Siamo da tempo abituati al fermento della scena musicale bergamasca che ruota attorno a Carlo Pinchetti, un profluvio di progetti e iniziative che nel tempo hanno fatto nascere realtà interessanti, le quali, seppur costantemente lontane dai riflettori, esprimono una qualità ed una freschezza di cui la musica del nostro paese non può che beneficiare.
Ultimo di questa lunga serie di avvenimenti, ma degno di particolare nota dato il risultato finale, è la nascita dei Post Seasons, un collettivo messo su praticamente dal nulla e abbastanza a caso (se vi interessa la vicenda è raccontata nell'intervista che trovate online su queste stesse colonne) assieme ad amici e colleghi di vecchia data come Florian Hoxha (chitarra e voce), Francesco Arciprete (basso) e Andrea Zanoletti (batteria). Sono tutti membri attivi di tale scena, hanno militato o militano in realtà diverse (oltre ovviamente ai Lowinsky, facciamo anche i nomi di Glass Cosmos e Panamas) e mettere in comune le loro forze nel medesimo progetto ha generato risultati inaspettati.
Si paragonano ai New York Dolls “ma con meno glitter e più Braulio” e, altrettanto spassosamente dicono di essere arrivati “troppo tardi per essere i Replacements” ma anche di essere “troppo cinici per essere i Jets to Brazil”, oltre che “forse troppo testardi per mollare”.
Al di là del tono ironico, l'idea la rendono perfettamente: quattro amici non più giovani, con la passione per l'Indie Rock più grezzo ed incontaminato, che hanno rinunciato a fare i soldi con la musica, ma che per niente al mondo si priverebbero del piacere di scrivere canzoni e suonarle in locali scalcagnati.
Non è un caso, immagino, che abbiano chiamato il disco Songs for the Sound Guy, come un sottile riferimento al fatto che, quando suonano loro, oltre al fonico sarebbe difficile aspettersi altra gente.
E invece, se sottovalutaste questo disco perché “esce troppa roba e non è possibile ascoltare tutto” commettereste un grosso errore. Pinchetti e Hoxha hanno creato una sintesi perfetta delle loro rispettive anime: più melodica, aperta e vicina all'Indie Pop quella del primo; più ruvida e Punk quella del secondo. I quali, dividendosi le linee vocali e cantando grosso modo una metà del disco a testa, hanno contribuito a rendere il lavoro più vario e sfaccettato.
Le coordinate, comunque, sono le solite: Indie Rock e Punk nella migliore tradizione di Replacements e Hüsker Dü, grande potenza, tiro da paura e cura impressionante della melodia.
Il dato rilevante, in tutto questo, è che sono canzoni che sì, suonano già sentite, presentano senza dubbio i soliti stilemi, ma allo stesso tempo possiedono una freschezza e un'aura da classico senza tempo che le rende irresistibili già dal primo ascolto.
I nostri sanno scrivere, questo lo si sapeva, ma mettendosi insieme hanno amplificato le loro capacità, tirando fuori un lavoro di altissimo livello, assolutamente non riducibile a una brutta copia dei modelli di riferimento.
Partenza con “In My Sleeve”, attacco veloce e melodico, un brano dal forte spirito Punk, solare e divertente; più rabbiosa e tirata la successiva “New Sensation”, vera e propria killer song, con un gran lavoro di chitarre, anthemica e vero e proprio instant classic. Con “Dead Inside” l'album raggiunge probabilmente uno dei suoi apici, autentico inno da cantare a squarciagola, la semplicità di una scrittura che non lascia scampo.
“Wrong” è un po' il contraltare del precedente: se quello era trascinante e spensierato (nonostante nel testo si affermi il contrario) qui c'è molta più rabbia e aggressività, anche per lo stile vocale di Florian, decisamente più chiuso e aspro.
Con “Fancy Guitars” i quattro tornano ad un tono ironico e parlano di loro stessi, della loro passione per la musica “suonata” e priva di artifici, come elettronica o drum machine. Brano leggero, piacevole ma francamente non indimenticabile.
“Is It All My Imagination” si muove su un mid tempo robusto e come sempre sfoggia un gran bel ritornello. Interessante il break strumentale nel centro, un solo di chitarra semplice e particolarmente melodico, un espediente vecchia scuola che si adatta benissimo al contesto.
“Rat Race” è cantata da Pinchetti e avrebbe potuto, unica della scaletta, finire sull'ultimo disco dei Lowinsky. Base acustica, fraseggi di elettrica sullo sfondo, parte come una ballata ma poi accelera improvvisamente nel ritornello e questo la rende decisamente più dinamica e interessante.
“Bury All” è un altro mid tempo e gioca molto sull'alternanza tra pieni e vuoti, mentre “Not for Real” è un Power Pop da manuale che, guarda caso, indovina ancora una volta l'ennesimo ritornello.
Disco sorprendente, un atto d'amore a un passato scomparso, ma una freschezza tutta contemporanea nell'interpretazione. Ci auguriamo solo che non resti un side project estemporaneo perché qui si sente già la voglia di un seguito.
