In una recentissima intervista rilasciata da Gianmaria Accusani, frontman dei Sick Tamburo, a Rockol, emerge quanto si senta vicino a coloro che l’intervistatore definisce “persone ai margini” e che Accusani stesso designa più semplicemente come “sfigati”. Egli dichiara, più propriamente, “A me piace stare in mezzo a quelle persone, perché le sento vicine me”.
E così, venerdì 30 ottobre un folto gruppo di “sfigati” ha progressivamente popolato il Druso, locale di musica live della provincia bergamasca, per uno dei concerti del winter tour con cui i Sick Tamburo stanno chiudendo la promozione di Dementia (pubblicato a inizio 2026). L’atmosfera suggerita dal Druso all’arrivo era del tutto analoga a quella respirabile in un qualsiasi locale di fiducia per chi ama la musica dal vivo; con ogni probabilità il solo che in una realtà di provincia organizzi eventi alternativi a proposte musicali più “commerciali”.
La compagine di “sfigati” che hanno fatto compagnia ai Sick Tamburo nella serata di venerdì ha avuto come “apri-fila” Manuel e Sergio, rispettivamente chitarrista e batterista del gruppo ASMA (rintracciabile sui canali social come “corriconlasma”), originario della Valcamonica. Ascoltandone il breve live precedente al salire sul palco dei Sick Tamburo, solo una parola poteva sovvenire al pensiero: “punk”. Non sto parlando soltanto del genere musicale a cui le canzoni del duo in larga parte aderiscono, ma più propriamente di uno status, di un’attitudine, di ciò che sempre Accusani ha dichiarato nell’intervista nominata al principio dell’articolo: “Io credo che il punk sia essere se stessi, non tradirsi”. Gli ASMA trasmettono con precisione questo, il coraggio di essere appieno loro stessi da almeno tre anni a questa parte, attraverso la pubblicazione e l’esecuzione live di brani come “Ti rompo gli occhiali” o “Bidello infame”.
A seguito della mezz’oretta a loro disposizione per l’apertura del live, sono finalmente comparsi sul palco i passamontagna distintivi dei Sick Tamburo. Quando un fan dichiara di “sentirsi vicino” agli artisti che ascolta e che apprezza, abitualmente parla di una vicinanza di idee e di emozioni: ebbene, nel mio caso, occorre interpretare l’espressione anche in senso letterale, dal momento che la costituzione del Druso è tale per cui mi trovavo a poche decine di centimetri dall’asta del microfono da cui Gianmaria Accusani ci ha deliziato per un’ora e mezza con la sua voce e l’esplosione punk rock delle sue canzoni.
Da quella posizione, per dir così, privilegiata, ho potuto ammirare un paio di “cose” sotto la sua postazione prima dell’inizio del concerto: innanzitutto, la scaletta del concerto (un po’ banale, me ne rendo conto) e, in secondo luogo, alcuni testi di canzoni scritti a mano (come “L’uomo magro” o “Menomale che ci sei tu”, dagli album successivi l’uno all’altro Senza vergogna e Un giorno nuovo). Tutto ciò mi ha fatto sorridere, perché sembrava davvero di essere in un contesto amicale, in cui si ha a che fare con persone vere, che non sempre ricordano alla perfezione i testi (specie quelli più articolati e soggetti a cambiamenti di frase in frase), e non con artisti edulcorati della loro umanità e apparentemente distanti “anni luce” da coloro che li seguono e li ammirano.
Detto questo, per dare idea dell’andamento del concerto ci si può attenere a quanto detto e fatto da una delle ragazze più attive nel pogo del concerto: perlopiù si scatenava nel pogo agitato che ne ha accompagnato la buona parte, in quello sfogo scomposto delle emozioni trasmesse da canzoni come “A.I.U.T.O” (in chiusura del concerto stesso e omonimo dell’album corrispondente del 2011), ma in alcuni momenti si appoggiava familiarmente a me, dichiarando di avere bisogno non solo di rabbia, ma anche di un po’ di “affetto” (espresso efficacemente da brani come “Sei il mio demone” o “Il fiore per te”, quest’ultimo eseguito nel “bis” di fine evento).
A prescindere dall’aneddotica tipica da concerto, quando si instaurano le amicizie più intense, ma, allo stesso tempo, più brevi della propria esistenza, penso che il “punto” del live sia stato davvero centrato: ascoltare i Sick Tamburo spesso significa combinare rabbia e affetto, espressione e sfogo della prima e dimostrazione del secondo. Non per niente, infatti, la loro musica combina sapientemente ritmi incalzanti e, per dir così, urgenti a lunghe e lacrimose litanie. Per fare un esempio, ripercorrendo la scaletta di venerdì sera, si può pensare alle due canzoni di apertura del concerto: dapprima l’oscurità ritmata di “Agnese non ci sta dentro” (dall’album Paura e l’amore del 2019) e poi, in successione, la dolcezza e la lentezza emergenti in “La fine della chemio” (brano d’apertura di Un giorno nuovo del 2017).
Non ho mai pensato che fosse un caso che molte delle canzoni dei Sick Tamburo si fondino sulla ripetizione a tratti ossessiva delle stesse parole, delle stesse formule: se penso al concerto, per esempio, mi vengono in mente brani come “Ho perso i sogni” (dal Dementia) oppure, ripercorrendo all’indietro la loro carriera e risalendo addirittura al loro primissimo album (Sick Tamburo, del 2009), come “Forse è l’amore” e mi sembra di ritrovare un po’ il principio del “mantra”, ossia il dare spessore e vividezza alle parole che si pronunciano proprio grazie alla loro ripetizione. Pronunciare con convinzione e in maniera continuativa le parole “Il colore si perde sempre un po’” (verso cardine della canzone “Il colore si perde” dall’ultimo album) non significa semplicemente riprodurre un qualsivoglia ritornello in quanto componente fondamentale di una canzone standard, ma significa sentirlo davvero fino in fondo, interiorizzarlo e, allo stesso tempo, renderlo reale ed esperibile.
Tutti coloro che hanno assistito a un concerto dei Sick Tamburo credo che abbiano avuto l’impressione che Gianmaria Accusani sia un uomo sostanzialmente di poche parole (se non nella stesura dei testi e delle canzoni, naturalmente). Non dedica molto tempo a fare interventi e a presentare le canzoni mano a mano che si eseguono, venerdì, però, ci ha tenuto a esprimersi su almeno un aspetto della serata: ha premiato la performance del pubblico in termini di salti, balli e pogo, assegnandole una valutazione “da dieci”, ma, allo stesso tempo, ha chiesto che si facesse più sentire con la voce e con le grida. Di fronte al suo “Grazie” a conclusione di quasi ogni canzone, quale può essere il miglior modo di rispondere e di far sentire chiaramente il proprio calore, se non urlando e dimostrando di, testuali parole, “spaccare i culi” anche da questo punto di vista? Credo che il suo incoraggiamento sia stato preso alla lettera (forse persino troppo) alla fine del concerto, quando un ragazzo dal pubblico è salito sul palco durante la performance di “A.I.U.T.O” per cantarla affiancando la band. Quasi subito è stato ricondotto giù, ma Accusani ha detto ironicamente che sarebbe dovuto rimanere su appositamente per dare "aiuto".
Quest’ultimo, infatti, lega indissolubilmente il pubblico in adorazione e il gruppo che ne è l’oggetto: come dice sempre Accusani a conclusione di un live, la presenza del pubblico è d’"aiuto" alla motivazione della band a salire sul palco; ma, allo stesso tempo, penso che quasi tutti quelli che si sono presentati al Druso venerdì sera attirati dal nome dei Sick Tamburo abbiano avuto la sensazione che ascoltarne le canzoni fosse di “aiuto” per stare a loro volta meglio e per sentirsi meno soli nelle espressioni del loro pensiero e del loro cuore (come spesso accade quando si parla di musica e del suo potere aggregante). Dopotutto ogni persona allora presente può affermare, come suggerisce la canzone “Qualche volta anch’io sorrido”, “era bello davvero/qualche volta anch’io ho sorriso”: il live dei Sick Tamburo al Druso di Ranica è indubbiamente una di queste fantomatiche volte.
Le fotografie della serata, a cura di Emanuele Esposito
Sick Tamburo
ASMA
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