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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
03/09/2026
Il Ring 1001010
Quando Bayreuth scambia il codice per il mito
In una delle culle della musica classica, nel rappresentare uno dei più grandi nomi dell'opera classica, si tenta una regia sostanzialmente affidata all'intelligenza artificiale. Qual è stato il risultato: modernità 3.0 o solo un grande pastone confusionario?

Quest'anno si è celebrato il centocinquantesimo anniversario dalla prima rappresentazione della Tetralogia dell'Anello del Nibelungo a Bayreuth, era l'agosto del 1876, e resta uno sforzo unico nella storia della musica: Wagner che si fa costruire un teatro apposta per il suo lavoro più importante, quattro opere per un totale di quindici, sedici ore di musica che ancora oggi restano non solo il capolavoro del maestro di Lipsia, ma uno dei monumenti di tutto l'Ottocento, capace di anticipare temi che esploderanno nel secolo successivo, non solo in musica ma in letteratura e nelle arti. 

Da allora Bayreuth è diventato soprattutto un grande business, biglietti carissimi, merchandising, punti ristoro a prezzi che fanno sembrare la Scala una sagra di paese (no, non sto scherzando) e il contrasto è ancora più stridente se pensiamo che Wagner sognava la gratuità, sul modello del teatro greco: non a caso la pianta del Festspielhaus è costruita come un anfiteatro, tutto centrale, niente sedute laterali come nei teatri d'opera italiani dove non capisci mai da dove si vede bene. 

Wagner voleva un'arte popolare tedesca, un sogno che ha reso benissimo nei Maestri Cantori di Norimberga, in continuità con quello che era stato il teatro nell'Atene di Pericle. Ma già la prima edizione del Ring, nel 1876, aveva i biglietti a pagamento, e oggi Bayreuth resta uno dei luoghi culturali più importanti al mondo per il mese tra fine luglio e fine agosto in cui va in scena, ma è anche, inevitabilmente, un grande generatore di affari - duemila posti, quattro settimane di recite, fate voi i conti su quanto possano essere alti gli incassi nonostante il prezzo dei biglietti.

 

La grande novità di quest'anno, a parte il debutto assoluto del Rienzi (opera giovanile che lo stesso Wagner non riteneva degna del festival, presentata quest'anno in una versione eccellente grazie alla pronipote Katharina Wagner, e di cui ho già scritto) è stato il nuovo allestimento della Tetralogia, pubblicizzato come Ring 1001010, a imitare il codice binario, con un sottotitolo che dovrebbe suonare, nella tradizione dal tedesco, più o meno come "dal mito al codice". 

L'idea era immergere l'opera nelle nuove tecnologie, un Ring costruito fin dall'inizio con l'ausilio dell'intelligenza artificiale - cosa che, lo confesso, quando l'ho scoperto mi ha incuriosito parecchio. Le premesse erano ottime: la direzione di Christian Thielemann, che quest'anno ha diretto il suo terzo ciclo completo del Ring, la seconda volta in carriera, lui che dirige a Bayreuth dai primi anni Duemila e ha collezionato duecento serate, probabilmente il direttore che ha diretto di più in tutta la storia del teatro - oggi, con Barenboim di fatto in pensione, è lui il wagneriano di riferimento, il più richiesto, il migliore in circolazione, e la sua direzione è stata impeccabile, da sola valeva senza dubbio il viaggio. 

 

Il cast poi era di un'eccellenza assoluta: Michael Volle nel ruolo di Wotan, Camilla Nylund come Brünnhilde, Klaus Florian Vogt impegnato in un triplo ruolo (cosa rarissima nelle convenzioni di quest'opera) prima Loge nel Rheingold e poi, padre e figlio, Siegmund nella Walküre e Siegfried nelle due opere conclusive, un tour de force da parte di uno dei tenori wagneriani più importanti al mondo, forse il più importante in assoluto. 

E poi Mika Kares, anche lui in triplo ruolo ma soprattutto memorabile come Hagen, Gerhard Siegel nel ruolo di Mime, Peter Rose come Fafner, e un'istituzione come Christa Mayer nel doppio ruolo di Erda e della valchiria Waltraute, parti che ha ormai plasmato su misura. 

Un cast wagneriano di assoluta eccellenza, dunque, dal punto di vista puramente musicale infatti nessun problema, è stato un Ring eccezionale - non ho la memoria storica per dire se sia stato il migliore mai fatto a Bayreuth, ma di sicuro un livello altissimo. Il pubblico, di solito durissimo ed esigentissimo, ha applaudito molto nella settimana in cui c'ero io, con qualche fischio isolato per Camilla Nylund nella Götterdämmerung, per qualche sbavatura nel secondo atto, ma a mio parere molto opinabile. 

Wagner nel Ring raggiunge un livello di maturità orchestrale che non supererà mai più, se non forse nel Parsifal, opera successiva e ultima: il finale della Walküre è stato indescrivibile, e anche l'intreccio di temi che chiude la Götterdämmerung è stato eccellente, aiutato anche da un'acustica che non ha eguali al mondo.

 

Il problema (e qui lo dico senza remore, perché ho letto recensioni, discussioni su Reddit e Facebook, parlato con altri spettatori in loco) è che nessuno, ma proprio nessuno, è rimasto soddisfatto dell'allestimento. Al calare del sipario, soprattutto nell'ultimo atto di ogni opera, si sono scatenate urla di disappunto fortissime, trasformatesi in applausi solo quando sono usciti i cantanti, e ancora di più quando è uscito il direttore - un messaggio chiarissimo: la prova musicale, promossa a pieni voti; la regia, bocciata. 

Bayreuth funziona spesso così, era successo anche col Ring precedente, quello di Valentin Schwarz, criticatissimo. E la domanda che mi ponevo con i miei vicini di posto, e credo tutta la platea, era: meglio un altro Ring pessimo come quello, ma che almeno una regia ce l'aveva, o un'opera come questa, che una regia vorrebbe averla ma di fatto non ce l'ha?

Perché il vero problema, e qui entro nel vivo, è proprio questo: la regia non c'era. E attenzione, non è colpa dell'intelligenza artificiale - voglio dirlo subito, perché va di moda un atteggiamento tutto o niente verso l'IA, o è la panacea di tutti i mali oppure è l'apocalisse che ci estinguerà, e io non credo affatto sia così: faccio riferimento anche all'ultima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, che tratta proprio questo tema e che afferma, tra le altre cose, che il punto non è lo strumento, ma chi lo usa. 

L'intelligenza artificiale è uno strumento potentissimo, eccezionale, ma va usata con criterio, e questo allestimento del Ring, mi pare sia stato rovinato dalle persone che se ne sono occupate - Marcus Lobbes, curatore e responsabile principale delle scelte, insieme a Nils Corte e soprattutto Andri Hardmeier, che ha curato la drammaturgia, e Roman Senkl per gli effetti digitali, ma i responsabili maggiori restano Lobbes e Hardmeier perché le scelte sono loro. L'idea di base: due schermi trasparenti, uno alle spalle e uno davanti agli attori, che li ingabbiano dentro una specie di prisma digitale - e siccome c'erano gli schermi, hanno deciso che non ci sarebbe stata alcuna recitazione. I cantanti, che nella scuola wagneriana sono da sempre anche grandi attori (Wagner stesso lo pretendeva) sono stati di fatto impediti dal recitare: impettiti sul palco, gestualità minima, qualche scambio essenziale tra loro e per il resto immobilità totale, niente oggetti di scena, niente azione. 

 

A peggiorare tutto, i costumi di Pia Maria Mackert, sorta di sacchi della spazzatura piumati praticamente indistinguibili l'uno dall'altro - Siegmund aveva delle ali, Erda pure, per il resto tutti uguali, e l'intento dichiarato dai curatori stessi era proprio quello di rendere impossibile caratterizzare i vari personaggi. 

Dall'ultima fila della platea, in un teatro comunque piccolo dove si vede benissimo, era davvero difficile capire chi fosse chi, tanto che quando uscivano a prendere gli applausi ci voleva sempre un attimo per orientarsi. Non a caso hanno impiegato spesso gli stessi cantanti per più ruoli anche principali, cosa che normalmente si fa solo per le parti minori (l'obiettivo, credo, era spersonalizzare ancora di più. Il risultato: nessuna azione, nessun dramma, in un'opera dove pure di cose ne succedono moltissime, tra morti, combattimenti, scontri, riconciliazioni) e non vederle mai davvero accadere sulla scena ha creato un contrasto pessimo con la grandiosità della musica, depotenziandola e trasformando di fatto il tutto in una versione in forma di concerto con dei visual sopra.

E qui arriva il vero nodo dell'intelligenza artificiale: non è che sia colpa sua in sé, è che Lobes l'ha nutrita di un frullato di suggestioni (Ring precedenti a Bayreuth, riferimenti artistici, politici, sociali e culturali di centocinquant'anni di storia, ricostruzioni d'ambiente) lasciandola poi libera di proiettare in scena in modo che, teoricamente, ogni replica fosse diversa dall'altra.

Il risultato purtroppo è stato un pastone confusionario. Nei rari momenti in cui la macchina ha azzeccato l'ambientazione, i colori, le sfumature giuste, è stato anche suggestivo - ma sono stati momenti rarissimi, perché le immagini duravano quindici, venti secondi e si dissolvevano subito in altro, con un'alternanza totalmente randomica: elementi dei vecchi allestimenti accanto a ritratti di personaggi legati all'universo wagneriano, tipo Thomas Mann, ma poi spuntavano Reagan, Obama, elicotteri militari, operai su un cantiere edile. Una roba totalmente senza senso. Immaginatevi Siegfried che sta forgiando la spada nel primo atto dell'opera omonima (per modo di dire, perché ovviamente qui non ha forgiato nulla) e a un certo punto compare un elicottero. Perché? Probabilmente c'era una logica, un'associazione analogica nell'algoritmo, ma in un'alternanza così veloce nessuno spettatore avrebbe potuto coglierla, e l'unica impressione restava quella di una girandola di immagini che non c'entravano nulla tra loro e facevano perdere la testa. 

 

Tutto questo, lo ribadisco, non è colpa dell'intelligenza artificiale: puoi benissimo usarla dandole input diversi, prompt più mirati - potevano caricarla di meno roba, dirle semplicemente "crea tu l'ambiente" invece di riempirla di riferimenti fino all'indigestione. Lobbes stesso, in un'intervista pubblicata sul programma del festival, ha detto che la macchina non è creativa, elabora solo gli impulsi che le diamo - vero, ma proprio per questo quegli impulsi andavano calibrati meglio, mentre l'impressione era che sugli schermi accadesse tutt'altro rispetto a quello che i cantanti stavano vivendo in scena. 

Ma il problema vero, quello davvero decisivo secondo me, non è nemmeno questo: è aver vestito questi personaggi di sacchi neri e averli piazzati sul palco a cantare senza la minima interazione drammatica tra loro. Se ci fossero stati oggetti di scena, un minimo di ambiente ricostruito a prescindere dagli schermi, movimenti autentici (e uno muore e cade davvero a terra, se due si abbracciano e si abbracciano sul serio, cosa che non abbiamo praticamente mai visto se non in rarissimi momenti simbolici) probabilmente il caos sugli schermi ci avrebbe dato molto meno fastidio. 

Il fatto che ci fossero personaggi che non erano personaggi e attori che non erano attori ha semplicemente amplificato tutti i problemi già creati dagli schermi.

 

Bilancio finale: musicalmente impeccabile, ma un'occasione sprecata dal punto di vista scenico. Difficile che questo Ring finisca mai sui servizi streaming come Stage+, come è successo per i precedenti - perché come fai una regia televisiva di uno spettacolo così? I primi piani degli attori puoi farli, ma non c'è nulla da vedere in quei volti immobili, e l'unico modo per restituire davvero cosa stesse proiettando l'IA sarebbe un campo larghissimo, che in televisione diventerebbe di una noia mortale. Non so cosa decideranno di farne, ma dubito che qualcuno abbia voglia di guardarselo. 

Un'unica piccola consolazione: nella Götterdämmerung, gli interventi orchestrali più importanti (la marcia funebre di Siegfried su tutti) sono avvenuti a sipario chiuso, e almeno lì ci siamo potuti godere la musica di Wagner senza il sottofondo francamente imbarazzante delle immagini. 

Occasione sprecata, dicevo: si potevano fare tante altre cose, magari un aggiornamento del leggendario Ring del centenario di Chéreau e Boulez, oppure semplicemente una produzione nuova pensata per questa ricorrenza specifica. Questo tentativo è sembrato invece ardito da un lato, ma anche un po' buttato lì, troppo debole nell'esecuzione. 

E non tornerà, per fortuna: l'anno prossimo il Ring non ci sarà, la prossima nuova produzione arriverà solo nel 2028, e gli appassionati non potranno far altro che sperare che quella cancelli il ricordo non solo di questo tentativo ma anche del precedente di Schwarz, che onestamente era davvero pesante. 

Resto comunque della mia idea: meglio una regia pessima ma presente, che nessuna regia affatto. Peccato, perché Bayreuth negli anni ha dimostrato di saper fare molto meglio di così - mi auguro solo che questo passo falso resti per Katharina Wagner e tutta la direzione artistica del festival un monito utile: va benissimo rielaborare Wagner, va benissimo inventarsi qualcosa di ardito, ma va fatto con criterio, altrimenti il risultato saranno solo migliaia di spettatori inferociti.