Il 23 novembre del 1993, esce per la Colombia Records, Live At Sin-è EP, il primo lascito dell’angelo Jeff Buckley a noi umani. Da quel momento in avanti la sua storia artistica diventa leggenda, il figlio del grande Tim entra nell’empireo del rock e si trasforma in uno degli artisti musicali più iconici del decennio, nonostante la morte prematura, un solo vero album all’attivo (il successivo Grace, che uscirà ad agosto del 1994), e un disco postumo, Sketches For My Sweetheart The Drunk (1998), interessante ma frammentario, che avrebbe segnato, se portato a compimento, un allontanamento dal romanticismo disperato del suo predecessore.
Oggi, il mito di Jeff Buckley è più vivo che mai, come testimonia It’s Never Over, lungometraggio uscito a marzo di quest’anno che ripercorre la vita, personale e artistica, del musicista californiano. La sua figura continua a catturare l’interesse degli appassionati, e a rinfocolare il rimpianto per la sua perdita in tutti coloro che l’hanno vissuto in prima persona, durante quella breve, ma esaltante stagione. Soprattutto, la sua musica continua a essere ascoltata, grazie a un pugno di canzoni toccate da imprimatur divino e a una voce vertiginosa, di cui nessuno al mondo ha saputo, poi, pareggiare la stordente e selvaggia bellezza.
In quel lontano 1993, però, tutto doveva essere ancora scritto, la gloria imperitura era solo una lontana speranza e il destino malevolo non aveva ancora mostrato il suo volto crudele.
Jeff Buckley era solo un ragazzo segnato dal rapporto conflittuale con il fantasma dell’iconico padre, un giovane musicista in cerca di fortuna, che suonava, accompagnato dalla sola chitarra elettrica, in piccoli locali newyorkesi. Un artista emergente, che viveva, probabilmente, il momento più felice della sua esistenza, come chiarì lui stesso quando il successo iniziò a tormentarlo.
"C'è stato un momento della mia vita non troppo tempo fa nel quale potevo semplicemente esibirmi in un café e fare ciò che mi piaceva fare, suonare musica, imparare esibendomi, esplorare cosa significasse per me, cioè divertirmi mentre irritavo e/o divertivo spettatori che non mi conoscevano. In questa situazione avevo il prezioso e insostituibile lusso del fallimento, del rischio, della resa. Ho lavorato duramente per mettere insieme queste cose, questo ambiente di lavoro. Mi piaceva e poi mi è mancato quando è sparito".
Quell’EP, registrato nell’omonimo locale dell’East Village della Grande Mela, ci fece conoscere il talento smisurato di Buckley, nonostante contenesse solo quattro canzoni, due ("Mojo Pin" ed "Eternal Life"), che sarebbero confluite in Grace, e due cover, "Je n'en connais pas la fin", portata al successo da Edith Piaf, e "The Way Young Lovers Do" di Van Morrison.
Un breve antipasto di quello che poi avremmo ascoltato in Grace, ma sufficiente per lasciare tutti sbalorditi. Se ripenso a quell’ascolto (ero un ragazzo affamato di musica, esattamente come lo sono oggi), ho il ricordo di un’autentica folgorazione. Da quale mondo ultraterreno arrivava quella voce? Quanto in alto poteva spingersi? Come poteva Buckley, nella stessa canzone, alternare un falsetto angelico a un ringhio rabbioso, come era possibile, ascoltandolo, provare al contempo estasi mistica e il dolore lancinante di uno sprofondo emotivo senza fine?
Quando dopo la sua morte, si pensò bene di dare fondo agli archivi del cantante, con svariate pubblicazioni (live, raccolte, un box set), nel 2003, vide la luce una edizione estesa di Live At Sin-è, chiamata Legacy Edition, contenente due dischi e un DVD, che dilatano l’ascolto a trentaquattro tracce, tra monologhi, divertenti interazioni con il pubblico e, ovviamente, molte canzoni, tra cover e brani originali.
Oggi, cavalcando l’onda di successo ottenuto dal film It’s Never Over, quella legacy edition viene ristampata (senza DVD), in una versione integralmente rimasterizzata.
Basta accendere lo stereo e inserire il cd nel lettore, e la magia torna a rivivere. Sembra un miracolo, ma Buckley si spoglia dei panni di celestiale icona e torna in carne e ossa, a fianco a noi, con una serie di interpretazioni sbalorditive. Bastano i nove minuti di "Lover, You’ve Should Come Over" per essere proiettati in una dimensione trascendente, in cui il tempo è sospeso, lo spazio si fa immateriale e la musica diviene respiro condiviso.
E c’è molto di più: gli scherzi con il pubblico, una parodia dei Doors, le storielle raccontate, le cover di Nina Simone, Bob Dylan, Leonard Cohen, Van Morrison e Led Zeppelin, una versione embrionale di "The Last Goodbye" e un’interpretazione da brividi di "Calling You" (dalla colonna sonora del film Bagdad Cafè).
Chi già possiede l’edizione pubblicata nel 2003, conosce ormai la cristallina bellezza di questa raccolta e, salvo aneliti completisti, può tranquillamente fare a meno di questa reissue. Coloro che, invece, se la fossero persa o non conoscono ancora la musica di Jeff Buckley, possono cogliere una ghiotta occasione per accostarsi a uno dei più grandi e sfortunati musicisti di tutti i tempi. E una volta che vi lascerete toccare l’anima da quella voce impetuosa e delicatissima, non ce ne sarà più per nessuno.
