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REVIEWSLE RECENSIONI
01/09/2026
Westside Cowboy
It Goes On
I Westside Cowboy non hanno nessuna intenzione di darti quello che ti aspetti e regalano un disco d'esordio con 11 pezzi che non scelgono mai la via più comoda, che raramente vanno dritti al punto, e che, proprio per questo, restano addosso più a lungo di quanto sembri in un primo ascolto.

C'è un momento, ascoltando It Goes On, in cui capisci che i Westside Cowboy non hanno nessuna intenzione di darti quello che ti aspetti, ed è forse il pregio più grande (e insieme il limite) di questo disco d'esordio: undici pezzi che non scelgono mai la via più comoda, che raramente vanno dritti al punto, e che proprio per questo restano addosso più a lungo di quanto sembri in un primo ascolto. 

Rispetto ai due EP che li avevano preceduti (This Better Be Something Great e So Much Country 'Till We Get There, di quest'ultimo avevo parlato su queste stesse colonne), It Goes On è un lavoro decisamente più vario, quasi come se il quartetto di Manchester - cresciuto tra le mura della Royal Northern College of Music e reduce dalla vittoria dell'Emerging Talent Competition di Glastonbury 2025 - avesse deciso di mettere sul piatto ogni sfaccettatura della propria scrittura, arrivando a un ideale punto d'incontro tra l'irruenza dei primi Arcade Fire e le divagazioni quasi canterburiane dei Black Country, New Road: indie rock e alt-folk che si rincorrono senza mai sovrapporsi del tutto, tenendo insieme energia e imprevedibilità. 

Non è un caso, dunque, che il disco sia nato da un ripensamento: le session erano partite al Diamond Mine di New York, ma la band - insieme al produttore Loren Humphrey, già al lavoro con i Geese e il loro frontman Cameron Winter - ha scelto di tornare a registrare a casa, ai Greenmount Studios di Leeds, una decisione tutt'altro che formale, visto che la bassista e vocalist Aoife Anson O'Connell ha raccontato di essersi sentita completamente estranea a se stessa nella breve parentesi americana, ritrovandosi invece pienamente una volta che il gruppo si è riconfigurato come (parole sue) "le quattro persone che fanno questo da sempre"; allo stesso modo, anche il batterista Paddy Murphy ha respinto l'idea di dover salire di livello abbandonando le proprie radici, rivendicando il valore della scena che li ha cresciuti. 

È un atteggiamento che si sente tutto nei suoni e nelle scelte di arrangiamento: niente rincorsa al main stage dei grandi festival, piuttosto la fedeltà a quello che il cantante e chitarrista Reuben Haycocks ha definito "bedroom sound". 

 

Si parte con “Kick Stones (The Boys)”, ritmo incalzante tenuto in piedi dalla chitarra acustica prima di riempirsi progressivamente e trasformarsi in una cavalcata spensierata con una punta di nervosismo mai del tutto risolta, le due voci (maschile e femminile) che si intrecciano con naturalezza, in una gestione dei piani dinamici già indicativa di una band che pensa per contrasti; significativo anche che il brano si chiuda smorzandosi invece di esplodere, scelta che dice molto dell'attitudine di tutto l'album. 

La successiva “Paper Chains” alza il volume, dinamica potente e basso in primo piano, poi un break acustico a spezzare il fiato: struttura semplice, durata contenuta, ma l'efficacia è tutta nell'andamento e in melodie che vanno a segno senza sforzo apparente, fino a una sfuriata elettrica finale quasi punk, uno dei momenti più diretti del disco. 

Con “Dobro” il riferimento si sposta verso l'atmosfera slacker dei Pavement, incrociata però con l'impatto melodico dei migliori Weezer, e il ritornello lavora su armonie più ricercate del previsto dentro una cornice che resta comunque ipnotica. 

“Well Done Kid, You Did It” è forse il momento più vivace del lotto, ritmo sostenuto e giochi strumentali interessanti nel break centrale, con un finale che riprende la stessa melodia accelerandola fino quasi a farla saltare. Poi arriva “Worried Age”, uno dei picchi del lavoro: gli Arcade Fire di Neon Bible aleggiano ovunque, e la musica riesce a farsi veicolo credibile dell'ansia di cui parla il testo, tanto che il magazine Clash ha letto il brano come un ritratto di un'intera generazione per cui il panico sembra più reale di un pensiero razionale (ed è anche il momento in cui si capisce che abbiamo davanti una band di Millenial). Qui il tema è amplificato mediante una crescita graduale dopo la prima strofa (con l'ingresso di una batteria sempre più incalzante) a rappresentare un momento davvero ben costruito, difficile non pensare che dal vivo funzionerà ancora meglio. 

 

“Big Wheels” cambia decisamente registro: ballata malinconica che cita nei versi di apertura il testo di “Knockin' on Heaven's Door”, indie folk senza troppe pretese ma che rende benissimo anche grazie ad armonie vocali che sanno il fatto loro. 

“Pin Up Boys” segna la ricomparsa delle atmosfere elettriche, probabilmente l'episodio che ha più margine per diventare, sul palco, ancora più tirato e potente di quanto già non lo sia nella sua versione in studio. 

“Coyote”, con Aoife Anson O'Connell ad occuparsi delle parti vocali, è tra i vertici del disco, parte in acustico e poi prende letteralmente il volo, evocando insieme ai già citati Black Country, New Road anche act come Broken Social Scene e Decemberists; curioso scoprire che sia stata scritta pochi giorni prima di entrare in studio (a tal proposito i nostri hanno commentato che “Un'idea resta un'idea anche quando arriva all'ultimo momento”). Bello anche il finale, con la batteria che picchia duro, un momento di liberazione istintiva che è un po' la cifra stilistica di un gruppo che ama molto farsi trascinare dalla passione, oltre a pensare i pezzi a tavolino.

“Patchwork” rallenta i giri, soluzioni inizialmente minimali, poi qualche svisata quasi prog e un riempimento strumentale, nella seconda parte, che lavora su ritmiche non lineari, chitarre e tastiere che si muovono con un'attitudine più da jam che da canzone strutturata. 

“Take My Leaving As I Love You” riporta tutto all'osso, chitarra e voce, una sorta di ripresa di fiato prima dell'obbligatoria conclusione di “You Could Have Died There on the Dancefloor”, quasi un compendio di tutto ciò che è venuto prima, un luogo in cui tutte le anime del disco convivono senza doversi scegliere; e a questo punto non stupisce che proprio in questo brano compaia il verso "I am everything but perfect / But I'm trying", da leggere quasi una dichiarazione di poetica involontaria per l'intero lavoro. 

 

Per quanto studiate e definite, l'impressione è che si tratti di canzoni pensate per essere rielaborate, arricchite, spinte oltre nella dimensione live, e la sensazione costante è che It Goes On sia un punto di partenza più che un punto d'arrivo: orecchiabili ma mai di facile presa, i brani nascondono quasi sempre un dettaglio che disorienta, una svolta che non si attendeva, e anche le parti strumentali, pur restando semplici in apparenza, non suonano mai scontate. 

Il rovescio della medaglia è l'assenza di una vera hit: evitando sistematicamente il ritornello ammiccante e le soluzioni più immediate, i Westside Cowboy consegnano un disco che fatica a lanciare un singolo che possa davvero rimanere impresso al primo ascolto. Si tratta dunque di canzoni non facili da ricordare ma solide e la differenza, con questa band, sembra tutta lì: tanto ancora da limare, ma altrettanta sostanza su cui costruire il futuro.