Sin dalla prima nota Paper si rivela una sorpresa, un ritorno al futuro che si mangia d’un fiato trent’anni di psichedelia, un ponte tra Beatles, con George Harrison nel mirino più di John Lennon, e la comunità meravigliosamente sballata di San Francisco.
Un ponte neanche tanto ideale, solido, tenuto insieme da una valanga di chitarre come piace a Rich Robinson, spinto fino alle latitudini calde e indolenti del Sud degli States. Una geografia sonora ricchissima che l’altra metà di The Black Crowes prova a ridisegnare, riuscendoci spesso e molto piacevolmente.
Ai fan dello storico gruppo dei due fratelli piacerà ritrovarne qualche eco, ad esempio nella solidità dei riff di “Yesterday I Saw You”, “Veil” e “Enemy”, tuttavia non sono queste le cose più interessanti dell’opera. Di ben altro genere risultano la compulsiva psichedelia “british” della conclusiva “It’s Over”, gli archi dal sapore mediorientale di “Answers”, il violino country (Donny Herron) di “Forgiven Song” o l’ancora anglofona “Oh, No”.
Quando abbassa gli amplificatori e si appoggia a un pianoforte (l’unico “Corvo Nero” presente in session, il mai troppo compianto Eddie Harsch), oppure a una cascata di plettri acustici, Robinson centra ballate sbilenche e affascinanti come “Baby” e suadenti raga rock quali “When You Will”.
Se proprio si volesse trovare un difetto congenito al lavoro, la sua nota dolente, si potrebbe dire che il buon Rich, nonostante una buona familiarità con il microfono, non sia, per oggettive peculiarità fisiologiche, un cantante fatto e finito, ma è un peccato che alla fine gli si perdona, soprattutto quando il cantato è puro bridge funzionale alle esplosioni della Gibson ES-335, come nella cupa e sulfurea “Places”.
Alla fine del 2015, Robinson firma un contratto discografico con la Eagle Rock Entertainment, che accetta di ripubblicare il suo catalogo storico, proprio a partire da Paper. La nuova situazione si rivela una vera e propria sfida per Rich, in quanto i nastri master dell’album erano stati gravemente danneggiati durante l’uragano Sandy nell’ottobre 2012. Tutte le tracce vocali originali erano andate perdute, con la necessità di reinciderle. Nasce così un’altra opportunità: oltre a registrare nuovamente la voce (le problematiche a riguardo citate sopra permangono, ma si nota un miglioramento nell’impostazione, soprattutto in “Know Me” e “Leave It Alone”) l’autore di tanti successi dei Black Crowes remixa e modifica in taluni casi le parole, seguendo l’estro del momento. Non si tratta di una vera rivoluzione, tuttavia alla fine “When You Will”, “Begin” e “Falling Away” subiscono lievi cambiamenti ai testi, mentre “Oh No” muta le strofe e la melodia, venendo ribattezzata “Cause You’re With Me”. Infine “It’s Over” torna al titolo originale, ovvero “Goodbye”, senza nessuno stravolgimento.
Oltre alla differenza delle liriche, Robinson decide di aggiungere tre brani inediti. Il primo, “Stand Up”, risale al periodo dell’esperienza con gli Hookah Brown, gli altri due, “Walking By Myself” e “Words of the Chosen” sono stati concepiti nel periodo del rilascio di Paper, senza però venire a quell’epoca definitivamente terminati.
Paper si rivela per Rich il disco del distacco dal fratello Chris, e per uscirne fuori al meglio decide di agire quasi da One Man Band (oltre ai musicisti coinvolti già citati bisogna aggiungere solo Joe Magistro alla batteria e il figlio Taylor Robinson alle percussioni), suonando anche il basso e, sporadicamente, altri strumenti. Pure i successivi tentativi solisti, fra i quali l’interessante, sperimentale Flux (2016), e di gruppo al di fuori della sua band storica, come il progetto The Magpie Salute, si rivelano azzeccati e ricchi di idee. È probabilmente grazie a queste uscite, a queste piacevoli e valide “distrazioni” se i The Black Crowes sono riusciti a sopravvivere e a cambiare pelle più volte, regalandoci una serie di album ancora esplosivi, su tutti il recentissimo A Pound of Feathers.
