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REVIEWSLE RECENSIONI
17/10/2026
Pulp
Live!
Live!, dei Pulp, restituisce in pieno la sensazione di una band in grandissima forma, che suona ancora fresca nonostante il mezzo secolo di storia alle spalle.

Due anni fa ho assistito, dalle primissime file, allo show che i Pulp hanno tenuto da headliner sul main stage del Primavera Sound (qui il live report). Fu un concerto pazzesco, un'esperienza indimenticabile che probabilmente rimarrà per sempre tra gli highlight delle mie lunghe vicende concertistiche. Soprattutto perché, visto il rapporto tra il loro seguito italiano e l'ammontare del loro cachet, sarà difficilissimo poterli vedere dalle nostre parti nel prossimo futuro. Quindi, a meno di organizzare un altro viaggio all'estero, questo live album ha, per quanto mi riguarda, la funzione di farmi rivivere quelle emozioni e, in linea generale, offre una fotografia fedele di una band che sembra vivere una vera e propria seconda giovinezza.

Pare infatti abbastanza evidente che il loro ritorno sia stato tra i più credibili in questi ultimi anni afflitti da una vera e propria ansia da reunion, amplificato anche dall'altissimo livello del nuovo album More, uscito lo scorso anno.

Live!, pubblicato il 28 agosto da Rough Trade, è il primo disco dal vivo ufficiale nella storia dei Pulp, se si esclude qualche sparuta registrazione finita nelle deluxe edition dei dischi in studio (in particolare la registrazione dello storico concerto a Glastonbury del 1995, peraltro uscita con tagli vistosi): un vuoto clamoroso per una band con quasi cinquant'anni di carriera alle spalle (hanno raggiunto il successo piuttosto tardi, per cui raramente si considera che si sono formati nel 1978), colmato solo ora, nel pieno di questa rinascita ricca di soddisfazioni. 

 

Il disco è stato registrato dal vivo alla O2 Arena di Londra, durante le due serate del 13 e 14 giugno 2025 (rispettivamente la 566ª e la 567ª data nella storia della band), proprio nella settimana in cui More balzava al numero uno della classifica britannica: un tempismo che lo rende quasi un documento ufficiale del momento esatto in cui i Pulp sono tornati ad essere una forza creativa, non solo un'operazione nostalgia. 

Ci sarà anche una versione video, che non è un semplice contorno promozionale: i due concerti sono stati filmati da Garth Jennings, storico collaboratore della band fin dai tempi del video di "Help the Aged", e diventeranno il film-concerto Pulp: What Do You Do For an Encore?, con la regia dello stesso Jennings e la voce narrante di Jarvis Cocker, in arrivo su MUBI in autunno.

L'unica nota dolente è che non si tratta di una registrazione integrale: in quelle sera i Pulp suonarono più di 20 brani, mentre l'album ne raccoglie solo 18 (vedremo se le tracce mancanti saranno recuperate nel film). 

Per il resto, la setlist è comprensibilmente zeppa di classici, anche se comunque da More ci sono 6 brani  ("Spike Island", "Slow Jam", "Farmers Market", "Grown Ups", "Got to Have Love" e "A Sunset"), una scelta che fa capire come questa nuova creatura goda la fiducia sincera della band, mentre il resto è un digest quasi perfetto della loro epoca d'oro, da "Common People" a "Disco 2000", da "Do You Remember the First Time?" a "Mis-Shapes", fino alla deep cut rappresentata da "O.U. (Gone, Gone)" ripescata direttamente dal 1992. 

 

Jarvis Cocker ha raccontato la genesi del titolo con la consueta ironia, spiegando che un concerto è il momento in cui le canzoni tornano in vita, e che per questo il disco si chiama così: effettivamente ha ragione perché ascoltandole in queste nuove versioni, sembra che non siano mai state più vive di così. 

Sul palco, accanto al nucleo storico Cocker (voce), Candida Doyle (tastiere e organo Farfisa), Nick Banks (batteria) e Mark Webber (chitarra), suona una band allargata che negli ultimi anni è diventata parte integrante del suono live e in studio dei Pulp: Andrew McKinney al basso (a riempire il grande vuoto lasciato dalla scomparsa di Steve Mackey), Emma Smith al violino e alle voci, Richard Jones alla viola e alle tastiere, Adam Betts alle percussioni e Jason Buckle all'elettronica. A Londra la formazione si è arricchita ulteriormente con una piccola sezione d'archi (vista peraltro anche due anni fa a Barcellona), impiegata non solo per gli arrangiamenti ma anche per i cori, percussioni aggiuntive e persino fiati improvvisati (letteralmente in tenuta da rave, tra cappellini a secchiello e fischietti) durante "Sorted for E's & Wizz", oltre a due coriste entrate in scena a metà show per dare ancora più corpo e soul al secondo set.

 

Come già detto, Live! restituisce in pieno la sensazione di una band in grandissima forma, che suona ancora fresca nonostante il mezzo secolo di storia alle spalle. Colpisce, tra le altre cose, la scelta di eseguire i pezzi storici nella tonalità originale, senza abbassamenti di comodo per risparmiare la voce di Cocker: si sente la fatica, in certi passaggi, ma è una fatica che restituisce autenticità, non certo stanchezza (del resto dal punto di vista fisico il frontman appare davvero in forma). 

I momenti migliori coincidono, come è fisiologico che accada in gruppi di tale portata, con i titoli più amati: "Disco 2000" arriva già alla quinta posizione della scaletta, quasi una dichiarazione di sicurezza da parte della band, con il synth-riff che corre secco sopra la sezione ritmica e il pubblico che sale in cattedra sul ritornello fino a sovrastare quasi la voce; "Common People", furbescamente lasciata alla fine, si allarga invece in un crescendo lungo e teatrale, con gli archi che spingono sotto la voce di Cocker ed il sing along collettivo che fa venire decisamente i brividi. Sono, dopotutto, tra le canzoni più belle del ventesimo secolo, non credo di esagerare, e qui trovano una resa perfetta, con un'energia che il disco riesce a trasmettere intatta. 

Emozionanti anche "Sorted for E's & Wizz", introdotta da un breve intermezzo parlato di Cocker e sostenuta da una sezione d'archi che per l'occasione abbandona gli strumenti classici per passare a fischietti, shaker e cori da rave, rendendo ancora più tagliente il contrasto tra la leggerezza sonora ed il testo non certo accomodante; "Grown Ups", è invece tra i momenti più riusciti del nuovo corso, mostrando come i brani di More reggano benissimo il confronto con i classici: merito anche di un arrangiamento più disteso, quasi cameristico, in cui viola e violino aprono spazio a un fraseggio vocale più intimo.

"Mis-Shapes" torna invece a mordere con la chitarra di Webber in primo piano e un tiro quasi punk che riporta la scaletta su ritmiche più dirette; "Do You Remember the First Time?" chiude il cerchio con un arrangiamento fedele all'originale ma arricchito dai fiati aggiunti in loco, che ne ammorbidiscono leggermente gli spigoli senza però intaccarne la nostalgia di cui è ammantato sin dalle origini. 

Da segnalare anche la versione quasi spoglia di "Something Changed", affidata solo a Cocker, Webber, Doyle e Banks in formazione ridotta, che nella sua semplicità risulta uno dei momenti più toccanti dell'intero disco. 

 

Unico neo, se proprio dobbiamo: l'assenza di "Pink Glove" sa di clamoroso, ma è anche vero che il gruppo l'ha esclusa da tutta quest'ultima leg del tour (sorte condivisa con “I Spy”, peraltro), una scelta piuttosto obbligata se consideriamo tutte le hit che hanno inanellato nel corso degli anni ed il loro più che giustificato desiderio di non trasformarsi in un semplice Juke Box (e di non fare la fine degli Oasis, aggiungerei giusto per fare un po' di polemica). 

Per il resto, la scaletta sfiora davvero la perfezione, rendendo Live! la prova tangibile della qualità di un ritorno che, tra tutti quelli visti negli ultimi anni, è senza dubbio tra i più credibili.