Cerca

logo
Banner 2
REVIEWSLE RECENSIONI
So Much Country 'Till We Get There EP
Westside Cowboy
2026  (Nice Swan Records)
INDIE ROCK AMERICANA/FOLK/COUNTRY/SONGWRITERS
all REVIEWS
24/02/2026
Westside Cowboy
So Much Country 'Till We Get There EP
I Westside Cowboy fanno un Country Folk alternativo che definiscono “Britaicana” e, nonostante la giovane età, hanno già una sicurezza e una chiarezza di vedute tipica delle band più navigate. Questo loro secondo EP lo dimostra e non vediamo l'ora di vederli all'opera anche con un LP, oltre che con un tour da headliner.

Per il sottoscritto è iniziato tutto lo scorso ottobre, al concerto dei Black Country, New Road ai Magazzini Generali di Milano, con la raccomandazione da parte di un amico ad arrivare puntuali, perché il gruppo di apertura valeva la pena di essere visto.

Si è trattata di una mezza folgorazione, in effetti, come ho già avuto modo di raccontare nel report di quella data.

I Westside Cowboy vengono da Manchester ma non hanno nulla, nella loro proposta, che possa richiamare l'estetica sonora che ha reso famosa questa città. Nel loro Country Folk alternativo si respirano echi di Arcade Fire, Broken Social Scene, Decemberists, Neutral Milk Hotel e degli stessi Black Country, New Road, nell'odierna declinazione pastorale e canterburiana.

Da parte loro, hanno avuto la pensata geniale di appiccicarsi addosso l'etichetta “Britaicana”, a significare la fusione di due grandi scuole di pensiero; oppure, se preferite, a porre l'accento su una declinazione British di una musica che vuole andare al cuore delle radici musicali di un popolo.

 

Reuben Haycocks (chitarra e voce), James Bradbury (chitarra e voce), Aoife Anson O'Connell (basso e voce) e Paddy Murphy (batteria) sono poco più che ragazzini ma se leggete le interviste che hanno finora rilasciato, vi renderete conto che hanno già una sicurezza e una chiarezza di vedute tipica delle band più navigate.

Non c'è molto da sorprendersi, in effetti: hanno già calcato i palchi dei principali festival europei (l'amico di cui sopra li aveva visti all'End of the Road, per dire), sono andati in tour con un gruppo dalla fama consolidata e le riviste specializzate di mezzo mondo ne stanno parlando da almeno un anno come della nuova next big thing in ambito Indie Rock. Da questo punto di vista, arrivo con un ritardo clamoroso e non è certo la prima volta che succede, l'importante è sempre e comunque accorgersene, dell'esistenza di certe band.

Cos'hanno di così speciale, questi quattro ragazzi mancuniani? Dal punto di vista dell'originalità, assolutamente nulla: come ho già detto, propongono un compendio di Alt Folk dalle venature Country che è la somma di millemila act che hanno calcato le scene negli ultimi venticinque anni almeno (alcuni nomi li ho fatti prima, voi potete mettercene altri e non sbaglierete di certo). Dalla loro, tuttavia, hanno una lucidità nella scrittura decisamente invidiabile, ed una capacità notevole di scombinare le carte, riempiendo i brani di elettricità fino a sconfinare nell'Indie Rock più ruvido (un aspetto che dal vivo risulta particolarmente visibile); in più, una sicurezza nella gestione delle dinamiche che fa sì che i brani, dalla struttura tutto sommato semplice e quasi sempre lineare, acquistino di volta in volta una vivacità e una irrequietezza inusitate.

 

So Much Country 'Till We Get There è il loro secondo EP, arrivato a quattro mesi di distanza dall'esordio This Better Be Something Great (indicazione che per il momento pare mantenuta alla lettera), e ce li mostra più maturi e già pronti per il disco vero e proprio, che a questo punto speriamo non tardi troppo.

Cinque brani, 14 minuti di durata, ma parecchie idee e tanta sostanza: “Strange Taxidermy” inizia soffusa, con atmosfere a metà tra i Lankum e i già citati BCNR, ma si sviluppa con un crescendo da manuale, riempiendosi progressivamente e salendo d'intensità fino all'esplosione finale.

“Can't See” è più veloce e rumorosa, si avvale di efficaci fraseggi chitarristici e di un andamento piuttosto nervoso; uno di quegli episodi che dal vivo verrò senza dubbio accelerata e resa ancora più esplosiva. “Don't Throw Rocks”, il singolo di cui è stato anche girato un video, è invece molto solare, ricorda i primi Arcade Fire ed è forse l'episodio dove la chimica tra i quattro emerge di più, soprattutto nell'impasto vocale (il fatto che siano sempre in tre a dividersi le parti soliste è un valore aggiunto in tutto il lavoro).

 

Anche “The Wahs” è bella energica, una piacevole cavalcata dal ritornello anthemico, di quelli da cantare a squarciagola sotto il palco, mentre il break centrale, con un rallentamento ed una parte strumentale molto semplice che tuttavia varia parecchio l'atmosfera, è una prova di come siano già in grado di curare i piccoli dettagli che rendono più interessante un brano.

Si chiude con “In the Morning”, classica ballata Folk, voce e chitarra acustica, che è forse l'episodio meno incisivo ma che risulta tutto sommato piacevole.

Ci accodiamo anche noi al plauso mondiale per questi Westside Cowboy, nell'attesa di un nuovo disco e di un tour da headliner che tocchi anche il nostro paese.

La dimostrazione che si può essere grandi anche senza chissà quali innovazioni.