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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
17/07/2026
Le interviste di Loudd
Viaggio tra le etichette fonografiche italiane: Dissipatio Label
Alla moda della letteratura del Settecento, Loudd arriva alla terza puntata della rubrica di interviste come resoconto di viaggio tra le etichette fonografiche italiane. Nella terza tappa incontriamo Dissipatio, label DIY che occupa una zona d’ombra, un territorio di confine che nasce dall'Industrial ma dove l’inquadramento diventa superfluo e si lavora senza preconcetti con le più diverse derive sperimentali, per abbracciare un’eterogeneità radicale e confrontarsi con una materie sonore instabili ma tangibili.

Come avevo già scritto nella prima intervista che ha aperto questa rubrica, la domanda che mi ha spinto ad intraprendere questo viaggio è antica: cui prodest; a chi giova dedicare tempo e denaro per produzioni che rimarranno il più delle volte limitate ad una platea di ascolto di nicchia?

Ebbene, il nostro peregrinare per l’Italia, dopo Roma (Four Flies Records) e Milano (Cassis Records) ci porta nella Toscana di mare, in quel di Lucca, ad intervistare Nicola Quiriconi, esempio plastico di DIY con la sua Dissipatio.

Come potrete leggere nel corso dell’intervista, Dissipatio è una sorta di lascito attuale della scena industriale italiana che dagli anni Ottanta in poi, in via sommersa e con estenuanti fatiche, come brace accesa, risulta presente ed attiva nel nostro Paese.

Quello che più mi colpisce di Nicola e della sua Dissipatio è una sorta di curiosità per il fare musica senza preconcetti paletti ideologici o di appartenza ad una specifica scena musicale, così se da un lato non ho alcuna ritrosia a dichiarare che, proprio per tale motivo, non tutte le produzioni dell’etichetta incontrano il mio gusto, dall’altro lato, per onestà intellettuale, devo riconoscere che tale apertura mentale permette la non fossilizzazione dell’ascolto, così sfuggendo all’algoritmo tipico dei servizi di riproduzione musicale digitali (dove tutti oramai ascoltiamo la maggior parte della musica) cui noi, proni, tenderemmo a rinchiuderci.

 

 

Ciao Nicola, benvenuto su Loudd, partiamo col rompere il ghiaccio: perché l’etichetta si chiama Dissipatio? Uno dei non molti termini latini che è praticamente rimasto quasi immodificato nella lingua volgare e poi nell’italiano moderno. Nel linguaggio contemporaneo è prevalso l’aspetto di stampo morale, nel senso di sperperare, scialacquare; ma nel passato il termine veniva inteso maggiormente tecnico, quindi anche come dissolvere, disperdere. Da dove nasce l’idea di chiamare una label così?

Ciao Stefano, per prima cosa voglio ringraziarti per l’invito. Come hai ricordato nell’introduzione, Dissipatio occupa una zona d’ombra, un territorio di confine dove l’inquadramento diventa impossibile e, francamente, superfluo. Lavorando con derive sperimentali, l’obiettivo non è rassicurare chi ascolta, ma trascinarlo in uno spazio scomodo.

La scelta del nome è legata a una chiusura e a un vuoto. Nel 2020 avevo da poco concluso l’esperienza con il collettivo Vipcancro e stavo attraversando una fase di transizione. In quel periodo di isolamento ho ripreso in mano Dissipatio H.G. del mitico Guido Morselli. Un romanzo definitivo, l’umanità che evapora di colpo, senza catastrofi spettacolari, lasciando intatto il mondo ma svuotandolo della nostra presenza. Davanti a questo vuoto assoluto, cosa fai?

Per me è stata un’epifania, una sorta di specchio senza riflessi in cui ho visto il fondo. Ed è diventato un manifesto estetico, prima ancora che letterario. Il suono che mi interessa esplorare, quello che incido fisicamente su CD e vinile, fa esattamente questo, disgrega la forma. È lo stesso principio per cui il calore estremo dei circuiti viene dissipato attraverso le alette di raffreddamento di un amplificatore. Disperdere l’energia per cambiare stato, cambiare forma, ma continuare a esistere.

Quindi, per rispondere alla tua domanda, il significato centrale della label è proprio “dissolvere”. Dissolvere le strutture rigide dei generi, costringendo chi ci segue ad abbracciare un’eterogeneità radicale e a confrontarsi con una materia sonora instabile, ma tangibile. È la nostra personale palingenesi, imparare l’arte di svanire per poter resistere.

 

Qual è il tuo percorso musicale (e non) che ti ha portato a fondare quella che possiamo forse definire come una micro-label? Cosa scatta nella mente di chi fa musica e decide, in tempi grami come gli attuali, di creare una etichetta discografica? Soprattutto nel caso in cui, come il tuo, è dichiarata la volontà di stampare poche centinaia di copia per ogni singola produzione. In sostanza e, in modo molto diretto: ma chi te lo fa fare?

Il mio viaggio nella musica affonda le radici alla fine degli anni ’80. Ero un adolescente perennemente affamato di suoni stravaganti, col walkman incollato alle orecchie, che passava con disinvoltura dal post-punk, alla no-wave, fino al grindcore e all’elettronica tedesca. Considera che vivevo (e vivo ancora) a Pietrasanta. All’epoca, in un piccolo paese di provincia, trovare coetanei con cui condividere certe derive sonore era un’impresa. La mia vera “palestra” è stata la pizzeria di un carissimo amico, lui si faceva spedire vinili di elettronica introvabili direttamente dalla Germania. Passavamo giornate intere lì dentro ad ascoltare.

Da lì il passo verso il suonare è stato inevitabile. Dopo vari tentativi in formazioni più canoniche, nella seconda metà dei ’90 ho finalmente trovato le persone giuste per fondare una band no-wave ispirata a gruppi come Chrome e DNA. È durata poco, ma è stata la scintilla. Subito dopo è nato il collettivo Vipcancro, il mio vero battesimo nell’editoria musicale, nel 2008 abbiamo fondato Lisca Records per autoprodurci. Quell’esperienza mi ha fatto capire i meccanismi di una label e mi ha permesso di tessere una rete di rapporti sotterranei che oggi sono le fondamenta di Dissipatio.

Tra questi rapporti, uno su tutti: Simon Balestrazzi. Un nome storico dell’industrial italiano, ma per me prima di tutto un amico dall’animo nobile e dai gusti sopraffini. È una figura insostituibile nella mia crescita umana e musicale. Insieme a lui e a Paolo Monti abbiamo dato vita a Daimon, un progetto drone/ambient che ci ha tolto non poche soddisfazioni, come aprire per William Basinski a Berlino o girare l’Italia in tour con gli Zoviet France.

E arrivo alla tua vera domanda: in tempi così grami, chi me lo fa fare? Guarda, la risposta nobile ce l’avrei anche pronta, ma la verità più semplice è che non riesco a non farlo. Me lo fa fare il bisogno fisico di dare peso al suono. Dissipatio è la sintesi di tutto questo percorso, e stampare dischi oggi è un puro atto di resistenza materica. Lo vedi in quello che stiamo producendo, l’uscita del terzo volume del progetto Heimito Künst su vinile bianco, o il nuovo album di Simon di cui abbiamo lanciato i pre-order proprio in questi giorni. È la volontà ostinata di curare un oggetto tangibile – che sia un vinile o un digisleeve a tre ante curato nei minimi dettagli – e farlo arrivare a chi cerca ancora un’esperienza profonda.

Ma c’è di più. Lo faccio per incidere un solco. Il tempo ci illude di essere una risorsa infinita, ma la verità è che siamo solo una presenza di passaggio. In questo transito, dare forma fisica alla musica significa depositare un frammento della propria umanità, del proprio modo obliquo di guardare le cose. È la necessità cruda di testimoniare una ricerca continua, una sete di sperimentazione che rifiuta di spegnersi.

È un processo che porterò avanti finché avrò fiato. Per lasciare una cicatrice solida prima di sparire – per tornare a Morselli.

 

A quale pubblico si rivolge Dissipatio? Esistono dei mercati di elezione? Qual è il canale di maggior diffusione dell’etichetta?

Parto volutamente dal fondo, perché la scelta dei canali di diffusione per Dissipatio non è una questione di logistica, ma una vera e propria dichiarazione d’intenti.

La label si muove quasi esclusivamente tramite Bandcamp. Oggi è l’unico avamposto che tutela le realtà indipendenti, permettendo una relazione diretta, economica e culturale, tra chi produce e chi ascolta, sia sul piano fisico che su quello digitale. La scelta di escludere Dissipatio dalle grandi piattaforme di streaming (Spotify in testa) è un rifiuto politico. Il tempo, l’ossessione e il sangue che stanno dietro a produzioni di questo tipo non possono essere liquefatti dentro un flusso indistinto che svilisce il lavoro artistico per arricchire un algoritmo. Quel sistema estrattivo è destinato a collassare su se stesso; quando succederà, le comunità che vivono di musica saranno ancora lì, pronte a ricostruire spazi equi.

Questo si riflette inevitabilmente sul mio pubblico. Non mi piace parlare di semplici “curiosi”, chi arriva a Dissipatio è un ricercatore, un ascoltatore transgenerazionale che rifiuta i confini e le playlist preformattate. È una nicchia radicale che cerca l’attrito con il suono.

Per questo la diffusione, pur muovendosi su tirature limitatissime che vanno dalle 100 alle 200 copie, ha una traiettoria capillarmente globale. Grazie a una rete di distributori sotterranei, vinili e CD viaggiano costantemente verso il Regno Unito, il Giappone e l’Australia. Perfino il mercato americano, oggi reso ostico e quasi proibitivo dalle folli barriere doganali e dai costi di spedizione, diventa una sfida.

 

Come dico sempre il desiderio di musica è infinito ma la realtà dell’ascolto è caratterizzata dalla finitezza, quindi, tradotto e declinato: quante uscite riesci a realizzare nel corso dell’anno e quanti demo giungono alla tua attenzione?

La tua premessa è sacrosanta, il desiderio è infinito, la materia è finita. Il conflitto tra queste due forze è esattamente il luogo in cui opera Dissipatio.

Essendo l’unico motore dietro l’etichetta, non seguo un piano industriale o delle scadenze prefissate dal mercato; seguo un’urgenza. Quest’anno, per la prima volta, toccherò la quota di dodici uscite. Per una realtà artigianale come la mia è un numero enorme, quasi un punto di ebollizione, ma è nato dalla pura impossibilità di dire di no a materiale sonoro che esigeva fisicamente di essere stampato.

La finitezza di cui parli si scontra con una mole di proposte continua, ricevo in media un centinaio di demo all’anno. Sento la responsabilità di ascoltarli tutti con attenzione profonda, perché so cosa significa stare dall’altra parte. Purtroppo, la realtà dell’ascolto e, soprattutto, della produzione fisica ha dei confini invalicabili. Il tempo richiesto per curare ogni singola edizione, la grafica, la stampa e la distribuzione, mi costringe a una selezione feroce.

Mi è capitato di dover rinunciare a lavori di altissimo livello semplicemente perché non avrei potuto dedicare loro l’attenzione e la cura che meritavano. È frustrante, certo, ma è anche la garanzia che ogni disco che esce con il marchio Dissipatio ha prosciugato tutte le mie energie. Non pubblico nulla che non sia necessario.

 

Mi sembra che il supporto musicale prediletto di Dissipatio sia il cd. Tranne qualche produzione in cassetta, difatti il catalogo musicale è composto da compact disc: ci puoi spiegare le ragioni di tale scelta? Poi, come si dice, l’eccezione conferma la regola, ed ecco che per il progetto (avvolto da un alone di mistero) Heimito Künst si arriva al vinile, come mai?

Difendere il CD oggi è forse la scelta più impopolare che si possa fare, e proprio per questo è il territorio perfetto per Dissipatio.

Per me rimane un supporto eccezionale, non per convenienza ma per indipendenza assoluta. Mi permette di spingere al massimo sulla cura maniacale dell’oggetto (prediligo i digisleeve a tre ante con tasca interna, curati fino al minimo dettaglio grafico) garantendo al contempo una fedeltà sonora clinica e totale. Chi suona drone o noise ha bisogno di tutta la gamma dinamica, di un suono non compresso che ti investa fisicamente. Le cassette stanno vivendo un ritorno feticistico affascinante, è vero, ma a volte mi chiedo quanti abbiano davvero una piastra per affrontarne l’ascolto e quanti le tengano sigillate su una mensola. A me interessa il suono, non l’arredamento.

Il vinile, d’altro canto, sfugge alle regole dell’alta fedeltà per entrare in quelle del rituale. So bene che fisicamente taglia le frequenze estreme rispetto al digitale, ma la sua forza è organica, è l’ago che scava la materia, è la vulnerabilità del supporto, è l’allure di un oggetto che impone a chi ascolta di fermarsi e girare lato.

Per Heimito Künst ho deciso di forzare la mano. Un progetto così avvolto nell’ombra e denso di significati esigeva per forza un corpo diverso, più massiccio. Per questo l’ultimo Vol. 3 è uscito in un formato gatefold con vinile bianco. Non è stata una semplice eccezione alla regola della label, ma un’esigenza materica di quel disco. Un esperimento viscerale che, non lo nascondo, probabilmente tornerò a esplorare quando le frequenze lo richiederanno.

 

Dissipatio mi ricorda le prime tape-label di industrial music italica, anche se il panorama musicale offerto dalla stessa è più ampio e con un perimetro musicale maggiormente esteso rispetto alla cosiddetta industrial-music. Sarà forse per la presenza in alcuni progetti di figure storiche dell’industrial italiano, come Simon Balestrazzi (con passato in uno dei gruppi cardine quali sono stati i T.A.C.), ovvero David Lee Myers degli Arcane Device, o ancora Gianluca Becuzzi (dai Limbo in poi, autore di una quasi sterminata discografia), Paolo L. Bandera (nei Sigillum S e poi, in solo, come SSHE RETINA STIMULANTS). Ti senti parte di una legacy musicale, oppure consideri Dissipatio come una delle forme contemporanee di una musica altra?

Hai colto un nervo scoperto. L’accostamento alle tape-label pionieristiche è un onore, ma voglio essere chiaro, non mi sento il custode di una legacy da museo. Dissipatio è, in tutto e per tutto, una creatura contemporanea, una mutazione.

Avere in catalogo figure seminali e titaniche come Simon Balestrazzi, Gianluca Becuzzi, Paolo Bandera o David Lee Myers significa letteralmente maneggiare la materia prima dell’industrial e della sperimentazione. Ma non pubblico questi artisti per deferenza verso il loro passato nei T.A.C., nei Limbo o nei Sigillum S; li pubblico perché il suono che producono oggi è ancora pericoloso, tagliente, necessario. Non è nostalgia, è il fuoco che continua a bruciare.

Più che di “costruire un movimento” musicale classico, parlerei di una rete nervosa sotterranea che sta già vibrando e di cui mi sento parte integrante. Guardo con profondo rispetto al lavoro di colleghi con cui spesso condivido co-produzioni o affinità totali, penso all’esplorazione antropologica e oscura della USG di Raffaele Pezzella, al feticismo estetico assoluto della Silentes di Stefano Gentile, o all’attitudine fisica e militante di Maple Death.

Ognuno di noi presidia il proprio cratere, ma la visione è comune. Non mi interessa l’idea pacificatrice del “festival” in senso canonico, ma credo in un’alleanza strutturale. Immagino collisioni reali unire i nostri suoni, creare cortocircuiti, costruire esperienze immersive in cui il suono torni a fare paura e a esigere attenzione. Le forze sotterranee in Italia sono devastanti; si tratta solo di farle detonare insieme.

 

Cosa aspettarsi da Dissipatio nei prossimi tempi?

Più che anticipazioni, voglio darti in pasto le prossime mutazioni che prenderanno forma fisica. Il roster dei prossimi mesi è denso e, per certi versi, sismico.

A brevissimo partirà l’assalto frontale e nevrotico dei Kossiga, un power trio jazzcore che non fa prigionieri. A seguire, un netto cambio di stato della materia con il rigore delle architetture elettroniche di David Rossato e con un’opera totale e multidisciplinare firmata da Elio Martusciello, che farà collidere il suono con le poesie di Nazim Comunale e le visioni grafiche di Peter Bartlett.

Quindi sarà il turno dell’esplorazione vocale e viscerale del nuovo album solista di Barbara Ded; il rituale imprevedibile del progetto Ammuina (con Mario Gabola, Aurora Pambianchi e Kalle Moberg); e poi l’impatto tellurico dei Geodetic, la creatura di Claudio Rocchetti e Jukka Reverberi. Per chiudere questa ondata, spingerò verso l’estremismo acustico senza compromessi con Alfredo Costa Monteiro e Lee Patterson.

Insomma, cosa aspettarsi? Esattamente quello che è insito nel nome e nel DNA della label. Dissipatio continuerà a surriscaldare i circuiti, disperdendo energia per dare forma alla ricerca sonora, finché non arriverà il momento di evaporare.

 

 

LINK: https://dissipatio.bandcamp.com/