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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
La Prima Estate - Day 5: Gorillaz, Wolf Alice, Nation of Language, Don West, Bhadmari 27/06/2026, Lido di Camaiore
Live Report
2026  (GDG Press)
MATTEO NASI OLAF LARSEN II
all SPEAKER'S CORNER
28/06/2026
Live Report
La Prima Estate - Day 5: Gorillaz, Wolf Alice, Nation of Language, Don West, Bhadmari 27/06/2026, Lido di Camaiore
Racconti dalla quinta, rovente, giornata: tra il banco delle meraviglie di Bhadmari, le apollinee chiome fluenti di Don West, gli ammalianti Nation of Language, il rock (o forse no?) dei Wolf Alice e la carambola di stimoli accattivanti che emergono dall'incredibile live dei Gorillaz.

La quinta giornata del festival della Prima Estate si apre con BHADMARI, che porta con sè uno scenario surreale. Marisa appare come la descrivono, una giovanissima donna dell'appartamento accanto che dalla sua cameretta, contenitore dei suoi pensieri, è stata catapultata su un palco enorme, invaso dal sole estivo e per questo riempito di teli metallici a protezione degli strumenti. Lei, con il suo piccolo banco delle meraviglie, è proiettata fuori contesto nel mezzo del sito di qualche missione Artemis futura. E non è il solo elemento di contrasto. Lei è sicuramente emozionata ma, come la sua confezione tutta elettronica per la musica, non si piega alla fragilità.

Ci racconta delle sue insicurezze e di quelle della sua età, in questa era insicura, ma invece che affogarle le amplifica e ne fa un motivo di ballo, nella più classica tradizione dell'elettro-pop-synth e parecchia contaminazione techno-dance. C'è una demolizione dei suoni potenti, poi una ricostruzione su brevi frasi introspettive, nella Repubblica dei Bassi Tonanti c'è anche spazio per lasciarsi cullare ogni tanto. Si sente un'anima gentile con un eccesso di energie positive da spendere e qualche piccolo diavolo da esorcizzare. Il pubblico, già folto, lo percepisce e incoraggia forte, aumentando l'energia, l'imbarazzo e, nel contrasto, la catarsi.

 

DON WEST, salito sul palco subito dopo, è una creatura mitologica: a prima vista una di quelle artefatte che nei secoli passati si inventavano per millantare grandi scoperte, incollando pezzi di animali diversi. C'è una band, fiati compresi, che sembra appena scesa da una nave da crociera di terza classe, con tanto di cappellini di una taglia troppo stretta. All'improvviso entra un Adone impossibile con due spalle che rischiano di non entrare sull'enorme palco. Potrebbe iniziare una sfilata di moda (pare che Don, effettivamente, sia del mestiere...) o uno spogliarello per le ragazze che faticano a trattenere un sorrisetto ammiccante, perfino le più punkettone! Poi la voce del più Figo del West si fa profonda o acuta per accogliere lo spirito di Barry White e dello Smooth Soul più romantico, condito di mosse aggraziate e pose plastico-piacione. In compagnia di un paio di "gente del mestiere", ci guardiamo divertiti e un poco spaesati, malcelatamente invidiosi circa l'aspetto e, forse (sicuramente!) per questo, riteniamo che l'insieme sia troppo buffo e iperbolico per resistere a qualche risata.

L'effetto semi-comico è sottolineato dai frequenti stilemi iperclassici: una intera tastiera scorsa velocemente, un wah-wah invadente alla fine della strofa, manca giusto un tocco di sognanti chimes. Ma ben presto ci arrendiamo alla bravura di tutti sul palco: non si può negare che ci sia grande eleganza e competenza nelle melodie e nel canto di questo improbabile australiano. Certo, non osa assolutamente nulla di nuovo, a partire dal titolo del suo album, Give Me All Your Love, che non ha nemmeno un anno di vita ma ne dimostra "-anta". Ma il modo in cui si vota alla sua causa nostalgica '60-'80 è impeccabile. Don è la prova che certa buona (anzi, ottima) musica non stanca mai e tutti noi stiamo ora immaginando di ondeggiare sulla luccicante pista da ballo, in crociera verso Sydney con gli spiriti di Barry White e Marvin Gaye a proteggerci da ogni pericolo del mare e del cuore. La navigazione di Don West lo ha già portato per qualche anno sui palchi in Oceania, Europa e Nord America, gli auguriamo altro buon vento tra le apollinee chiome fluenti.

 

A seguire la rivelazione del giorno. In graziosa punta di piedi arrivano da Brooklyn, NY, i NATION OF LANGUAGE. La loro musica è come dare ad un Commodore 64 un cuore sensibile e uno sguardo attento (ok, a onor del giusto dico che i suoni sono un bel poco più evoluti di quelli che escono dal chip SID 6581). Come nel piccolo precursore dei PC, c'è poco di naturale nel synth-wave-goth-pop e perfino il basso di Alex MacKay si asserve con rispetto al bellissimo Moog ma, come Uomo di Latta, c'è tutto l'Amore di chi lo ha creato e di chi lo interpreta. Ascoltiamo con piacere la loro intervista sul tetto del mondo versiliano, iniziata surrealmente con il doloroso ricordo del primo evento italiano. La colpa delle peripezie passate dal testicolo di Ian Richard Devaney, seme del gruppo (per stare in tema). Accertati che il Piccolo Eroe ora sta bene, ci raccontano di come il progetto sia nato circa un decennio fa per il bisogno di aggregare e scambiare fragilità e intimità, così tanto che da allora Ian e Aidan Noell sono compagni di vita. Non solo. Il progetto di Ian virò verso vibrazioni semplici ma mai banali che tutti possono suonare con un minimo di dimestichezza con un sintetizzatore, scelto apposta perché "facile" da imparare per la sua bella, che all'epoca era digiuna completa di musica suonata. Che dono!

La scaletta è breve e a maggioranza di "repertorio" con un solo pezzo dall'ultimo A Dance Called Memory. Il mix, però, rispecchia bene le riflessioni sulla nostalgia di un passato non vissuto (il "kraut", il "New Order") su cui non ci si adagia a cercare l'Epoca d'Oro ma si trovano chiavi per innovare e per aprire i propri sentimenti ("The Wall & I", o la emozionantissima "Weak in Your Light"), oppure per comprendere un mondo che cambia così brutalmente (ma reso con familiare morbidezza in "Division Street", o nella frustrata ricerca di redenzione di "Inept Apollo"). Da notare il gesto dell'aereo in picchiata di Aidan quando il mattatore Massimo Coppola, di MTViana memoria, le chiede come vanno le cose oltreoceano. C'è preoccupazione, ma c'è la cura.

Sul palco sono ammalianti. Aidan ha una grazia sognante irresistibile, splendidamente immersa in un sorrisetto rapito dalla sua stessa magia musicale. Lei fluttua leggera con le note, mentre Ian vortica intensamente, ha una voce coinvolgente e quando raramente non è perfettamente precisa coinvolge ancora di più. Proietta l'energia di chi non vede l'ora di incontrare un nuovo amore al primo appuntamento. A volte si incontra con Aidan, si appartano alle tastiere e il contrasto-fusione è tanto commovente quanto musicalmente galvanizzante. Alex al basso è un monumento, non tradisce mai emozioni ed è un fashion statement vivente grazie ai capelli a scacchi e agli accessori notevoli. Ma è anche e soprattutto la presenza solidissima che, in contrasto con il suo corpo minuto e i modi un pelo altezzosi, comanda sicurezza e dona una base solidissima e generosa alla poesia dei suoi compagni di viaggio. Tre ragazzi da milioni di ascolti che sanno far vibrare morbidamente gli elettroni e donano una splendida alternativa a qualsiasi irragionevolezza, insulsa brutalità e deleteria nostalgia (qualcun'altro ne ha per caso notato l'aumento, ultimamente?). Pubblico ed io innamoratissimi. Tornate presto!

 

Arriva il momento dei WOLF ALICE e io avevo grandi aspettative, oltre che bisogno di una dose di Rock senza compromessi. Quando ho visto il palco tramutarsi veramente, questa volta, in quello di una nave da crociera di terza classe, con stellona riflettente e gradini lampionati alla San Remo, mi preoccupo. L'ingresso à la Moulin Rouge della bambolona Ellie Rowsell, con tanto di chiappa rotante, mi ha spiazzato. Non tanto per la innegabile sensualità della Lupa Alice, ma per un senso di artefatto, di costruito, lontano dalla spontaneità graffiante che il rock richiede. Il suo viso era a tratti annoiato e spento. Attenzione, così non era la voce che ne usciva: un talento speciale, un controllo totale su una potenza che incute terrore o ammirazione. Sarà un poco questo il tema della serata, un compito svolto da 10 e lode ma da un replicante. Peccato perché la "Boom Baby Bloom" d'apertura prometteva tanto.

Leggo con frequenza della loro dedizione alla dimensione di band, oggi in flessione viste le difficoltà e le mutazioni nel mondo della musica. Purtroppo, anche il gruppo ruota ben compatto musicalmente, ma come pianeti nell'orbita di un sole in spegnimento non si incontrano mai davvero. Theo Ellis, tutto giallo e con stivaloni agricoli, è un ottimo mattatore che prova a più riprese a galvanizzare un pubblico a mezzo vapore. Il suo basso intriga benissimo con Joel Amey impegnato alle pelli e a tratti alla voce, ma sulle ballate ritrite (tante, troppe, in linea con la loro costante virata nella produzione) è quasi un massaggio cardiaco per la sopravvivenza. Joff Oddie è intenso sulla chitarra ma non spicca praticamente mai, non una fuga, non un assolo vero. Da nessuno. Anche visivamente sono incoerenti, disaggregati. Si può sembrare dei mariachi scanzonati come The Hives, o tutti improponibili come i primi Jane's Addiction, ma qui si passa dagli estremi stilistici omicidi di Ellie, al palco del bingo, alla sportiva fragranza di Theo e al casual del resto. I lavori si fanno fino alla fine o preferisco un più sincero look canottiera-ciabatta. Nel pubblico rimaniamo tiepidi, applaudiamo, però...

Fermi tutti! La Lupa sente il richiamo del branco e mostra a tutti le zanne. Corre nello spartifolla con occhio predatorio, fa scaricare il pacemaker di qualche ragazzo di un tempo, scuote il pelo infradiciando la preda. Il tutto ululando e ringhiando le note di una "Yuk Foo" squartante, seguita da una perfetta "Play the Greatest Hits". Ah! Adesso che la mia vorace fame di rock è più appagata, ci può stare anche la morbidezza in chiusura di "Don't Delete the Kisses" (QUESTA è una ballata!), però lo sguardo di Ellie torna vacuo. Forse il caldo, o forse questa lupa è una bestia morente, capace ancora di qualche sprazzo ma che non tiene il passo dell'evoluzione naturale?

 

Quando si parla dei GORILLAZ lo ammetto candidamente: sono rimasto a quando "Sono felice, mi sento allegro, ho il sole in saccoccia". Quindi non vi aspettate una disamina comparativa della Scienza Videosonora di questi scimmiotti ormai cresciuti a un King Kong. Non ho idea di cosa aspettarmi, per me sono ancora quei quattro personaggi di fantasia dal sorriso beffardo davanti a qualsiasi pericolo. E invece la realtà atterra pesante quando ci vogliono 50 minuti buoni per allestire il palco più ricco che abbia mai visto, filarmoniche a parte. C'è un intero quartiere di percussioni esotiche, condomìni multipiano di tastiere, uno schieramento di pedaliere, una selva di microfoni e 12 teste luminose pronte a redimere quella che finora è stata una delle poche debolezze del festival, cioè l'impianto luci piuttosto sottotono. L'attesa è fremente, soprattutto per le migliaia di migliaia di giovanissimissimi accompagnati, tutti imbellettati di merch a tema. Tengono a malapena la pipì dall'eccitazione. Il megapalco non si riempie subito, almeno di artisti, perché l'overture è di un solitario, onirico flauto indiano di Ajay Prasanna che accompagna un video disneyano librodellagiungleggiante, ma con gli iconici personaggi alter-ego.

Così, 2-D, Murdoc Niccals, Russel Hobbs, e Noodle ci accompagnano in uno stralunato cammino nella foresta dell'immaginario. I più giovani riconoscono subito il sentiero, vivono sognando la prossima mossa bislacca, la loro fantasia (e quella di noi adulti, i giovani originali del repertorio gorillezco) si perde nei travestimenti e nelle tensioni sul grandissimo schermo. Quando con un boato l'immagine dell'artista Jamie Hewlett si fa carne, Damon Albarn porta i rinforzi, per un totale di 14 artisti, compreso un coro di voci nere potentissimo. Ma non finiranno qui, una roulette di voci, in presenza o su traccia, animerà le frequenze negli stili più svariati. Non è una novità che la mescola di stili è stata e rimane la forza musicale del progetto, continuando con spesse vene etniche (come "Damascus"), barre urbanissime ("Stylo") e pop melodico e mangereccio.

Ve lo giuro, non è possibile descrivere la ricca carambola di stimoli che riesce a rimescolare anche i più distanti in questo mare immenso di partecipanti al rito. Sonorità accattivanti nascondono spesso denunce, traumi, insoddisfazioni; guerra e armi sono temi ricorrenti nei coloratissimi cartoons, creando atmosfere magneticamente angoscianti ("The Happy Dictator") e significative per tutte le età. E qui si entra nella zona "Tranz": di transito, trasferimento, oltre che di travestimento. Da una generazione all'altra, da un continente all'altro, resto stupefatto dalla premonizione che questi due buontemponi ebbero un quarto di secolo fa, quando i media andavano a vapore, l'intelligenza non era artificiale e sostituire la propria celebrità con quattro sconclusionati immateriali era un rischio enorme. E invece hanno creato un mito, un messaggio così sfaccettato, complesso ma leggero che ha infilzato il tempo e lo spazio come uno spiedino. Non dimenticando la Grande Musica. Con le voci dei ragazzi all'unisono che mi ricordano che "sono inutile, ma non per molto. Il futuro sta arrivando... sta arrivando".