La grandezza degli Sprints si manifesta in tutta la sua evidenza verso la fine, quando Karla Chubb imbraccia la chitarra acustica e comincia le lunghe e ieratiche pennate di “Desire”, imbastendo nel frattempo un monologo sui tempi bui che stiamo vivendo e sul potere redentore della musica e della comunione tra il pubblico. Una comunione che lei e i suoi compagni di band hanno fatto di tutto per concretizzare, sin dalle prime battute dello show, quando, complice una reazione un po' troppo contenuta dei presenti, hanno fatto notare che avrebbero senza dubbio potuto fare di più. Da lì in avanti nelle prime file ha dominato il pogo, movimentati circle pit si sono creati in più di un'occasione, con Karla che è anche scesa un paio di volte per prendere parte direttamente a questo clima esagitato.
“Desire” è la traccia che chiude l'ultimo All That Is Over e lo fa con un crescendo magistrale, che dal vivo viene portato fino quasi al punto di rottura, ritmiche tesissime e chitarre sature, una tensione costante che arriva al culmine senza essere mai rilasciata, spegnendosi improvvisamente e riacutizzandosi all'improvviso nelle due bordate che concludono il set, la cover dei Le Tigre “Deceptacon” e la vecchia “Little Fix”, durante la quale un fan viene invitato a suonare la chitarra (e se la cava egregiamente, direi) a rendere ancora più concreto il rapporto tra chi è sopra e chi è sotto.
Mancavano solo loro, tra le nuove leve di un revival Post Punk che è giunto ormai all'ennesima replica ma che riesce sempre a regalarci qualche spunto di interesse. Erano passati da Roma quest'autunno, in uno show annunciato all'ultimo momento e al quale avrei probabilmente partecipato, se la stessa sera non ci fosse stato Tamino e se questa data non fosse stata già annunciata da tempo.
Prima volta a Milano, dunque, per il quartetto di Dublino, forte di un sophomore che, pur senza operare chissà quali sconvolgimenti, ha dimostrato una padronanza assoluta della scrittura, una capacità di rinverdire una formula ultra collaudata a colpi di potenza ed emozione.
Un Arci Bellezza ancora una volta sold out, ennesimo colpo di una stagione eccezionale per qualità della proposta e per la risposta del pubblico, in quello che è ormai divenuto uno dei locali di punta per la musica dal vivo in Italia; stupisce un po', semmai, constatare l'età media piuttosto elevata dei presenti, laddove solo due giorni prima per i Deadletter si erano visti molti più ragazzi. Probabilmente liceali e universitari, ma anche i trentenni, si entusiasmano maggiormente per quelle proposte più legate al classico Indie Rock o richiamanti gli anni '90, un decennio che è ormai sdoganato per quanto riguarda nostalgia e rievocazioni storiche.
Avrebbero dunque potuto apprezzare gli olandesi Marathon, che i nostri si sono portati dietro per questo tour. Il loro Fading Image è uscito un anno fa ma è passato quasi inosservato tra gli addetti ai lavori, soprattutto qui da noi, e dunque vederli in azione costituisce un'ottima occasione per recuperare.
La loro prova è maiuscola, potente e precisa, con un suono pieno e massiccio che costituisce senza dubbio l'aspetto migliore di ciò che hanno da offrire. Le canzoni sono senza dubbio migliorabili ma a loro modo funzionano, giocate come sono tra riff anthemici, svisate New Wave e rallentamenti sapientemente dosati in cui l'impronta generale si fa più pesante e scura. Eclettici e vari nella composizione, a metà strada tra la tensione emotiva dei Been Stellar e la poliedricità dei loro connazionali Personal Trainer, i Marathon sono senza dubbio una band meritevole di essere tenuta d'occhio.
Degli Sprints abbiamo già detto. Due dischi uno più bello dell'altro all'attivo mettono al riparo da possibili cali di tensione ed assicurano un repertorio di primo livello. “Descartes” instrada immediatamente il concerto sui binari giusti, mostrando di che cosa siano davvero capaci questi quattro quando hanno gli strumenti in mano. Jack Callan (batteria), Sam McCann (basso), Zac Stephenson (chitarra) e ovviamente Karla Chubb sembrano molto più navigati di quello che realmente sono, quattro ragazzi che stanno vivendo il loro primo anno da musicisti professionisti.
Evidentemente tutta la gavetta ha pagato, perché sono divenuti dei mostri di precisione e potenza, con una personalità perfettamente delineata, una Chubb che tiene il palco con disinvoltura, ed una generale capacità di gestire l'umore dei brani, dosando la potenza e i cambi di tempo in maniera magistrale.
Tra i concerti più belli dell'anno, senza alcun dubbio. E anche per loro vale il discorso fatto lunedì per i Deadletter: a breve, se tutto andrà come deve, ce li ritroveremo senza dubbio in posti più capienti.
