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THE BOOKSTORECARTA CANTA
Rock Me Amadeus. Il lato pop della classica, il cuore classico del rock.
Davide Pezzi
2025  (Youcanprint)
CARTA CANTA
all THE BOOKSTORE
19/01/2026
Davide Pezzi
Rock Me Amadeus. Il lato pop della classica, il cuore classico del rock.
Vi è mai capitato di ascoltare un pezzo pop o rock, avere la sensazione di averlo già sentito, ma non riuscite a ricordare dove, come e quando? Davide Pezzi ci guida nel mondo della citazione (colta o triviale) e (talvolta) dell'appropriazione di melodie, sequenze e frammenti di brani di musica classica. Una lettura che chi ama la storia della musica (ma non solo) dovrebbe fare. In calce una intervista all’Autore.

Dopo la pubblicazione di precedenti volumi, Davide Pezzi torna al pubblico presentando un libro che sin dal titolo (richiamo a un celebre pezzo pop-dance degli anni '80, portato al successo da Falco) mostra quale siano gli intendimenti dell’Autore, ovvero far luce sugli innumerevoli utilizzi dei brani del patrimonio classico da parte di artisti pop e rock a partire dagli anni '50 in poi.

Come correttamente indicato da Davide nella parte iniziale del volume, vedasi altresì intervista di seguito proposta, non si tratta di proporre una summa esaustiva dell’argomento - opera oramai penso impossibile per noi umani - ma l’intento, filtrato dalla cultura musicale pluridecennale dello scrittore, è quello di proporre al pubblico dei lettori una serie documentata di citazioni o appropriazioni di frame musicali del passato da parte di autori moderni e contemporanei.

Dunque non un libro dal sapore enciclopedico (ad esempio rimane fuori tutto il mondo della cosiddetta grey area, con l’utilizzo di campionamenti di opere del tardo romanticismo/inizio '900, da Wagner, passando da Buckner, per giungere a Mahler e alla dodecafonia) ma, ciò nonostante, un utile vademecum - forse un pochino sbilanciato verso l’area del progressive rock, genere tuttavia che si presta a tale opera di recupero - che, a partire dalle orchestre degli anni '50 e '60 (primo capitolo), passa all’analisi del singolo compositore (secondo capitolo) indi (nel terzo capitolo) ai cosiddetti “adattatori seriali”, ovvero quegli artisti che hanno fatto del citazionismo classico il loro modus operandi, per poi concludersi (nel quarto capitolo) con il “succoso” e straniante incontro della classica con la disco music.

Data la struttura del libro ogni lettore può decidere come leggerlo, da capo a fondo, ovvero partendo da un autore classico amato, o, perché no, anche random.

 

Vi sono una serie di aspetti interessanti in quest'opera, innanzitutto, rispetto a quanto scritto nella recensione relativa a Invettive Musicali (vedasi qui) Davide non risparmia apprezzamenti critici rispetto ad alcune rielaborazioni francamente “imbarazzanti”.

Altra nota di merito è l’inserimento di alcuni box relativi al brano classico oggetto dell’analisi: si passa dalla nota discussione del celeberrimo brano di Beethoven “Fur Elise” (in realtà, per alcuni, dedicato a Therese), passando dal meno noto Adagio di Albinoni, in realtà un fake ante litteram da parte di Remo Giazotto, per giungere alla genesi e al corretto inquadramento nella musica profana della famosissima Ave Maria di Schubert.

Altra nota di merito è lo spiegare per quale motivo moltissimi artisti non abbiano deciso di inserire quale (almeno) co-autore il musicista di cui hanno utilizzato il brano: ego (?) o, più prosaicamente, la volontà di monetizzare il più possibile (?); nell’intervista in coda, Davide torna su tale circostanza.

 

Ci sarebbero molte nuggets da anticipare, ma, lasciandovi la sorpresa nello scoprirle direttamente, vi lascio con una nota personale: tra gli agli adattamenti del Bolero di Ravel, troverete quello realizzato nel 1994 da Stanley Jordan, circostanza che mi ha fatto tornare il mente il concerto tenuto dal grande chitarrista a Roma nel maggio del 2023, dove, tra i vari brani proposti, trovai veramente interessante la rilettura di un movimento del Concerto di Pianoforte n. 21 di W.A. Mozart.

Se poi vorrete ampliare i vostri orizzonti musicali, confermo e sottoscrivo quanto riportato nel paragrafo conclusivo della prefazione di Mattia Guerra: “…se il titolo vi pare un azzardo (cit. il sottotitolo “Il lato pop della classica, il cuore classico del rock”) cercate l’Arietta della Sonata op. 111: ascoltate cosa si inventa lì Beethoven...poi ne riparliamo”.

 

***

 

Intervista a Davide Pezzi

 

Ciao Davide, siamo felici di ospitarti su Loudd! Inizierei con le presentazioni: chi è Davide Pezzi, da quanto tempo si occupa di musica e per quali motivi, dopo aver già in precedenza pubblicato altri libri, hai deciso di pubblicare Rock Me Amadeus?

La musica, da che io ricordi, c’è sempre stata nella mia vita, è la sola amica che non mi ha mai tradito. Ricordo che da bambino ascoltavo i 45 giri di mia sorella, più grande di me di 7 anni, fino a che, crescendo, ho iniziato ad avvicinarmi alla musica fino ad acquistare il mio primo disco, Storia di un minuto, della PFM. Ho lavorato per anni in diverse radio libere (allora si chiamavano così) di Rimini, dove sono nato, anche se “lavorare” è un modo di dire: ci si andava per passione, al massimo con un piccolo rimborso spese, ma è stato un periodo indimenticabile e irripetibile.

Avendo sempre amato anche la scrittura, alcuni anni fa ho pensato di unire queste due mie passioni e ho creato un blog, Storie di canzoni (oggi chiuso), in cui raccontavo le storie dietro a tante canzoni famose. Il mio primo libro, Quello che le canzoni non dicono, è nato proprio raccogliendo le storie pubblicate online, e devo dire che ha avuto una ottima accoglienza. Così, un paio di anni dopo, gli ho dato un seguito, e nel 2024 è stata la volta di Note di Natale, in cui ovviamente raccontavo la storia di alcune delle più belle melodie natalizie, dalle canzoni pop moderne di Mariah Carey agli inni sacri.

L’idea di Rock me Amadeus in realtà mi frullava in testa da anni. Sono cresciuto col progressive rock degli anni ’70, che ha fatto della rielaborazione di brani classici uno degli elementi di punta, e mi ha sempre affascinato vedere (o meglio ascoltare) come una stessa composizione potesse essere arrangiata in tanti modi diversi: rock, pop o anche in versione disco-music… Non sempre con buoni risultati, va detto. Da qui l’idea di andare a cercare chi ha rifatto cosa (e come) cercando di spaziare a 360 gradi tra i generi, dal rock alla musica leggera (anche italiana) alla discomusic degli anni ’70, fornendo sempre anche i dati essenziali per andarsi ad ascoltare anche la composizione originale.

 

L’idea del libro è molto intrigante: scoprire le radici classiche di molti brani pop e rock, quasi a vincere la vulgata classica che vuole questi due modi completamente autonomi e separati rispetto al patrimonio musicale classico.

Da un lato tale operazione è quasi una sorta di recupero di una tradizione diffusa fino all’inizio dell’Ottocento, dove l’utilizzo (se non addirittura il plagio) di musica altrui era quasi un costume che i musicisti esercitavano non solamente per “pigrizia mentale” o “spirito furtivo”, ma talvolta anche per omaggiare l’artista che veniva fatto oggetto della citazione, riconoscendone in qualche modo l’autorevolezza. Con la nascita del moderno diritto d’autore, ovviamente tutto ciò è divenuto molto complicato, se non addirittura illegale, pensiamo, ad esempio, per tornare indietro di qualche anno, alle numerose cause contro l’utilizzo di campionamenti tipico della musica rap (e a seguire).

Dall’altro lato, leggendo diverse pagine del tuo libro, mi stupisce l’opacità di molti musicisti che celano quale (co)autore il musicista classico di cui utilizzano il brano, la melodia, la scala, o quant’altro. Posto che, nei confronti dei medesimi, oramai i proventi del diritto d’autore non possono essere azionati, secondo il tuo parere quale sono le ragioni per non indicare alla luce del sole, l’origine e/o l’ispirazione dei pezzi in oggetto?

Sì, hai colto una delle costanti, e cioè la “dimenticanza” di indicare gli autori originali come reali creatori dell’opera. Purtroppo un malcostume che spesso risulta anche inutile, per esempio quando si rifanno brani celeberrimi. I motivi per appropriarsi del lavoro altrui possono essere diversi: senz’altro la voglia di “farsi belli” con qualcosa scritto da altri, ma più spesso temo per meri motivi economici. Le royalties come autore sono, infatti, molto maggiori di quelle come ri-elaboratore o arrangiatore. E, visto che per la maggior parte si tratta di opere ormai libere da diritti, non ci sarà nessuno a contestarne la paternità.

L’unico “sfortunato” è stato Eric Carmen, che per la sua “All by myself” ripresa da un concerto di Rachmaninoff (ovviamente non accreditato) ha scoperto che in realtà negli Stati Uniti i diritti delle sue opere non erano liberi e si è visto decurtato di una sostanziosa parte dei proventi. Ma è un caso quasi isolato, nella maggior parte dei casi questi “copioni” hanno tranquillamente incassato fior di quattrini alla faccia di Bach, Mozart e compagnia bella.

Anche un mostro sacro come De Andrè è incappato nella tentazione di “ispirarsi” a un brano classico senza citarlo: la splendida “Canzone dell’amore perduto” è palesemente ripresa da un concerto di Telemann, compositore barocco non troppo noto al grosso pubblico… Probabilmente Faber non pensava che qualcuno se ne sarebbe accorto, o magari si è solo dimenticato di indicarlo. Ciò non toglie che sia una delle sue canzoni più belle.

 

Vorrei evitare di cadere nel tranello del cultore della materia pronto a “sfoggiare” le omissioni o i pezzi imperdibili non citati, essendo praticamente impossibile coprire tutto lo scibile musicale attuale (ma non ce la faccio a non suggerirti di inserire nella prossima ristampa "La Soledad" dei Pink Martini) quindi ti chiedo quali sono stati i criteri che ti hanno mosso e condotto alla selezione dei brani musicali inseriti nel libro?

Ovviamente era impensabile fare un’opera esaustiva, come spiego nell'ntroduzione. Se solo prendessimo in esame tutti i campionamenti di frammenti di opere classiche occuperebbero da soli centinaia di pagine. Il mio libro vuole essere un testo divulgativo, spero piacevole da leggere, e non un’enciclopedia con migliaia di voci (credo che ci sia una serie di libri pubblicati in Inghilterra di questo tipo). Ho preso comunque in esame la maggior parte delle rielaborazioni fatte dagli anni ’50 a oggi, o almeno quelle di cui è possibile rintracciare un file audio, o un disco, perché non ho volutamente parlato di brani di cui ho solo trovato la menzione ma che non sono riuscito ad ascoltare. E di cose imbarazzanti ne ho ascoltate, te l’assicuro… Fortunatamente accanto a cose molto belle! Inoltre ho preso in esame solo le composizioni che si rifanno a brani classici ben precisi, non invece operazioni come per esempio "Rondò Veneziano", che si ispirano alla musica classica ma sono comunque composizioni originali. E accanto alle rielaborazioni più o meno rock ho trattato anche le (tante) canzoni ispirate o copiate da melodie classiche, come il citato successo di Eric Carmen, e anche qui non sono mancate le sorprese…

 

Su Loudd curo una rubrica che ho denominato “Spigolature”, ovvero la ricerca minuziosa di cose rimaste in giro qua e là, che meritano di essere raccolte e non disperse, nel tuo libro ho trovato delle chicche sparse qua è là, ad esempio, non avrei mai immaginato che Al Capone avesse scritto di musica, ovvero che l’Adagio di Albinoni in realtà è un fake moderno, e così via. Ti sei divertito a scovare queste nuggets?

Molto. In effetti la fase di ricerca per scrivere i miei libri è spesso fonte di tante inattese scoperte, che ho piacere di condividere, a volte con dei box extra-testo in cui faccio chiarezza su malintesi o leggende che si tramandano da anni. Alcune non sono così inedite: tra gli appassionati di musica, per esempio, il fatto che il famoso Adagio di Albinoni non sia stato in realtà composto dal musicista veneziano è cosa nota da tempo. Come spiego nel libro, fu il musicologo Remo Giazotto nel 1958 a pubblicare la partitura, raccontando di averla ricostruita da un manoscritto incompiuto di Albinoni rinvenuto tra le macerie della Biblioteca di Dresda, dopo i bombardamenti alleati della Seconda Guerra Mondiale. Il brano ebbe subito in successo enorme, fu registrato anche dal grande Herbert von Karajan, fu rifatto in tutte le salse e inserito in tantissimi film. Solo che, alla morte di Giazotto nel 1998, fu definitivamente appurato che Albinoni in realtà non c’entrava nulla, e che l’intero brano era opera solo sua. E comunque ancora oggi ci si riferisce a questa struggente melodia come dell’Adagio di Albinoni. E come questa ci sono tante altre false credenze che spiego, dall’Ave Maria di Schubert, che non nasce come brano di musica sacra all’Aria sulla Quarta corda di Bach che il compositore tedesco non ha mai intitolato in questo modo, alla famosa sonata Per Elisa di Beethoven che forse dovrebbe intitolarsi Per Teresa, e la cui paternità (un po’ come per l’Adagio di cui sopra) non è poi così sicura.

 

Ultima domanda: come sta andando il libro, che riscontri hai? Sei già in pista per qualcosa d’altro?

Beh, essendo uscito da poco più di un mese è difficile avere dei riscontri. Certo è un libro di nicchia: il suo lettore ideale è un appassionato di musica pop che ami anche la classica, e viceversa. Un lettore (e ascoltatore) con l’apertura mentale necessaria per saper apprezzare ogni genere musicale. L’integralista della musica classica, il purista che cerca solo esecuzioni filologicamente accurate, ovviamente considera un sacrilegio adattare a ritmi rock un brano classico; allo stesso modo, chi ascolta solo musica pop-rock e considera con superficialità la musica classica “noiosa”, “vecchia” o “difficile”, difficilmente avrà voglia di leggere di queste contaminazioni. E non dimentichiamo che il grande mercato del libro in Italia è dominato da quei tre/quattro editori che da soli riempiono gli scaffali delle librerie. Ma i feedback che ho avuto da chi il libro lo ha letto sono comunque positivi, per cui sono fiducioso.

Altri progetti? Se mettessi in pratica tutte le idee che mi vengono pubblicherei tre libri all’anno! In cantiere c’è il terzo volume di Quello che le canzoni non dicono dedicato esclusivamente alla musica italiana, e un’altra idea su cui sto lavorando… Spero che avremo occasione di parlarne ancora insieme!