L’Inghilterra (o, per essere più precisi, l’idea stessa di Inghilterra) raramente è sembrata così tangibile come sabato sera al Magnolia, in occasione del concerto dei The Cribs. È vero, la band ha calcato il palco secondario, ma proprio questa dimensione raccolta ha finito per amplificare la sensazione di trovarsi catapultati, per una sera, in un pub qualunque del Regno Unito. A fare da colonna sonora al pre-concerto, una sfilata di classici (da Billy Idol agli Strokes, passando per i Nirvana) cantati a squarciagola da un pubblico sorprendentemente anglofono, pinta in mano e outfit da manuale del sabato sera britannico. Chiunque abbia attraversato le strade di Manchester nel tardo pomeriggio di un venerdì qualsiasi sa esattamente di cosa stiamo parlando. A completare il quadro, mancava soltanto un torneo di freccette nella sala accanto.
Alle 21:15, puntuali, i The Cribs salgono sul palco e l’illusione diventa definitiva. Gli inglesi non si esibivano in Italia da headliner dal 2012: quattordici anni che, nel mondo della musica indipendente, equivalgono a un’era geologica. Nel frattempo, qualche apparizione sporadica (da supporter dei Franz Ferdinand nel 2014, fino al festival The Away From Home voluto dall’ex One Direction Louis Tomlinson nel 2023 al Lido di Camaiore) ma nulla che potesse restituire la misura della loro identità dal vivo. Il tour attuale accompagna Selling a Vibe, disco che segna per la band un ritorno d’ispirazione e, non secondariamente, un risultato commerciale significativo (quinto posto nelle classifiche britanniche, il loro miglior piazzamento di sempre). I tre sono reduci da un breve tour in Gran Bretagna (appena sette le città toccate, con doppia data a fine marzo al Concorde 2 di Brighton) e si apprestano ora a una tournée europea altrettanto contenuta: otto concerti complessivi, due dei quali in Italia (l’altro al Monk di Roma).
Quella del Magnolia di Milano rappresenta la seconda tappa, dopo l’apertura di due giorni prima al Badaboum di Parigi, prima di proseguire verso Germania, Olanda e Belgio, per poi attraversare l’Atlantico per una decina di date nelle principali città degli Stati Uniti. Come ricordato dalla band stessa, si tratta delle prime date europee dopo quattordici anni di assenza, dai tempi del tour di In the Belly of the Brazen Bull del 2012. La sensazione è quella di un ritorno calibrato, quasi misurato: poche date, itinerari essenziali, una progressione volutamente prudente. Più che una ripartenza trionfale, una riconquista graduale del proprio spazio.
Sul palco, i tre fratelli Jarman – il chitarrista Ryan e il bassista Gary, gemelli, affiancati dal più giovane Ross alla batteria – incarnano un’estetica che guarda dichiaratamente oltre Atlantico: Chuck Taylor All-Stars, jeans a sigaretta, giacche di pelle (tolte però dopo poche canzoni) – insomma, un’attitudine che richiama i Ramones più che qualsiasi revival britannico. Menzione speciale per la t-shirt della Cult Records di Julian Casablancas degli Strokes sfoggiata da Ryan per l’occasione, giusto per far capire quale sia il contesto musicale dai cui provengono i tre fratelli originari di Wakefield, West Yorkshire. Accanto a loro, Russell Searle dei concittadini The Research alla chitarra, relegato in una posizione improbabile tra l’amplificatore del basso e l’uscita verso il backstage. Visto il poco spazio a disposizione sul palco, a nostro modesto parere è lui la vera figura eroica della serata.
L’attacco è immediato: la nuova “Dark Luck”, con Ross che pesta sui tamburi in piedi sullo sgabello, apre le danze prima di una sequenza di classici – “I’m a Realist”, “Hey Scenesters!”, “I’m Alright Me” – che stabilisce il tono. La scaletta procede poi con un equilibrio sapiente tra passato e presente, pescando almeno un brano per ogni album (con l’eccezione di 24–7 Rock Star Shit, se non si considera lo snippet di “Sticks Not Twigs”), e recuperando gemme come “Burning for No One” (For All My Sisters) e “Come On, Be a No-One” (In the Belly of the Brazen Bull).
Dal punto di vista strumentale, tutto è ridotto all’essenziale: la batteria asciutta di Ross, che richiama per approccio quella di Fab Moretti; le linee di basso minimali di Gary; e, soprattutto, la chitarra di Ryan, vero fulcro sonoro della band. I suoi accordi obliqui, apparentemente “impossibili”, spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione perché qualcuno come Johnny Marr abbia scelto di far parte della band per tre anni. A vederli suonare, è evidente che si tratta di fratelli: l’intesa è istintiva, quasi viscerale, e proprio per questo attraversata (almeno in passato) da inevitabili frizioni. Ma questa sera tutto sembra funzionare. Dopo sei anni di silenzio discografico, Selling a Vibe appare come un punto di ricomposizione interna, e il concerto ne è la prova più convincente. Le nuove canzoni si fondono con naturalezza nel repertorio storico, al punto che – come osserva Gary dal palco – diventa difficile distinguere tra vecchio e nuovo. È un segnale raro, e prezioso: indica una band che non vive di nostalgia, ma riesce ancora a parlare con una voce coerente.
Il pubblico, caloroso e partecipe (nonostante una consistente presenza di connazionali “in trasferta”), viene più volte elogiato dalla band, che scherza sul lungo intervallo prima del ritorno in Italia (Gary accenna anche qualche parola in italiano). Non manca però un momento di frizione, quasi inevitabile in un contesto così raccolto e fisicamente ravvicinato. Fin dalle prime battute, uno spettatore più insistente della media continua a richiedere “Another Number”, il brano più noto del loro disco di debutto. Ryan inizialmente abbozza, promettendo che arriverà più avanti – circostanza che, a giudicare dalla scaletta intravista ai piedi del palco, non sembrava esattamente vera. E invece, nella seconda metà del concerto, il brano viene effettivamente eseguito, con tanto di dedica, prendendo di fatto il posto di “Direction”.
Subito dopo, però, Ryan non rinuncia a una stoccata, liquidando “Another Number” come qualcosa che «was cool twenty years ago» e suggerendo che “Burning for No One”, eseguita immediatamente dopo, sia una canzone decisamente migliore. Sembrerebbe finita lì, ma il solerte richiedente torna alla carica: in un raro momento di quiete, intona nuovamente il riff del brano. A quel punto Ryan, comprensibilmente spazientito, chiude la questione con un secco e sonoro «Come on, man!», senza lasciare ulteriori margini di trattativa. Un episodio minore, certo, ma rivelatore: perché è proprio in queste piccole incrinature che si misura l’autenticità di un concerto.
Detto della piacevole sorpresa di ascoltare un brano come “Running Into You” da Night Network (introdotta da un accenno di “Hello? Oh…”), e considerato come episodi quali “We Share the Same Skies” e “City of Bugs” da Ignore the Ignorant si siano rivelati tra i vertici della serata, uno dei passaggi più riusciti arriva quando il concerto rallenta improvvisamente. La parentesi più atmosferica, costruita su “Looking for the Wrong Guy” e “Be Safe” – quest’ultima impreziosita dalla voce registrata di Lee Ranaldo dei Sonic Youth – introduce una profondità inaspettata in un set altrimenti serrato, dimostrando la capacità della band di lavorare anche per sottrazione, e non solo per accumulo di energia.
È però nel finale che i The Cribs tornano a giocare in casa: classici come “Men’s Needs” (con uno frammento di “Sticks Not Twigs”) e “Mirror Kisses” vengono scagliate sul pubblico con la consueta urgenza, prima che la chiusura sia affidata a “Pink Snow”, lunga deriva noise che si dissolve nel feedback mentre la band abbandona il palco. Nessun bis: le note di “Your Mother Should Know” dei Beatles, diffuse in sala, segnano con elegante nonchalance che il concerto è finito. Alla fine, sono settantacinque minuti netti, senza fronzoli, più che sufficienti per ricordarci come i The Cribs, nonostante le frizioni e le pause degli ultimi anni, abbiano ancora qualcosa da dire – e, soprattutto, conservino intatta la volontà di dirlo insieme. Dopotutto, come suggerisce uno dei titoli più eloquenti del loro ultimo album, “Brothers Won’t Break”.
