C’è qualcosa di profondamente rassicurante nella longevità dei New Found Glory. Non tanto perché la band della Florida continui a fare dischi (cosa non scontata) ma perché, a quasi trent’anni dalla formazione, Jordan Pundik e compagni sembrano ancora convinti che il pop punk sia un linguaggio perfettamente adatto a parlare della vita adulta.
Listen Up!, dodicesimo album in studio del quartetto, arriva dopo sei anni di silenzio discografico e in un contesto personale tutt’altro che semplice. Ma proprio per questo suona come uno di quei dischi che riaffermano una verità elementare: l’energia adolescenziale che ha animato il genere può trasformarsi in qualcosa di più riflessivo senza perdere la propria immediatezza.
Per capire dove si colloca Listen Up! bisogna tornare brevemente alla storia dei New Found Glory. Formatisi a Coral Springs, Florida, nel 1997, la band è stata tra i principali architetti del pop punk dei primi anni Duemila, accanto a gruppi come blink-182 e Sum 41. Dischi come New Found Glory (2000), Sticks and Stones (2002) e Catalyst (2004) hanno definito un’estetica precisa: melodie iper-orecchiabili, chitarre veloci e un’attitudine che mescolava romanticismo adolescenziale e l’eredità della scena hardcore da cui provenivano. Nel corso degli anni, tuttavia, il gruppo ha dimostrato una sorprendente capacità di adattamento: album più recenti come Makes Me Sick (2017) hanno accentuato la dimensione pop della scrittura, mentre Forever + Ever x Infinity (2020) ha riportato in primo piano un suono più robusto e muscolare.
Listen Up! sembra nascere proprio dall’incontro di queste due anime. Prodotto da Steve Evetts (Saves The Day, Lifetime) e registrato con il chitarrista Dan O’Connor (che segue la band in tour) assieme alla formazione classica composta da Chad Gilbert (chitarra), Jordan Pundik (voce), Ian Grushka (basso) e Cyrus Bolooki (batteria), l'album non perde tempo a stabilire le sue intenzioni. È un disco che sintetizza l’istinto melodico affinato negli ultimi anni con l’energia chitarristica che ha sempre costituito il marchio di fabbrica della band.
Ma è anche inevitabile leggere l’album alla luce della vicenda personale del chitarrista Chad Gilbert, a cui nel 2021 è stato diagnosticato un raro tumore alle ghiandole surrenali, poi diffusosi alla colonna vertebrale e ai polmoni. Durante la lavorazione del disco Gilbert ha affrontato cicli di chemioterapia estenuanti, alternando sessioni in studio a visite mediche e ricoveri. In pratica, mentre la band continuava a suonare dal vivo, lui restava a casa a scrivere canzoni. È una dinamica che lo stesso Gilbert ha ironicamente paragonato al ruolo di Brian Wilson nei Beach Boys degli anni Sessanta: il compositore isolato che scrive le canzoni mentre gli altri portano il nome del gruppo in giro per il mondo.
Questa condizione permea Listen Up! senza trasformarlo in un disco cupo. Al contrario, uno degli aspetti più sorprendenti dell’album è la sua ostinata positività. L’apertura è affidata a “Boom Roasted”, brano elastico e contagioso che prende di mira un mondo sempre più incline a monetizzare la tristezza collettiva. Subito dopo arriva “100%”, probabilmente il manifesto estetico del disco. Il pezzo poggia su un intreccio di chitarre compatte e una sezione ritmica esplosiva, mentre Pundik canta con l’urgenza di chi ha ancora qualcosa da dimostrare. Non sarà destinata a diventare una hit generazionale come “My Friends Over You”, ma funziona perfettamente come dichiarazione di intenti.
Il cuore dell’album si trova nella sua sezione centrale, dove la band alterna nostalgia, introspezione e puro divertimento. “Beer & Blood Stains” è una delle tracce più riuscite: un viaggio nel passato della band, quando i concerti si tenevano in piccoli club della Florida dove la linea tra festa e rissa era spesso sottile. Musicalmente è una scarica di energia hardcore, con breakdown pensati per scatenare il pit. Ancora più interessante è “Medicine”, forse il vero gioiello del disco. Guidata da un giro di basso caldo e da una melodia luminosa, la canzone richiama i Green Day di Warning: meno frenetica del tipico repertorio NFG, ma ricca di una malinconia pop che la rende immediatamente memorabile. È uno di quei brani che dimostrano quanto la band sia ormai a proprio agio nel muoversi tra pop punk e power pop.
Altrove l’album torna a correre a tutta velocità. “Laugh It Off” recupera le atmosfere più aggressive di Catalyst, mentre “Treat Yourself” incarna la filosofia ottimista che attraversa l’intero disco. In “You Got This” Gilbert riflette invece sul rapporto con chi gli sta intorno durante la malattia, cercando un equilibrio tra gratitudine e il desiderio di essere trattato come una persona normale.
Non tutte le tracce hanno lo stesso peso specifico. “A Love Song” e la stessa “Boom Roasted” funzionano bene, ma restano episodi relativamente standard nel catalogo della band. Più curiosa è “Dream Born Again”, che riprende e trasforma in versione elettrica il brano acustico pubblicato tre anni fa in Make the Most of It. Qui i New Found Glory lo amplificano con chitarre riverberate e un crescendo emotivo che ricorda certe band emo degli anni Novanta. Il finale è affidato a “Frankenstein’s Monster”, brano che affronta più direttamente la battaglia di Gilbert contro il cancro. Non lo fa però con toni tragici, bensì con un’energia quasi liberatoria: la sensazione è quella di una band che guarda in faccia la paura e decide comunque di continuare a suonare.
Naturalmente Listen Up! non reinventa il pop punk. Dopo quasi tre decenni di carriera, nessuno si aspetta che i New Found Glory lo facciano. Ciò che il disco dimostra, piuttosto, è quanto il gruppo sia diventato abile nel gestire la propria eredità. Le canzoni sono concise, efficaci e costruite con la precisione artigianale di chi conosce alla perfezione le regole del genere. Ma c’è anche qualcosa di più: un senso di gratitudine, di consapevolezza del tempo che passa, che raramente emergeva nei loro lavori giovanili.
Se Forever + Ever x Infinity aveva mostrato il lato più energico della band e Makes Me Sick quello più melodico, Listen Up! è il punto in cui queste due tendenze si incontrano. Il risultato è un disco solido, spesso divertente e a tratti sorprendentemente toccante. È vero, non è un capolavoro e nemmeno il grande ritorno che in tanti si aspettavano, ma è il disco di una band che, dopo quasi trent’anni, ha ancora qualcosa da dire – e soprattutto la voglia di farlo a un volume molto alto.
