Devo ammettere di non essermi mai unito all'entusiasmo generale suscitato dalle Last Dinner Party negli ultimi due anni, da quando cioè sono apparse sulle scene con Prelude to Ecstasy. Sarà stato il suono un po' troppo pomposo, che mi ricordava eccessivamente i Queen (dubito esista una band che detesti di più nell'universo intero), oppure l'istintivo snobismo verso un act osannato da chiunque; sta di fatto che, pur riconoscendo l'indubbio valore delle loro composizioni, non sono mai riuscito a farmi troppo coinvolgere.
From the Pyre, pubblicato lo scorso ottobre, mi ha fatto tutto un altro effetto, probabilmente per un certo lavoro di asciugatura nei brani, ora più diretti e leggermente meno enfatici, ma c'era ancora qualcosa che mi rendeva distaccato nei confronti di queste sei ragazze di Londra.
Il punto è che, per giudicare veramente il valore di una band, ho sempre avuto bisogno di vederla in azione dal vivo, e con loro non era ancora capitato: mi ero perso il debutto italiano al Santeria, non avevo potuto recuperarle al Primavera Sound dello stesso anno a causa delle numerose sovrapposizioni (ricordo di essermi avvicinato al palco dove stavano suonando, ad esibizione già quasi terminata, ma c'era talmente tanta gente che ho rinunciato) e per finire, avevano annullato all'ultimo momento la loro partecipazione al Barezzi Festival, a novembre.
Ci riproviamo adesso, con il nuovo album fuori da poco e con una venue moltiplicata in grandezza (sarà la stessa singer Abigail Morris, nel corso dello show, a ringraziare il pubblico per questo upgrade, ricordando divertita che il primo locale in cui avevano suonato a Milano era piccolissimo), piena zeppa di fan giovanissimi e straordinariamente partecipi. Ecco, questo è il primo dato da sottolineare, un qualcosa che mi ero perso e che mi fa immensamente piacere: le Last Dinner Party, prima ancora di suscitare i favori di un pubblico vecchio e nostalgico, desideroso di respirare l'atmosfera di una rock band dal sapore decisamente retro, hanno radunato attorno a sé torme di ragazzine (probabilmente anche sull'onda del successo di un nome come Florence and the Machine, ai quali le nostre indubbiamente si richiamano): non è certamente abbastanza da cambiare la proverbiale pigrizia degli ascoltatori nel nostro paese, ma se non altro è un segnale positivo, che va ad unirsi ad altri simili riscontrati negli ultimi tempi.
L'apertura di questa sera è particolarmente degna di interesse: i Sunday (1994) sono la band di Paige Turner (già Paige Duddy, nipote di Joe Porcaro e precedentemente attiva come Xylö assieme al fratello Chase) e del chitarrista Lee Newell. Una collaborazione che valica l'oceano, visto che lei è di Los Angeles e lui di Slough, nel Berkshire, e oltretutto la formazione live è completata dalla bassista Lola, che viene dal New Jersey, e dal batterista peruviano Puma. L'EP di esordio Devotion e soprattutto l'omonimo debutto, uscito nel settembre del 2024, hanno acceso i riflettori su una band capace di fondere il tradizionale Dream Pop di Beach House e Mazzy Star, con suggestioni di Pop da classifica visibile soprattutto nelle melodie immediate e nei ritornelli killer sfoggiati da tutte le loro canzoni. In sede live sono poi trascinati dal carisma e dalla bravura di Paige, che canta bene e tiene alla grande il palco, tanto che il pubblico non ci mette molto a passare dalla sua parte e a farsi coinvolgere.
Del resto lo diranno le Last Dinner Party poco dopo, quando le ringrazieranno personalmente: li hanno incontrati in un festival a New York e sono rimaste folgorate dalla loro esibizione, al punto da volerle a tutti i costi in tour con loro.
L'esibizione è ancora un po' scolastica e in parte un po' trattenuta; dall'altra parte, hanno canzoni come “Tv Car Chase”, “Stained Glass Window” e “Tired Boy”, che sono letteralmente irresistibili, e che sarebbero hit clamorose se solo qualcuno se ne fosse accorto.
Suonano mezz'ora ma è sufficiente per lasciare un segno. Potrebbe essere solo questione di tempo e ce li ritroveremo headliner in questo stesso locale.
Le Last Dinner Party si fanno attendere parecchio, precedute da tre diverse musiche d'ingresso, che non fanno altro che accumulare ancora di più la tensione, che si scioglie finalmente alle prime note di “Agnus Dei”. Suoni non proprio al massimo, ma resa sufficiente per cogliere come, dietro una componente teatrale che potrebbe a tratti risultare eccessiva, c'è un gruppo rodato che suona benissimo, strumentiste eccellenti che concepiscono il concerto come una dimensione ulteriore a cui portare la propria musica (è infatti interessante che Abigail Morris dica ad un certo punto che per loro una canzone è davvero finita nel momento in cui la suonano dal vivo).
Lizzie Mayland ed Emily Roberts svolgono un lavoro egregio alle chitarre (con la seconda che si lascia andare a qualche assolo volutamente datato e appariscente), la sezione ritmica, composta da Georgia Davies al basso e Rebekah Rayner alla batteria, spinge parecchio e non manca di dinamicità; Aurora Nishevci suona pianoforte e tastiere e, seppur meno appariscente delle altre, è abbastanza evidente che costituisca l'anima musicale della formazione, un talento decisamente scintillante. Da ultimo, la già citata Abigail Morris è una frontman sensuale e carismatica, il palco è già la sua dimensione privilegiata e tiene in pugno i presenti sin dal primo istante.
Lo show è potente, melodico e altamente coreografico, trascinato da un repertorio (adesso che le sento inanellare un brano dopo l'altro devo ammetterlo) di indiscusso valore, una scrittura straordinariamente matura per ragazze così giovani.
A dare valore a tutto questo, c'è che le nostre suonano davvero bene, gestendo i momenti anthemici (“Count the Ways”, “The Feminine Urge”, “Second Best” e così via) con grande naturalezza ma incantando anche nelle fasi più compassate: da una “Sail Away” che inizia piano e voce per poi riempirsi progressivamente, alla coralità acustica di “Woman is a Tree”, dove mettono in mostra un impasto vocale da paura (peraltro, Nishevci e Mayland si dimostrano cantati molto più interessanti della lead singer, in quei momenti in cui hanno modo di distinguersi da soliste), fino ad una “Gjuha” davvero meravigliosa, dove viene fuori anche una certa vena “progressiva” della loro proposta.
Ci sono anche due brani inediti, “Big Dog” e “Knocking at the Sky”, che confermano un talento che, se continuerà a manifestarsi in questo modo, le destinerà ad una dimensione di autentica grandezza.
Un solo difetto, all'interno di un concerto bellissimo e privo di pecche: l'eccessiva parlantina di Morris che, soprattutto verso la fine, interrompe spesso il flusso naturale degli eventi, rendendo il tutto un po' troppo spezzettato. Benissimo i ringraziamenti e la menzione, uno per uno, dei membri della crew (sono stati fatti circa una dozzina di nomi; un dato significativo, in un'epoca di fortissima crisi della filiera dei live, di quanti soldi si stiano investendo su questo progetto), encomiabile il coinvolgimento della Fondazione Banco Alimentare (che si occupa da decenni di raccogliere e distribuire cibo ai bisognosi), i cui volontari erano presenti all'interno del Fabrique; in generale però, ci si accorge che alle due ore abbondanti del concerto andrebbero tolte decine di minuti sostanzialmente improduttivi.
Il finale è tutto per la hit “Nothing Matters” e per un bis composto da “This is the Killer Speaking”, col suo ritornello travolgente (e qui, a meno di non essere un fan sfegatato, l'interruzione per insegnare la coreografia al pubblico, anche no) ed una ripresa molto naturale di “Agnus Dei”, scaturita con naturalezza dal brano precedente.
Dal Santeria al Fabrique in poco meno di due anni. Col prossimo disco potremmo ritrovarcele al Forum, e non avrebbero rubato nulla. Da oggi salgo anch'io sul carro delle Last Dinner Party, tra le possibili grandi rock band di questa generazione. E non sto esagerando.

