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RE-LOUDDSTORIE DI ROCK
01/06/2026
Bonnie Raitt
Slipstream
“Una nuova manciata di grandi canzoni”, ecco come la Regina della slide Bonnie Raitt ha definito il suo lavoro del 2012, una sorta di rinascita artistica avvenuta anche per merito del cambio di etichetta discografica. Grazie a Re-Loudd andiamo a riscoprire Slipstream.

“And don't you think that you had enough? Ain't it time to get a different view?
Can't just wait around for what you want, it's all about the way you choose
Ain't nobody else that can make things right
Baby, it's down to you”

(“Down to You”)

 

Dopo il bellissimo Souls Alike, Bonnie Raitt ha vissuto uno dei momenti più terribili della sua esistenza, in concomitanza con la fine del contratto con la Capitol nel 2006. Nel giro di breve tempo la “baronessa del blues” ha dovuto affrontare la scomparsa di entrambi i genitori e la perdita, nell’aprile del 2009, di suo fratello Steve, al quale aveva dedicato tutta se stessa durante la terribile malattia, un cancro al cervello.

Sono stati necessari alcuni anni di pausa, senza fare programmi precisi. Tuttavia, quando si lascia passare il tempo, diventa sempre più difficile riscendere in campo con un nuovo lavoro. Per questa ragione la Raitt ha ben pensato di accettare l’aiuto di un amico che dello studio di registrazione ha fatto il suo regno.

Alla fine del 2010 comincia la svolta: Bonnie varca la soglia del Garfield House Studio di South Pasadena, California, posizionato per la precisione nel seminterrato della casa di Joe Henry. Collaborare con lui e i suoi musicisti rimette immediatamente in moto la creatività della blues singer. Poter relazionarsi con sessionmen del calibro di Greg Leisz (chitarra acustica e pedal steel), Patrick Warren (tastiere), David Piltch (contrabbasso), Jay Bellerose (batteria) e, ospite d’eccezione, Bill Frisell, risveglia in lei l’atmosfera e l’ispirazione giuste.

 

In Slipstream tutto torna in gioco. Risultano fondamentali nell’equilibrio e nella struttura dell’opera due composizioni di Bob Dylan, incise all’inizio del progetto,  che racchiudono tutta la frustrazione e la disperazione del periodo; si tratta di “Million Miles” e “Standing in the Doorway”, e non è un caso la loro origine. Entrambe provengono da Time Out of Mind (1997), un album in cui anche il “menestrello di Duluth” si è trovato a fare un bilancio della propria vita, a fare i conti con se stesso, il proprio mito e la propria mortalità. Sono interpretazioni riuscitissime, da groppo in gola: sei corde taglienti, accordi di pianoforte bui come la notte e una sezione ritmica che ha l’incedere di una marcia verso l’ignoto. La voce fumosa di Bonnie aggiunge una rara potenza espressiva. Il suo canto con il tempo ha acquisito ancora più fascino, ruvidità e colore, quello che solo l’esperienza può conferire.

Una volta rotto il ghiaccio e creatasi grande armonia in sala d’incisione, Henry tira fuori dal cilindro due pezzi da novanta quali l’oscura e commovente “You Can’t Fail Me Now”, firmata insieme a Loudon Wainwright III, e “God Only Knows”, una struggente ballata perfetta per fungere da brano di chiusura. Da quel momento il disco appare sempre più definito nella mente della Raitt, ora pronta a riassumere il comando e a tornare dalla sua band all’Ocean Way Recording Studio di Hollywood.

 

Slipstream si arricchisce così del contributo di George Marinelli alla chitarra e al mandolino, di James “Hutch” Hutchinson al basso, del mai troppo compianto Mike Finnigan all’organo e di Ricky Fataar alla batteria, con ospiti speciali Al Anderson, importante per la stesura della malinconica “Not Cause I Wanted To” e della sfrontata e acida “Ain’t Gonna Let You Go”. Anche il leggendario songwriter irlandese Paul Brady si unisce alla combriccola confezionando una magnifica ballad, “Marriage Made in Hollywood”, ove si distingue pure come vocalist.

Ogni canzone sembra trovare il posto giusto in scaletta, creando un continuo saliscendi di emozioni, a partire dall’opener “Used to Rule the World” (autore Randall Bramblett), un pezzo dal groove irresistibile, reminiscente di Donny Hathaway, Curtis Mayfield e Stevie Wonder e perfetto apripista, per proseguire con il seducente reggae di “Right Down the Line”, frutto della penna affilata del grande Gerry Rafferty.

“Down to You” è probabilmente il motivo di riferimento, dal testo introspettivo, composto dalla stessa Bonnie, “Take My Love With You” si potrebbe definire un “lento” acustico che non smette di girare in testa come un mantra fin dal primo ascolto, mentre un altro highlight è senza dubbio “Split Decision”, con le sei corde pronte a duellare su un riff assassino.

 

Slipstream segna per la Raitt una sorta di rinascita umana, artistica e pure discografica, con la decisione di pubblicare i propri lavori sotto un’altra etichetta, la neonata Redwings. Grazie a quest’opera, vincitrice di un Grammy Award, si spalancano nuovi orizzonti per la Regina della slide. Dig In Deep (2016) e Just Like That… (2022) confermano il rilancio di una donna che ha saputo trovare la forza nei frangenti più terrificanti, dimostrando una tenacia impareggiabile. Il potere della musica, ancora una volta, ha salvato e dato un senso alla sua esistenza, permettendole di trasfigurare il dolore in trionfo.