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SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
26/02/2026
Live Report
The Divine Comedy, 25/02/2026, Magazzini Generali, Milano
Un concerto dei Divine Comedy è anche e soprattutto una grande lezione di songwriting e vedere oggi Neil Hannon e soci in un tale stato di grazia non può che essere di buon auspicio. Il nostro racconto della serata ai Magazzini Generali.

Tornano in Italia Neil Hannon e i suoi Divine Comedy, dopo il passaggio di due estati fa all'anfiteatro di Peccioli, luogo senza dubbio suggestivo ma particolarmente difficile da raggiungere.

Questa volta siamo a Milano e l'occasione è l'uscita, lo scorso settembre, di Rainy Sunday Afternoon, ennesimo capitolo di una discografia sterminata che da quasi quarant'anni non conosce segni di cedimento. La venue prescelta, i Magazzini Generali, non è purtroppo l'ideale, soprattutto se paragonata ai teatri e alle affascinanti località all'aperto in cui la band si è esibita di recente: non è un caso che Neil, dopo poche canzoni, si scusi con il pubblico, costretto a stare in piedi, dicendo che di solito quando è lui ad andare ai concerti, preferisce di gran lunga stare seduto.

Fosse quello il problema! Acustica impietosa e scarsa visibilità sono i difetti cronici di questo locale (purtroppo tra i pochi rimasti a ospitare realtà di un certo livello) ed è fisiologico che una proposta come la loro, fatta di suoni raffinati e profondamente stratificati, ne risenta pesantemente.

 

In apertura ci sono i milanesi swan.seas, tra le realtà più interessanti della scena italiana degli ultimi anni, esordienti sulla lunga distanza con Songs in the Key of Blue, pubblicato dalla sempre attiva Waddafuzz! Records. La loro miscela di Dream Pop e Shoegaze (più il primo che il secondo, le canzoni proposte vivono quasi tutte di ritmi lenti e melodie rarefatte e narcotiche) incanta il pubblico, anche per una coesione tra i quattro e un amalgama strumentale decisamente di alto livello, che si risolve in una prestazione brillante e degna di act più blasonati.

Hanno un disco già registrato e di prossima uscita, direi che vale la pena tenerli d'occhio.

 

Neil Hannon e la sua band di sei elementi arrivano sul palco poco dopo le 21, sull'onda dell'efficacissima “Achilles”, tra i brani più incisivo del nuovo album, seguita a ruota dalla suadente “The Last Time I Saw the Old Man”, toccante istantanea del padre dell'autore, da poco scomparso.

Nel corso della serata i brani del disco saranno in tutto sette, a riprova della fiducia riposta in canzoni che in effetti si muovono sullo stesso livello di ispirazione delle cose più conosciute. Impreziosite dall'esecuzione sono soprattutto la ballata in odore di crooning “I Want You”, la serenata ironica di “Mar-a-Lago by the Sea”, nonché la title track, con le sue atmosfere beatlesiane.

La band, nella quale figurano collaboratori di lunga data come Joby Talbot, Stuart Bates, Simon Little e Andrew Skeet, e impreziosita dall'aggiunta di una violinista, offre esecuzioni eleganti e raffinate (con Neil che canta spesso accompagnandosi alla chitarra acustica) e si conferma act affascinante e dalle indubbie capacità live, anche se per forza di cose i momenti più pieni ed energici a livello sonoro sono stati penalizzati dall'acustica impietosa della venue.

Dal canto suo, Neil è come sempre rilassato e simpatico, esprime tutto il suo amore per l'Italia attraverso diversi tentativi di comunicare nella nostra lingua (anche utilizzando il traduttore del telefonino) e scherza a più riprese col pubblico, come quando, dopo l'esecuzione di “Catherine the Great”, precisa di averla scritta per la moglie e non per l'omonima zarina del XVIII secolo (“Non lascerò mai che Putin si metta tra me e mia moglie!” ha esclamato tra le risate dei presenti), o quando, sorta di surreale intermezzo, si trasforma in barman e serve da bere a ciascun membro della band, mentre questi disegnano un perfetto accompagnamento in stile Lounge.

 

Per il resto, le canzoni scorrono via una dopo l'altra, all'interno di una setlist corposa (quasi due ore di show) e infarcita di classici, riletti con brio e intensità, senza neppure tralasciare qualche interessante divagazione strumentale.

D'altra parte, col repertorio che ha si pesca sempre sul sicuro: “When the Lights Go Out All Over Europe” (particolarmente attuale in questi nostri tempi), “Norman and Norma”, le frizzanti “Generation Sex” e “At the Indie Disco”, salutate da una grande partecipazione di pubblico, le romanticherie sixties di “Bang Goes the Knighthood” e “Neapolitan Girl” (quest'ultima pressoché obbligatoria nel nostro paese), il fascino decadente della meravigliosa “A Lady of a Certain Age”, fino alla festa finale di “Absent Friends” e “National Express”, con i bis dedicati alla nuova e splendida “Invisible Thread”, prima che con “Tonight We Fly” si celebri la bellezza della musica e dello stare insieme.

Un concerto dei Divine Comedy è anche e soprattutto una grande lezione di songwriting, un'arte che i britannici, dai Beatles agli Smiths, dai Pulp ai Belle and Sebastian, conoscono forse meglio di chiunque altro. Neil Hannon sta ovviamente in questa categoria di autori assoluti, e vederlo oggi in un tale stato di grazia non può che essere di buon auspicio per un futuro ancora denso di sorprese. Lo attendiamo di ritorno il prima possibile.