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REVIEWSLE RECENSIONI
23/09/2026
Julia Holter
Materia
Materia è il nuovo disco di Julia Holter, artista che continua a muoversi per sentieri personalissimi. Un copanion album del disco del 2024 che torna ad una scrittura più cerebrale, tra pop barocco e avanguardia.

Julia Holter è tornata con Materia, settimo capitolo di una carriera che continua a muoversi per sentieri personalissimi; se devo essere sincero la sua versione che amo di più resta ancora quella di Have You in My Wilderness del 2015, dove aveva trovato un equilibrio perfetto tra raffinatezza e accessibilità che raramente si è poi ripetuto allo stesso modo; definire Materia un disco di scarti sarebbe ingeneroso, ma di certo non è un lavoro interamente nuovo, tant'è che la title track era già presente nel disco precedente, Something in the Room She Moves, e qui viene riproposta in due nuove versioni, mentre le altre tracce sono nate durante il tour di quell'album o da idee scartate in fase di produzione. 

Del resto Holter stessa lo ha definito un "companion album" del disco del 2024; se però quel precedente lavoro era più a fuoco e concentrato, qui sembra tornare quella scrittura un po' gratuitamente cerebrale che caratterizzava Aviary, disco salutato da più parti come un capolavoro ma che personalmente ho sempre trovato eccessivamente pretenzioso; qui almeno la durata è contenuta, appena sette tracce per circa 34 minuti, e questo aiuta a godersi i brani e ad assimilarli senza disperdersi. In generale resta un bel lavoro, un compendio utile del precedente, con momenti di alto livello anche se non tutto funziona sempre benissimo. 

 

Si apre con "The Laugh Is in the Eyes", atmosfera da pop barocco con arrangiamenti scarni, drumming secco e archi tesi, melodia eterea: è il suo marchio di fabbrica, un buon pezzo pur senza sussulti, con un break centrale dove tutto si fa ancora più rarefatto e un bel solo di clarinetto a chiudere il cerchio.

"My Lost One" lavora su un piano elettrico minimale e una linea vocale sussurrata, con vocalizzi sullo sfondo e un basso fretless che ricama tessiture sfuggenti — non a caso l'ha descritta come una "witchy folktale ispirata ai libri per bambini, con filastrocche inquietanti e sillabe senza senso, alberi che crescono nei salotti e animali vestiti che fanno cose", raccontando di essersi immaginata la fauna selvatica trasferirsi in casa sua, "uno scoiattolo che cucina un pasto sui fornelli"; nel prosieguo si vivacizza e sale di ritmo, spinto da un flauto molto espressivo che fa svolazzi affascinanti prima di lasciare spazio al sax per un finale più intenso. 

Poi arriva "Fantasy", ritmiche liquide costruite su un loop vocale, atmosfera onirica, melodia ostica ma tremendamente affascinante, con un ritornello che ad un certo punto emerge quasi a sorpresa: ennesima dimostrazione che, leziosa o meno, l'artista di Milwaukee è capacissima di scrivere grandi canzoni. Colpisce anche scoprire che, a dispetto di quell'aria di abbandono spontaneo, lei stessa ha ammesso che è stato "il brano più laborioso di tutto il disco (“Ci ho messo più di un anno passando per varie trasformazioni, e adoro quella contraddizione”); il finale è poi una dissolvenza con il sax che interviene discreto mentre tastiere e basso dialogano in punta di piedi.

 

"Materia 2" rallenta tutto, cantato riverberato e strascicato come se venisse da lontano, fiati appoggiati su una ritmica lentissima e cadenzata: sembra un brano costantemente sul punto di disfarsi, ma ad ascoltarlo bene è davvero affascinante. Poi il disco cala vistosamente con "Clepsydra" e "My Twin", eccessivamente verbose e poco interessanti, fanno parte di quella fase in cui Holter sembra esagerare con le soluzioni avanguardistiche; "My Twin" tra l'altro dura dieci minuti buoni, e anche se la parte centrale, con le sue tastiere ossessive e un cantato affascinante, resta comunque un bel momento, nel complesso si tratta della porzione più debole dell'album (curiosità: proprio da un riff di questo brano è nato poi "Fantasy", a testimonianza che ha lavorato anche molto di copia e incolla, individuando le singole idee e decidendo poi a tavolino la loro collocazione). 

Chiude "Materia 3", piano e voce, un non so che di sacro nell'atmosfera, con la melodia vocale che rimanda vagamente al gregoriano, perfettamente in linea con gli scritti della mistica tedesca Hildegard von Bingen, a cui ha detto di essersi ispirata per questo particolare episodio, che dei tre totali con questo titolo risulta a mio parere il più convincente.

 

Un talento puro del cantautorato più sofisticato e sperimentale, non ci sono dubbi, ma la sensazione è che sarebbe meglio aspettare un progetto totalmente nuovo per capire in che direzione si sta muovendo. 

Resta, almeno per il sottoscritto, il ricordo vivido di due bellissime performance al Primavera Sound negli anni passati: dal vivo Julia Holter merita davvero di essere vista, e speriamo arrivi in Italia quanto prima, anche se a giudicare dalle abitudini recenti degli artisti stranieri, credo che ci toccherà aspettare parecchio…