
Scrivere di Caparezza è come cercare di afferrare un satellite a mani nude: appena sembra di averne fissato la traiettoria, lui è già altrove. Fuori dal campo visivo. Davanti a Orbit Orbit la vera domanda non è cosa raccontare del disco, ma come questo nuovo rientro nell’atmosfera caparezziana riesca ancora una volta a sorprendere. A sfidare la gravità. A ridisegnare la mappa geografica, sociale, emotiva e sentimentale del viaggio dell’artista. E, in fondo, anche del nostro.
Orbit Orbit, nono album di Caparezza (undicesimo se si includono i due lavori firmati come Mikimix), riavvolge e chiude idealmente la trilogia avviata con Prisoner 709 (2017) ed Exuvia (2021). Nei due dischi precedenti la vis satirica politica aveva già iniziato a retrocedere, lasciando emergere con maggior forza l’autoanalisi e l’introspezione. Con Orbit Orbit (titolo che nel linguaggio del fumetto allude all’atto dell’immaginare) la spinta analitica diventa la chiave dell’intero progetto. Se la trilogia può essere interpretata come un itinerario in tre movimenti – la prigionia mentale e fisica (Prisoner 709), la fuga e la metamorfosi (Exuvia) – Orbit Orbit ne rappresenta l’approdo finale: una forma di libertà raggiunta attraverso la consapevolezza e l’esposizione radicale di sé.
Quattordici tracce dense per un’ora di ascolto prendono vita dal cuore dell’originalissima graphic novel firmata da penne storiche e nuove del fumetto italiano: il risultato di questa transmedialità è un viaggio onirico nel mondo di Michele Salvemini. Cosmonaufrago della propria galassia interiore, l’artista come un novello Odisseo si muove spinto dalla curiosità, motore primario dell’uomo, e invita l’ascoltatore a bordo della sua navicella, in continuo spostamento da un pianeta all’altro. Orbit Orbit segue una traiettoria centripeta più che centrifuga: si allontana, apparentemente, dalla critiche pungenti politica e dalle osservazioni caustiche sulla società contemporanea che hanno spesso caratterizzato la penna di Caparezza, focalizzandosi sull’introspezione e sulla ricerca di un ordine possibile dentro di sé. Il viaggio percorre la forza dell’immaginazione, un’energia che non può essere né sottratta né negata, e che si rivela l’unica fonte inesauribile di evasione.
Il disco ha una impalcatura più compatta rispetto ai lavori precedenti: alla frammentarietà subentra un percorso sonoro coerente, costruito su un immaginario che unisce elettronica, space-music, narrazione e introspezione. Le radici nel rap rimangono ma l’album assorbe aperture rock, suggestioni sinfoniche, world-music e momenti di theatre-song. La componente ritmica svolge un ruolo cardine: le percussioni cambiano continuamente funzione, oscillando tra drum’n’bass e soluzioni vicine al rap-prog, e alimentano una trama mobile in cui groove e ritmo modellano paesaggi sonori differenti. La produzione, organizzata per strati (elettronica, sintetizzatori, orchestrazioni, cori) crea una densità che invita a un ascolto immersivo.
I riferimenti letterari, fumettistici e cinematografici, cifra tipica di Caparezza, qui trovano un equilibrio ancora più evidente. Le allusioni a Moby Dick, Il Gattopardo, Corto Maltese di Hugo Pratt, O capitano! Mio capitano! di Whitman, Il giovane Holden e Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne si intrecciano coerentemente con Goethe, Kierkegaard e Calvin & Hobbes, componendo un orizzonte culturale che non si limita alla citazione, ma amplia lo spazio espressivo del disco. Si crea così una rete intertestuale che sostiene la dimensione narrativa dell’album, rendendo l’ascolto un attraversamento di mondi e immaginari diversi ma dialoganti.
L’album si sviluppa come un movimento narrativo progressivo. Dall’elettronica rarefatta e minimal dell’apertura, con la traccia “Fluttuo, orbito”, prende forma un viaggio in costante espansione. Ogni brano introduce nuovi livelli, intrecciando elettronica, orchestrazioni, cori e percussioni in un climax che culmina in “Perlificat”, dove l’Orchestra di Roma si dispiega in un vortice corale e sinfonico. Il finale travolge: un’esplosione immaginativa che rende il disco un universo pulsante, in cui ogni suono diventa energia, come una cinematica celebrazione della forza visionaria dell’arte.
Quando il viaggio musicale raggiunge la sua massima apertura, emerge la tensione interiore che orienta l’esplorazione sonora verso una dimensione più personale. È probabilmente il progetto più intimo della carriera di Capa: ogni esperienza si trasforma in un percorso di consapevolezza, e le difficoltà degli ultimi anni (dal rischio di perdere l’udito a causa dell’acufene e dell’ipoacusia, raccontato in "A Comic Book Saved My Life", fino alle fatiche della vita quotidiana) rendono il gesto creativo un atto di urgenza esistenziale. Collocato al di fuori della propria orbita, Caparezza si osserva con lucidità e serenità, affrontando cadute e ferite e ritrovando nella creatività l’unica forma di pace possibile.
"Io sono il viaggio
Sono il distacco
Io sono il viaggio
Sono il traguardo"
È proprio da questa posizione sospesa, in cui viaggio e traguardo coincidono, che Orbit Orbit prende il respiro più profondo: un canto corale di resistenza e immaginazione capace di trasformare i drammi in energia creativa. Nel suo crescendo emotivo, dove introspezione e apoteosi sonora si intrecciano senza più fratture, il disco è un’esperienza catartica e liberatoria.
Perché, in fin dei conti, il viaggio che attraversiamo non è altro che il traguardo che, senza accorgercene, stiamo già raggiungendo.

