, visto che Tina le ha citate prima?

Ian: Abbiamo uno studio di amici di Chieti Scalo, LooV Studio, che salutiamo, dove andiamo spesso a provare; questa volta siamo andati con la nostra strumentazione e abbiamo fatto tutto in modo indipendente, è una buona sala prove e si prestava anche pensando alla qualità del sound. E poi, essendo viaggiatori, abbiamo per forza uno studio portatile, e quindi in questo caso abbiamo registrato le batterie, ma altre cose le abbiamo registrate in altri posti campionando varie cose in tutto il mondo.

Tina: In realtà il precedente album, Nan, era stato fatto tutto in casa perché era durante il covid. Era proprio impossibile andare in studio, quindi le batterie nell'album sono elettroniche, di conseguenza in questo album è la prima volta in cui diciamo: ok, come vogliamo che escano determinati suoni? Abbiamo avuto modo di sperimentare.

Ian: Anche in questo album, come in altri lavori, abbiamo collaborato con un produttore, Pour Atom Oil (Mauro Polito, ndr), che ha già lavorato con altre band, anche qui a Roma, come gli In A Sleeping Mood, un altro suo progetto. Quest’ultimo lavoro è stato prodotto interamente con Pour Atom Oil, che questa sera è qui ed è anche il suo compleanno.

Tina: Rimane sempre (ed è una cosa che diciamo per tutti gli album, perché è la verità) rimane un discorso moooolto collettivo qualsiasi cosa che facciamo, perché oltre alle ispirazioni, poi anche nel pratico, spesso magari la chitarra ce l'ha registra una persona, il basso ce lo registra un'altra, le cose che mando io sono campionature.

Ian: Anche perché non siamo dei musicisti molto bravi (no infatti! Aggiunge Tina, ndr,), molto bravi a stare sul palco ma poi quando si tratta di fare le cose da musicisti veri abbiamo bisogno di aiuto.

Tina: Lo facciamo fare a quelli bravi per davvero e poi noi lo portiamo in giro. A ispirarci.

 

Che modestia encomiabile!

Ian: Loro non lo sanno ancora ma registriamo delle cose... una volta che sono caduti nella nostra trappola!

 

Avete voglia di commentare ogni singola traccia di questo vostro album appena uscito?

Tina: "A Hot Mess", che è il brano che dà il titolo all'album, in realtà è stato scelto dopo, cioè il titolo dell'album già c'era e poi abbiamo detto “vabbè questa canzone come la chiamiamo”? Ci sta bene che abbia il nome uguale al nome dell'album, quindi l'abbiamo lasciata così. Sono un po’ affezionata ad "A Hot Mess" perché in realtà è la prima canzone in cui ho scritto molto di più, tutti gli altri brani sono scritti insieme, e per la parte testuale diciamo che io faccio più da “correttore di bozze”, quindi dico “guarda questa roba secondo me funziona meglio così”, invece in questo caso ci ho proprio messo un po' più di mio. Mi piace come brano perché mi dà l'idea di essere molto leggibile, le persone che lo ascoltano possono dargli il significato che vogliono perché alla fine parla di relazioni umane, che si perdono e che si ritrovano, e quindi mi piace questa sensazione che da.

Ian: Il secondo brano è "Bianca" ed è molto importante perché è un pezzo in italiano, innanzitutto. Mi piace scrivere in italiano, è un pezzo che ho scritto io e che poi naturalmente insieme abbiamo elaborato, ma diciamo che la penna è più la mia, in questo caso. Mi metto sempre alla prova perché scrivere dei pezzi in italiano, su un tema molto importante, con una poetica che tento sempre... diciamo che tento di riportare miei studi in questa cosa qua, soprattutto nel lavoro anche di musicista. Ho una vena cantautoriale che mi piacerebbe ogni tanto far sentire e in casi come questo tento di farla venire fuori. Poi si mescolano elettronica e tutta una serie di cose, però diciamo che ho tentato di tirare fuori il cantautore che è in me, per raccontare una storia che deriva naturalmente da tutta una serie di shock, di cose brutte che vediamo sui giornali. Poi, ahimè, a volte l’ispirazione arriva anche da quelle notizie, siamo un gruppo che tenta sempre di dire un po’ quello che pensa riguardo al sociale. L'artista che non si butta sul sociale mi sembra un'artista che non è un'artista fino in fondo, io non voglio dire che sono un'artista, però voglio dire quelli che si dicono artisti...

Tina: "Mentiras" è una canzone che è nata in un viaggio in Sudamerica, abbiamo frequentato degli ambienti “do yourself” con delle situazioni simili a quelle che frequentiamo dappertutto. Per me era la prima volta in quelle zone e persone, ci siamo fatti molto influenzare dai loro racconti. Siamo arrivati in Argentina che era stato eletto Milei da due settimane, quindi è stato un momento incredibile di scambio con le persone. In Brasile c’era Bolsonaro, insomma era una cosa molto molto calda e ha influenzato anche la parte musicale: c’è la musica andina, ci sono un sacco di influenze sudamericane che ci sembravano la cosa giusta da inserire. A Buenos Aires ci siamo ispirati a quanto abbiamo visto e abbiamo inserito una roba punk, quindi è stato veramente un'ispirazione del tipo: “sta roba sarebbe fica farla in un pezzo” e quindi l'abbiamo rifatto, tutto in spagnolo, ci piaceva sperimentare la cosa.

Ian: Poi c'è "Paradox", un pezzo che mi piace molto, ci sono molto affezionato perché la cellula di "Paradox" è una roba che avevo scritto quando avevo 14 anni, quindi ho tirato fuori da quei momenti in cui sei con la chitarra a “cazzeggiare” e ti riesce una roba che dici: "ma questa roba usiamola!". E quindi poi naturalmente il testo l’ho scritto con una evoluzione, chiamando poi Taito al sassofono baritono che ha impreziosito il pezzo e sono molto contento di come è venuta. Penso che è un po’ dance, un po’ punk, un po’ alternativa, perché c'è questo sassofono che dà “fuoco alla roba”, tanto sud di Londra, come band con moltissimo sassofono come i Black Country, New Road, no?... noi abbiamo questa attitudine: un po’punk, un po’dancy.

 

E’ bello non catalogarvi più di tanto.

Tina: Per quest’album è impossibile, è peggio del solito.

Ian: Quando ci siamo messi in testa di fare un nuovo album ci abbiamo provato, però poi dopo non riusciamo ad uniformarci a un genere, è proprio la nostra debolezza.

Tina: O forse la nostra forza.

Ian: Non lo so, perché poi maggior parte delle volte che escono le review dell'album e c'è sempre questa cosa deve ritornare.

 

Possiamo dire che è contro l'algoritmo?

Tina/Ian: Ah! Quello sicuramente.

 

Confondete l’algoritmo!

Ian: Esattamente, sicuramente. Da alcune recensioni dell'album, come già ci è successo, spesso viene fuori un'idea che siamo in un'evoluzione e che questa evoluzione deve però ancora arrivare. Invece, parlando con un ragazzo che mi aveva fatto questa critica, ho detto che in realtà noi Hate Moss non ci vogliamo evolvere: noi vogliamo continuare a restare in questa continua evoluzione, quindi tutti i nostri album probabilmente saranno così in futuro. Alcuni si aspettavo di vederci prendere il volo, ma in realtà restiamo in questo limbo.

Tina: Anche perché poi la cosa bella è che puoi esplorare delle cose diversissime, sarebbe altrimenti una noia mortale.

Ian: "Amor Sincreto" è una sorta di flusso di coscienza il testo in portoghese, una poetica molto ermetica che però è molto simbolica: sono tutta una serie di simboli che sono immagini, quindi molto visuale. Molte cose della città di San Paolo, e in più c’è la collaborazione di Vitor Brauer che è un personaggio grandissimo nell'underground brasiliano, che io stimo per quello che fa e per come lo fa. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerci dopo un concerto e ci siamo messi a scrivere qualche cosa, lui ha scritto una poesia che poi ha recitato e inserito nel brano. Durante il live la recita Tina con il megafono.

Tina: "Charon" in realtà è un brano che è nato per ultimissimo, pochi mesi prima che uscisse il disco, assieme ad un nostro caro amico che si chiama John Lyndon. E’ americano ma vive a Istanbul. Noi l'ultimo anno siamo andati spesso a Istanbul per registrare Mercimek Days, dove John ci ha sentito suonare per la prima volta: gli è piaciuto molto, infatti scherziamo sempre sul fatto che che la musica più bella, più facile da fare, secondo lui, è quella nuova. E’ nata quindi questa cosa perché lui è una persona incredibilmente letterata, sa tantissime cose, ricorda tantissime cose, mi lascia senza fiato. John ci ha detto che c’era questa poesia, che mi piace molto, molto bella recitata, un po’ come sarebbe in italiano la recitazione in endecasillabi, come era il latino una volta, solo che in inglese c'è una regola specifica.

Ian: Mi ha regalato questo foglietto, in realtà poi ho capito solo dopo che mi voleva mettere alla prova, perché è una poesia che parla di un personaggio, che poi si capisce, per un italiano di solito è facile perché abbiamo un minimo di conoscenza della Divina Commedia. Il personaggio è Caronte e racconta la traversata del fiume e tutta una serie di ulteriore cose, infatti il brano si chiama "Charon". E’ stato interessante perché lui mi ha dato questo foglio non sapendo se io se potessi poi capire di cosa si parlasse, invece io l'ho guardato, ho letto alcune righe e ho detto: parla di Caronte. E’ rimasto stupito, e quindi me l'ha regalata: “vai allora questa la usi come track” ha detto John.

Tina: Poi ci ho pensato, noi capiamo perché magari noi cresciamo con Dante Alighieri, cioè ho un minimo di cultura classica. In America forse meno. Quindi abbiamo chiesto a John a quel punto di registrare la sua voce, quindi c'è questa sua lettura, nel modo corretto in cui la poesia va letta. L’abbiamo trasportata in stile techno, ci piace sporcare la techno, se diventa troppo sempre uguale io perlomeno dopo un po’ mi annoio, quindi ci piace sporcarla con delle cose un po’ di “Word”, anche per renderla più semplice all'ascolto.

Ian: "Sette" è una poesia che ha scritto mio cugino, era psicologo e adesso ha lasciato tutto ed è diventato macellaio. E’ una poesia su questo passaggio di vita, una filastrocca che ha scritto lui e poi ci ho rimesso un po’ le mani per trasformarla in canzone, in stile cantautorato. Volevo proprio fare una roba chitarre e suonini, a stroncare un attimino dopo la techno di "Charon". Ho detto: facciamo una roba che dopo "Charon" non c'entra niente.

"Just Another Dream", che è l'ultimo brano a chiudere, è un pezzo che inizia con una specie di lavoro di sound design e noi sperimentiamo in questo ambito. Abbiamo amici che lavorano sul sound design quindi abbiamo proviamo a mettere in atto queste conoscenze. C’è una specie di respiro di drago e questo respirone accompagna poi una melodia. Arriva poi un pensiero semi lucido di sogno, attivo o passivo, questo lo lasciamo interpretare all'ascoltatore. E’ un viaggio mentale di una persona e viene accompagnata da un trippone, un moto libero di interpretazione, un viaggio personale di ognuno. Abbiamo inserito in questo caso del trip hop quasi sul drum&bass. Volevo riprendere l'ambiente anni ‘90, coinvolgere così Pour Atom Oil, lui è patito di questi generi, quando facciamo queste cose proprio impazzisce!

 

Questa sera eseguirete tutti i brani di A Hot Mess?

Tina: Non tutti i brani, generalmente quando uno fa un nuovo album porta lo porta nel live nuovo, invece noi abbiamo un po’ questa cosa per cui ci piace creare un percorso durante il live e per farlo è necessario riportarci anche delle cose vecchie, in modo che, che sia un ascoltatore nuovo o che sia qualcuno che viene per la prima volta ad un nostro concerto, lo indirizziamo verso quello che stiamo facendo.

Ian: Tanta musica è conosciuta quindi ci sono anche i pezzi vecchi, c'è molta gente che li conosce.

Tina: E’ anche qualcosa che facciamo per aiutarci nei live: oltre ad essere un percorso per il pubblico è anche una cosa nostra, perché la scaletta ti aiuta, ti fa crescere, ti fa da “riscaldamento”, dici vabbè “cominciamo con questa che è una cosa più tranquilla” che poi ci porta là, ci gasiamo su quella dopo quindi c'è una mix zone di cose vecchie e cose nuove. Quindi faremo la metà dell’album nuovo.

 

Grazie Tina e Ian, sono sicuro che stasera ci divertiremo, tanta merda per il live!

 

 

Le fotografie di Matteo Nasi

 

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