Sono oramai cinquant'anni che i Fleshtones calcano le scene del rock underground; nata a New York nella seconda metà degli anni Settanta, la band americana rappresenta uno dei casi più peculiari della storia del rock americano. Pur avendo ottenuto un riconoscimento limitato sul piano commerciale, i Fleshtones nel tempo hanno costruito e mantenuto (seppur con alcuni alti ed altrettanti bassi) una reputazione significativa all'interno della scena underground e tra gli appassionati del garage rock e del rock revivalista.
Per comprendere appieno il peso storico della band, è necessaria una breve premessa storica: i Fleshtones si formano in un contesto particolarmente fertile, quello della New York post-punk del CBGB's, ambiente che favorì la nascita di gruppi destinati a influenzare profondamente la musica alternativa americana.
A differenza di molte formazioni coeve, tuttavia, la loro proposta non era orientata verso la sperimentazione o la destrutturazione del linguaggio rock (pensiamo ai Suicide, la new wave evoluta di gruppi come i Talking Heads, ovvero i Television, per non parlare della cosiddetta scena No Wave) bensì verso un recupero consapevole delle radici del genere rock.
Il gruppo sviluppò infatti un'estetica fondata sulla fusione di garage rock, surf music, rhythm and blues, soul, beat e rock'n'roll classico, un insieme di influenze che venne da loro sintetizzato con l'espressione "Super-Rock".
Uno degli aspetti più interessanti della loro produzione è la costanza stilistica. Mentre molte band nate negli anni Settanta hanno attraversato cambiamenti significativi per adattarsi alle evoluzioni del mercato, ovvero anche solo per una naturale evoluzione (pensiamo a molti gruppi garage di quel periodo che da un approccio assolutamente revivalista – basso, chitarra, batteria e Farfisa – hanno di volta in volta mutato il loro sound verso lidi differenti: proto punk, hard rock, glam e via dicendo) i Fleshtones invece hanno mantenuto pressoché invariata la loro identità sonora. Tale scelta ha probabilmente limitato la loro capacità di raggiungere un pubblico più ampio, ma ha contribuito a consolidarne il ruolo di gruppo di culto.
L'obiettivo dichiarato da parte del combo non è mai stato quello quello di innovare il linguaggio del rock, quanto piuttosto di recuperarne gli elementi più vitali e comunicativi.
Sempre per rimanere in quello specifico periodo storico che, sul finire degli anni Settanta, pose le fondamenta della rinascita garage degli anni Ottanta (vedasi intervista con Roberto Calabrò) mentre, ad esempio, i Cramps “sguazzavano” nelle atmosfere creepy e gotiche del sound garage, i Fleshtones si consideravano dei Peter Pan del rock, così si comprende la loro giocosità tipica del cosiddetto Frat-Rock.
In questo senso, i Fleshtones possono essere considerati eredi diretti della tradizione garage degli anni Sessanta, reinterpretata attraverso l'energia della scena punk newyorkese; come vedremo anche più avanti nel corso del live report, sicuramente uno dei loro punti di riferimento risultano essere stati i Ramones.
Nel quadro più ampio della storia del rock americano, i Fleshtones possono essere considerati una delle formazioni che hanno contribuito a mantenere viva la tradizione del rock delle origini durante un periodo dominato da nuove tendenze musicali. Il loro ruolo non è stato quello di innovatori radicali, ma di interpreti e divulgatori di un patrimonio musicale che rischiava di essere marginalizzato. In questo senso, la loro influenza appare più culturale che commerciale, estendendosi a numerosi gruppi del garage revival e del rock underground degli anni Ottanta e delle decadi successive.
Fatto tale necessario excursus storico, per arrivare all’attualità, devo sinceramente ammettere che sono arrivato al Bellezza abbastanza scettico sulla “tenuta” live della band vista la non proprio giovanile età dei componenti; pregiudizio ancor più alimentato (come molte volte ho avuto modo di scrivere) dalla età assolutamente da “matusa” del pubblico accorso che ha portato al sold out e tra cui ho potuto scorgere facce note sia come artisti sia come “agitatori” musicali.
Ebbene, non ho pudore nel dire che ho dovuto ricredermi: nonostante i componenti della band veleggino sui settanta, i Fleshtones hanno confermato dal vivo la formula che li caratterizza da decenni: una miscela di garage rock, rock'n'roll, surf rock, psychobilly e garage punk, proposta con uno spirito giocoso e quasi teatrale a conferma che il combo riesce a dare il meglio di sé nella versione live.
Un elemento centrale dei concerti del gruppo è sempre stato il rapporto diretto con gli spettatori: Peter Zaremba col suo ciuffo oramai bianco rimane un frontman istrionico e instancabile, impegnato tra voce, tastiere e armonica e l’aizzare il pubblico con la ripetizioni di frasi con il suo italiano maccheronico, Keith Streng continua a mostrarsi come chitarrista impetuoso e spettacolare; la sezione ritmica formata da Bill Milhizer e Ken Fox ha mantenuto serrato il ritmo dello spettacolo.
Il concerto è durato un’ora e mezza circa, con l’esecuzione di una serie di pezzi tratti dal loro esteso repertorio e l’esecuzione di diverse cover, tra cui "I Surrender" di Bonnie St. Claire, "How do you know" dei The Lyres (vedasi recensione dell’ultimo live pubblicato su una precedente Spigolatura) e "53rd and 3rd" dei Ramones, omaggiati anche nel corso del concerto con "Remember the Ramones".
Nel corso del live sono stati eseguiti altri brani rappresentativi del repertorio della band, tra cui "Going Back To School", "New Scene", "You Gotta Love, Love", "I've Gotta Change My Life", "Child of the moon", "Dick Tracy" (introdotta da Zaremba con la scelta tra Charlie Chan ed appunto Dick Tracy).
Ecco, se devo andare ancor più nello specifico, ciò che mi colpito è stato il richiamo più volte svolto alla New York degli anni Settanta (e da qui il riferimento a uno dei gruppi più iconici di quella scena, i Ramones); una città molto complicata in quel periodo, come ben rappresentato – per chi volesse approfondire – dal libro New York Rock di Steven Blush.
Musicalmente ciò si è tradotto in un crescendo del wall of sound negli encore eseguiti con un piglio tiratissimo; ecco allora i pezzi più veloci e anthemici, tra cui "Hearse", "I’m not Sissy" e la chiusura finale con un brano abbastanza negletto dal vivo come "American Beat" che nella coda finale sfuma nel brano più classico dei Blues Brothers "Everybody Needs Somebody to Love" (brano scritto nel 1964 per Solomon Burke e reinterpretato già nel tour del 1965 dai Rolling Stones).
Per concludere, che dire, nel giro di tre giorni, ho visto l’esibizione di due gruppi (vedasi live report Kim Salmon qui) che nonostante il passare degli anni, mantengono intatta la loro capacità di trasformare ogni concerto in una celebrazione del rock'n'roll.
Che poi il mito del rock non trovi più appeal nelle generazioni di adolescenti moderni (tranne rare eccezioni) è cosa già nota e di cui ho già scritto, quindi stasera lasciatemi godere delle good vibrations trasmesse dai Fleshtones!
