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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
La Prima Estate - Day 1: JackWhite, The Hives, Lissy Taylor, Jagwari, Unadasola, 19/06/2026, Lido di Camaiore
Live Report
2026  (GDG Press)
MATTEO NASI OLAF LARSEN II
all SPEAKER'S CORNER
20/06/2026
Live Report
La Prima Estate - Day 1: JackWhite, The Hives, Lissy Taylor, Jagwari, Unadasola, 19/06/2026, Lido di Camaiore
Esordio con line-up stellare al primo giorno de La Prima Estate, livello altissimo, dai quasi esordienti alle stelle del rock, in una venue suggestiva per tradizione e presente. Questo il racconto in parole e immagini della prima giornata del Festival.

Il Festival La Prima Estate presso il parco BussolaDomani, al Lido di Camaiore, si sta sempre di più affermando come un appuntamento irrinunciabile per gli amanti della buona musica. Non è solo una questione di coerenza delle line-up create, ma soprattutto della qualità complessiva che raccoglie, in diverse date tra giugno e luglio.

 

La prima giornata del primo weekend del festival è aperta da UNADASOLA, che in realtà è un duo, di Pietrasanta, la Toscana ispirata e poetica.

Loro si definiscono così:

unadasola non esiste

Si esiste almeno in due

O ancora meglio in 3

O mille e 3

Hanno pubblicato il loro primo LP prodotto da Emma Nolde e Andrea Pachetti, lineagialla, e le loro voci polifoniche si intrecciano come un’edera delicata che risale un muro ricco di storia. C’è tanta ricerca della profondità nella loro creazione, partendo da studi accademici di canto lirico (Arianna) e chitarra jazz (Francesco), approdando ad un'impronta musicale originale e distintiva: fondono storie di vita a forte impatto emotivo, ricordandoci che, bene o male, ognuno di noi cerca di seguire una “lineagialla” nella vita, anche se poi ci si allontana da questa, spesso inconsapevolmente. 

La parte canora si fonde con la parte acustica della chitarra di Francesco, unito ad un'elettronica essenziale. Entrano aprendo il festival vestiti di bianco; visto il sole ancora alto, perfetta mise per la delicatezza della loro poetica. Una prova live che scalda il cuore in una giornata di prima estate. Seguiteli da vicino, vi piaceranno e cercherete di portarli con voi in vacanza, se avete cuore, sensibilità e perché no, fortuna.

 

Seconda band JAGWARI, from Genoa e Milan, e si vira verso sonorità punk e indie ma anche nessuna delle due se preferite. Senza dubbio si va verso giri più alti per iniziare a scaldare, dopo il cuore, anche i muscoli. L’ambiente, la gioventù con le sue difficoltà, i Jagwari cantano in italiano anche se i titoli di alcune delle tracce sono in inglese, un vezzo libero di giocoso rock&roll che non guasta mai (prendersi troppo sul serio). Dai testi emerge tutto il desiderio di libertà e ribellione, la stanchezza di una routine opprimente, genitori scarsi o assenti, mani in soccorso che non sono mai arrivate, qualche accenno alle droghe, tutti gli ingredienti di un'adolescenza continuativa al dì là dell’anagrafe, che ormai conta poco nell’era attuale.

Brani migliori e brani meno, ma ci mancherebbe. Il suono della band si apre con ricchezza allontanandosi oltre il mixer, sotto palco invece un “smarmellatronix” di frequenze distorte che non rendevano giustizia. I Jagwari son stati la band giusta, al giusto momento in scaletta e nella giornata giusta.

 

Con LISSY TAYLOR speravamo in una ventata di freschezza, visto il gran caldo. La leggerezza che ci voleva per ricaricare le batterie e idratarsi con tante birre per lo show successivo? Purtroppo la voce di Lissy assomiglia molto a quella di Patsy Kensit, per chi  ricorda la cantante pop britannica dal pop leggero, e lo show scorre via senza molti sussulti, non proprio nell’indifferenza generale, ma poco ci manca.

Al dì là dei meriti artistici, tutti da comprendere, potrebbe essere una scelta azzardata proporre questo genere di artista in un contesto di qualità così alta e sonorità che virano verso il garage/post punk degli artisti successivi (e precedenti). Nonostante la band di Lissy abbia messo tanta energia, la performance non è decollata. Sicuramente in un altro contesto, meno esposto, potrebbe risultare un ascolto apprezzato per un certo tipo di pubblico. Forza Lissy, forse era solo la giornata meno adatta.

 

Subentrano quindi i THE HIVES, longeva band svedese dalla città siderurgica di Fargesta, che da più di trent’anni si occupano di ottimo rock&roll collaborando con personaggi di “poco conto” nella storia della musica come Josh Homme (Queen Of The Stone Age) e Mike D (Beastie Boys), tanto per citare qualche nome. Reduci dalla pubblicazione del loro ultimo LP The Hives Forever, Forever The Hives, hanno collezionato 13 brani che potenzialmente suonano tutti come singoli indimenticabili, con l’intenzione di suonarli nelle arene più affollate del pianeta.

Dichiarano sul loro sito: “Voglio dire, questa band dorme finché non ci svegliamo e poi spacca tutto finché non ci riaddormentiamo, quindi una volta che abbiamo la canzone a posto, che è la parte difficile, è abbastanza facile”. Insomma è evidente che la band è abitata mentalmente da spiriti istrionici e folli con un'ironia costante che nel corso dei decenni li pone al top delle band dal vivo. Hanno aperto concerti dei Rolling Stones e Ac/Dc, ed oggi infiammano il pubblico prima di Jack White.

Si parte con "Enough is Enough", seguito dalla successiva "Main Offernder" e Pelle è già tra le braccia delle prime file. Correrà in quasi tutti i brani nel corridoio divisorio tra le due zone dell’arena, fermandosi solo per la lunghezza limitata (circa venti metri) del cavo microfono. Attorciglia talmente tanto il cavo che poi senza perdere tempo lascia ai suoi “ninja” sul palco il compito ingrato di dipanare l'ingorgo, dopo che il microfono è stato lanciato almeno un paio di volte da sotto a sopra il palco con un punkettissimo tonfo sonoro da tanti decibel. Un microfono che ha vita per una sola singola performance.

Pelle si fa una birretta alla spina gentilmente offerta dai fan sotto e prosegue in lattina sul palco, fa ancora caldo e per uno svedese non deve essere facile rinunciare ad una corretta idratazione.

Niklas Almquist, chitarrista e fratello di Pelle, annuncia verso la parte finale del live che ha tra le mani la chitarra di White, tirato in ballo più volte da Pelle per sovreccitare il pubblico e perché in fondo sono molto amici e quindi citare più volte la star della serata non fa altro che creare maggiore empatia circolare.

Pelle dichiara che vuole andare avanti a fare questa vita finché sarà possibile, fino alla fine, e perciò la band svedese chiude in trionfo con "The Hives Forever, Forever The Hives". Un inno credibile ed incredibilmente Loudd. 

 

Abbiamo ascoltato prima del live Pelle Almquist in una sorta di dialogo aperto con fan e stampa presso un hotel fronte mare, incontro coordinato per il festival da Massimo Coppola, storico volto di MTV e tanto altro. Le prime domande di Massimo orientano subito la conversazione:

M.C. Benvenuto. Perché voi aprite per Jack White e non il contrario? (Domanda generata da Lorenzo, trader italiano a Londra, in attesa di Pelle, ritardo di 40 minuti)

Pelle: Jack è un amico, è complicato. Siamo molto famosi, ma forse non quanto dovremmo in base alla qualità. Sarebbe più comodo per me se fossimo ancora più famosi.

M.C. : C’è una connessione tra le aree operaie e il rock and roll, come a Detroit o Birmingham. Ma il vostro progetto sembra artificiale, quasi un personaggio.

Pelle: Se sei povero e vivi in un posto brutto, vuoi scappare dalla realtà, non vuoi la "finta autenticità" dei jeans strappati. Vuoi essere magico. Negli anni '90 tutto doveva essere triste per essere autentico, ma l’essere umano non è sempre triste.

Finirà l’incontro con i fan tra tanti selfie, dimostrando una empatia fuori dal comune.

 

Inizia a scendere la sera e sul palco sale l'headliner di serata, JACK WHITE. Lo spettacolo inizia già con il cambio palco, i rodie sono tutti vestiti in completo nero e cappellino alla Jack. Introducono pian piano, immersi nella nebbiolina da fog machine, il set che si compone in modo essenziale, ma molto indicativo: batteria orientata con grancassa verso Jack, bassista dietro la batteria defilato di lato, White al centro con tre ampli Fender valvolari in serie microfonati, tastiera Hammond in alto sulla destra, con suono verso il centro. Totem con scultura teschio blu tratta dell’ultimo album di Jack in uscita il 10 luglio, Frozen Charlotte.

Occorre riconoscere la superiorità degli americani quando si tratta di culto del dettaglio per l’intrattenimento live, ogni cosa è studiata nei minimi dettagli, non c’è quasi nulla di casuale. Però l’imprevisto è sempre dietro l’angolo: Jack al primo brano di attacco "That’s How I’m feelig" (da No Name), dirompente come al solito, trancia una corda e, prima di suonare la successiva "Black Math" cambia chitarra.

Saranno quasi la metà le canzoni tributo al periodo dei White Stripes, un’amore per il duo con Meg White che il chitarrista di Detroit percepisce bene. Patrick Keeler alla batteria è il riferimento continuo di J.W.: è a lui che si rivolge continuamente per dettare tutti i tempi del live. Patrick suona alla Charlie Watts, impugnatura della bacchetta sinistra in stile jazz old school, un tocco raffinato e potente costante riferimento per tutti. Dominic John Davis, bassista da suoni e tecnica sopraffina, completa una sezione ritmica di alto livello. Bobby Hemmet all’Hammond completa la band con un’aria da Joey Ramone che fa sorridere di felicità spensierata.

Il set di Jack scorre a velocità supersonica, suona per un’ora e trenta con pausa di meno di due secondi tra un brano e l’altro, tutta una filata senza bis, in stile White. Lo stile di Jack White è veramente unico: riesce a trasmettere una tensione nervosa ad ogni singola nota che non è solo tecnica, è un transfer di modulazione della rabbia imprigionata nelle note, è il suo modo di essere arrabbiato, probabilmente da quando era il più piccolo di tanti fratelli e sorelle. Se lo riporta anche nei blues più tranquilli, un finger print che lo rende leggendario. Anche la Fender se n’è accorta e dal sito di White si parla della The Jack Withe Colletion, due Telecaster speciali, ampli valvolari ed altri articoli. Chiude il set con "Seven Nation Army", scappa il "Pooo Po Po Po Po Pooooo Pooo" e siamo tutti metaforicamente in curva, ma amiamo nonostante ciò il brano, che ormai è inscindibile dall’appropriazione popopopolare che ne è derivata. Come si dice: i figli sono di chi li cresce, non di chi li genera e quindi che il brano sia della curva e così sia.

 

 

Le fotografie de La Prima Estate - Day 1, a cura di Matteo Nasi - @forafewshotsmore

The Hives

 

Lissy Taylor

 

Jagwari

 

Unadasola

 

Il Pubblico de La Prima Estate - Day 1