Paolo Bardelli – già autore di due libri pubblicati da Arcana: Piccola guida agli anni Dieci – 50 fatti, 50 album, 50 canzoni e 1991. Il risveglio del Rock. Brit-pop, trip-hop, crossover, grunge e altra musica eccitante – sceglie di autopubblicarsi il suo nuovo libro Musica eterea – Una storia d’amore, streaming e distrazioni.
In questo piccolo volume, piccolo per formato non per il contenuto, l’autore, altresì caporedattore di kalporz.com, ci permette di entrare con maggiore coscienza nel mondo dello streaming, gettando alcuni fasci di luce in tema di musica liquida – dalla rivoluzione di Napster (sembrano oramai passate ere geologiche) – ora, appunto, divenuta eterea; ovvero su quello che oramai possiamo (ci piaccia o meno) definire come la principale e universalmente praticata modalità di ascoltare la musica: lo streaming.
Tramite le numerose piattaforme musicali difatti la musica è divenuta praticamente immediatamente fruibile in qualsiasi condizione, luogo e/o ambiente ci troviamo: dalla oramai desueta dicotomia ascolto privato-domestico – ascolto pubblico ma circostanziato (radio, venue, discoteche); lo streaming musicale ci permette oramai una possibilità illimitata di fruizione musicale (una sorta di superfetazione di quanto occorso a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso dagli Walkman).
Tutto positivo? Direi proprio di no; l’ascolto digitale, come la lettura digitale (vedasi sul punto, ad esempio, il notevole libro di Maryanne Wolf: Lettore vieni a casa. Il cervello che legge in digitale), modifica sostanzialmente il nostro modo di ascoltare ma non in meglio: dallo scroll quasi subitaneo, alle playlist preconfezionate dall’algoritmo sulla base dei nostri storici di ascolto, fino a giungere a una bulimia sonora quasi patologica (solo per ascoltare, come scritto nel testo, tutti i brani attualmente offerti dalla varie piattaforme musicali, occorrerebbero 23 vite dell’utente).
Dunque, come già accennato nell’intervista di Nicola Quiriconi, patron di Dissipatio (vedasi qui), come è possibile da parte dell’appassionato di musica mantenere aperta, da un lato la propensione ad approfondire la conoscenza di ulteriori artisti del genere musicale amato; dall’altro lato lo spirito di scoperta e l’imprevedibilità di un ascolto sonoro fuori dalle proprie comfort zone senza soccombere all’ipertrofia della musica proposta di continuo da parte delle piattaforme? E, oggi, quale è la ragione di libri, riviste e webzine musicali nel cercare di scrivere e di offrire ai propri lettori uno sguardo su quello che succede e che merita di essere posto all’attenzione degli stessi?
A queste (ed altre domande) cerca di dare una personale soluzione Paolo Bardelli, a cui ora lasciamo la parola.
Ciao Paolo, come oramai tradizione, la prima domanda è sempre quella di fornire ai lettori di Loudd, quali sono state le motivazioni che ti hanno sostenuto nella scelta di pubblicare questo libro, e per quale motivo hai scelto, a differenza dei libri già pubblicati, la forma dell’autopubblicazione?
Credo che l’esperienza di ascolto dello streaming ci abbia profondamente cambiati, e quindi volevo analizzare i meccanismi psicologici, sociali ed economici che si annidano in questo tipo di fruizione, un contenitore che ha finito per cambiare il contenuto e chi lo usa. Senza patemi e senza allarmismi, perché per mia forma mentis sono sempre convinto che qualsiasi evoluzione può togliere qualcosa ma naturalmente aggiunge, apre nuove possibilità, e se c’è consapevolezza l’esperienza finale non può che essere positiva. L’autopubblicazione è una prova, un tentativo, in un mondo sempre più digitalizzato e frammentato, ho cercato di dire la mia in piena libertà e sfruttando la “disintermediazione”. Fare autopromozione, tra l’altro, è una parte divertente e dinamica.
Iniziamo dal titolo (e sottotitolo) Musica eterea. Una storia d’amore, streaming e distrazioni. Secondo una antica definizione enciclopedica del Novecento, l’etere (cosmico) veniva descritto come “un ipotetico mezzo imponderabile ed elastico che si supponeva riempisse tutto l’universo e trasmettesse la luce vibrando”; definizione che mi pare possa attagliarsi al contemporaneo fenomeno dello streaming musicale. Siamo quindi passati, nella tua ottica, dalla musica liquida a quella eterea; le due in che cosa si differenziano?
Finché scaricavamo i “famosi” mp3 (e la maggior parte delle persone lo faceva in maniera illegale), possedevamo ancora qualcosa, mentre ora siamo in abbonamento e non c’è più niente di nostro. È tutto nei cloud, e quindi nell’etere. Gli mp3 erano dei file che erano ancora concretamente situati nel nostro pc, c’era ancora una parvenza di fisicità, e infatti veniva chiamata l’era della “musica liquida” perché in effetti anche l’acqua riusciamo a toccarla ma non possiamo contenerla. Ora la musica ha traslocato nei server dei servizi di streaming ed è totalmente evaporata, risuona nell’aria e, con il flusso dell’algoritmo, è onnipresente come l’aria che respiriamo. Già nell’epoca di Napster erano cambiato il nostro rapporto con la musica, ma tutte le questioni che si iniziavano a porre – l’ascolto bulimico, distratto, in bassa qualità (con le casse del pc portatile!) – ora sono amplificate.
Il libro è molto interessante anche nelle parti che “svelano” i meccanismi economici che reggono il mondo dello streaming forse non immediatamente percettibili da parte di un fruitore “disattento”. Dietro al Rock – come ad ogni altra attività musicale e, in genere, umana – esiste un sotteso sistema economico (sul punto rimando ad un testo divulgativo classico come Economia Rock di Alan B. Krueger). Da questo punto di vista ritengo meritevole di attenzione la parte del libro in cui si compara il sistema delle piattaforme musicali con le piattaforme che offrono libri e/o prodotti cinematografici, ce ne puoi fare cenno?
Quello di capire perché i servizi di streaming musicale offrono tutto lo scibile prodotto, la cosiddetta caratteristica di “onnicomprensività”, mentre le piattaforme cinematografiche come Netflix e Amazon Prime solo una parte, alcuni film ma non tutti, è stata una delle molle per scrivere il libro. E nell’analisi ho scoperto che è stata proprio la crisi del fatturato mondiale che gira attorno alla musica, crollato dai 25 miliari di dollari del 1999 ai 15 miliardi di metà anni zero, a rendere le case discografiche disperate a tal punto da mettere a disposizione il tutto. Il mondo dell’home video non era così messo male e gli editori hanno tenuto duro perché hanno capito che ciò avrebbe determinato la morte del libro fisico o comunque la possibilità di monetizzare il singolo libro, cartaceo o digitale che sia. E così le grandi etichette discografiche (Sony, Universal e Warner) divennero azioniste di Spotify nel 2008 e incrociarono le dita che quel nuovo sistema economico funzionasse. E così è stato, però la disponibilità del tutto ha reso meno importante la musica in sé, tutta sempre a portata di click senza difficoltà. Quando c’è sovrabbondanza di un bene questo perde di valore, è una legge economica.
Rimanendo sempre sul tema economico, altra questione assolutamente interessante è da un lato il sistema di ripartizione dei ricavi (per mezzo del quale pochissimi musicisti guadagnano e moltissimi nulla) e dall'altro il fenomeno della vendita dei cataloghi con la conseguente “retro-mania”. Ti lascio la parola.
Il problema di alcune piattaforme è il pro-rata, ovvero che se ascolti tutto il mese solo i Radiohead i tuoi quasi dodici euro non vanno ai Radiohead stessi, ma finiscono nel calderone e vengono ripartiti agli artisti che vengono ascoltati di più nel mondo, quindi a Bad Bunny, Dua Lipa e quelli che hanno i numeri più alti. L’utente non conta più niente, non riesce a finanziare i propri artisti del cuore direttamente, ma solo indirettamente concorrendo al numero globale di streaming. Gli artisti di questa epoca poi guadagnano poco o niente: siccome, ad esempio, Spotify paga 1 euro dopo 334 streaming, per mettere insieme uno stipendio medio di 1.500 euro occorrono circa 500mila streaming mensili, che non sono bruscolini. Ma questo è un problema che non tange gli artisti pre-Napster: loro possono vendere i cataloghi, che diventano un prodotto finanziario come un altro, e beneficiano dalla possibilità che la loro musica sia facilmente disponibile mentre prima (nell’epoca dei dischi e cd) gli album vecchi erano più di difficile reperimento. Ora la “musica vecchia” conta il 70% degli streaming globali, e ciò vuol dire che siamo perennemente ossessionati dal passato, mentre forse dovremmo guardare al presente e al futuro.
E ora il clou per ogni ascoltatore di musica, come rapportarsi “criticamente” con le proposte dell’algoritmo, come usarlo creativamente ed evitare di “subirlo” passivamente? Nel capitolo finale parli della necessità di una “slow music” di fronte all’offerta “all you can eat” delle varie piattaforme, puoi descrivere cosa intendi? E, lato critica musicale, quali sono le modalità di rapportarsi con un “multiverso” in continua espansione? Quali possono essere le chiavi di lettura per decifrare il reale musicale che, potenziato dall’intelligenza artificiale, rischia di divenire una “terra incognita”?
Tante questioni, e difficili. Io ho provato nel libro a dire la mia: lo streaming è un’opportunità fantastica, noi appassionati di musica (per questo il sottotitolo del libro è “una storia d’amore”) avremmo fatto carte false negli anni ’80 e ’90 per poter ascoltare tutto, e ora che possiamo farlo non dobbiamo rimanere travolti da questo tsunami. Perché ascoltare distrattamente non è “vivere” davvero la musica, piangere con lei, emozionarsi, sorridere. E questo messaggio va dato anche ai più giovani per cui lo streaming è l’unica forma di fruizione che hanno vissuto. Rallentare può essere una buona opzione, una possibilità più umana. Non bisogna ripudiare l’evoluzione tecnologica e rimanere ancorati a un passato che non c’è più, ma gestire e direzionare il presente. La critica in questo senso può essere ancora significativa, perché dà la possibilità all’ascoltatore di approfondire, visto che la musica senza contesto perde il suo valore. E’ importante sapere come è nato un album, cosa voleva dire l’autore, dove è stato registrato, se c’è una scena locale, capire le coordinate di vita e di pensieri che ci sono dietro le note. Si apre davanti a noi un mondo fatto di musica sempre più simile, creata – in tutto o in parte – con l’intelligenza artificiale, per cui (se vogliamo rimanere umani) sarà sempre più cruciale seguire l’errore, la diversità, la profondità, la lateralità, l’inusuale.
Una curiosità per i nostri lettori: che cosa è la teoria di Bowie?
Bowie nel 2002 preconizzò la situazione attuale, e non c’erano di certo ancora le piattaforme di streaming, sembra quasi abbia guardato in una palla di cristallo: in un’intervista al NY Times disse che la musica sarebbe diventata come l’acqua corrente, un qualcosa che si sarebbe data per scontata, e quindi che i musicisti avrebbero dovuto prepararsi a fare tanti, ma tanti tour, perché sarebbe stata l’unica fonte di guadagno per loro. Direi che ci ha proprio preso.
Ci lasciamo con un’ultima domanda: come è possibile acquistare il libro? Ci saranno delle presentazioni?
Essendo un’autopubblicazione si può ordinare su Amazon a questo link, oppure acquistarlo alle presentazioni. Le prossime saranno sabato 7 novembre alle ore 19 al Caracol di Pisa, e lunedì 23 novembre sempre ore 19 all’Arci Bellezza di Milano, prima del concerto di Sondre Lerche.

