Non è scontato che una band famosa per l’introspezione riesca a trovare la propria forma più compiuta su un palco davanti a migliaia di persone. Eppure, è esattamente ciò che accade ai Bon Iver in Volumes: One (Selections From Music Concerts 2019–2023 Bon Iver 6 Piece Band), un disco che non si limita a documentare un quadriennio di concerti della band del Wisconsin guidata da Justin Vernon, ma elegge il palco a luogo definitivo della loro espressione.
Per capire davvero il senso di questa uscita, bisogna fare diversi passi indietro. Il progetto Bon Iver nasce nel mito ormai canonico dell’isolamento, tanto che For Emma, Forever Ago (2007), registrato in una baita nel Wisconsin, è diventato l’archetipo (ormai abusato) dell’intimità indie del nuovo millennio. Ma già con il successivo EP Blood Bank (2009) e ancora di più con l’album Bon Iver (2011) la musica della band si apre e si stratifica, ibridandosi con l’elettronica. Il passo decisivo arriva con 22, A Million (2016), capolavoro dove l’elettronica “glitchata” e la frammentazione strutturale della forma canzone ridefiniscono il linguaggio del gruppo, che prosegue con I,I (2019), dove la sintesi tra radici folk e sperimentazione digitale trova il suo pieno compimento.
(Abbiamo volutamente escluso da questa breve panoramica l’ultimo lavoro, Sable, Fable, uscito lo scorso anno, perché non era ancora stato pubblicato all’epoca dei concerti da cui questo album è tratto).
È proprio questa traiettoria – dall’intimismo alla coralità, dalla sottrazione all’espansione – a trovare in Volumes: One una sorta di punto di equilibrio. Non è semplicemente il primo live ufficiale del gruppo, né una raccolta celebrativa: è, piuttosto, una dichiarazione d’identità. Vernon stesso lo suggerisce, nelle note che hanno accompagnato l’uscita del disco: «Ecco cosa siamo diventati. Questo è davvero il meglio di noi. È proprio così». E in effetti, ciò che emerge sono dei Bon Iver che non appartengono più a un luogo o a un disco specifico, ma a una dimensione fluida, collettiva.
Il sottotitolo, “6 Piece Band”, non è un dettaglio tecnico ma una chiave di lettura. Tra il 2019 e il 2023, i Bon Iver (ovvero Juston Vernon accompagnato da Jenn Wasner, Sean Carey, Michael Lewis, Matthew McCaughan ed Andrew Fitzpatrick) si sono trasformati in una macchina sonora capace di trasfigurare il proprio repertorio. Le dieci tracce selezionate, pescate da teatri, arene e festival, non cercano la fedeltà filologica alle versioni in studio, ma anzi, le smontano e le ricostruiscono. Brani come “Heavenly Father” o “33 ‘God’” diventano organismi espansi, più muscolari, meno eterei nella produzione ma più tangibili nella resa emotiva. “Hey, Ma” acquista invece una forza quasi epica, mentre episodi più spigolosi come “Jelmore” si trasformano in esercizi di tensione controllata, dove il quasi a cappella convive con interferenze elettroniche.
Ciò che colpisce è la capacità del gruppo di tradurre l’intimità originaria dei brani in un linguaggio da grande spazio, senza perderne il nucleo emotivo. La “glassy production” degli album (quella patina levigata e quasi astratta che è l’arma segreta del collettivo) viene qui sostituita da un suono più caldo e diretto. È un paradosso solo apparente: togliendo strati di produzione, la musica dei Bon Iver diventa più grande, non più piccola. In questo senso, il disco funziona davvero come una lente prismatica: le canzoni sono sì riconoscibili ma rifratte, tanto che l’ascoltatore abituale scopre nuove angolazioni, mentre chi si avvicina per la prima volta al repertorio della band trova una sintesi sorprendentemente accessibile. Non è un caso che Vernon immagini questa pubblicazione anche come il perfetto un punto d’ingresso per i neofiti, una sorta di “best of” alternativo in cui il criterio non è la popolarità delle canzoni ma la loro resa dal vivo.
Un capitolo a parte meriterebbe la voce di Justin Vernon. Spesso filtrata e manipolata in studio, qui emerge in tutta la sua potenza e versatilità, fluttuando sopra gli arrangiamenti senza essere distante – anzi, è il perno attorno a cui ruota l’intera costruzione sonora. Nei momenti più raccolti trattiene il pubblico in un silenzio quasi rituale; in quelli più evocativi cavalca onde sonore che sfiorano la grandeur di un certo rock da stadio – e non a caso vengono in mente figure come Bono o Chris Martin, ma senza la loro ormai stanca retorica.
Per chi scrive, l’ascolto di Volumes: One ha avuto anche una dimensione inevitabilmente autobiografica. Aver visto i Bon Iver dal vivo a Milano nel novembre 2022 (tra l’altro il giorno dopo i Cure, una doppietta a dir poco memorabile) significa riconoscere in queste tracce qualcosa di familiare: non tanto i singoli momenti di un concerto pressocché perfetto, quanto una sensazione complessiva. Quel live – straordinario per equilibrio tra precisione d’esecuzione e trasporto emotivo – trova qui il suo riflesso più fedele. In questo senso, il disco è davvero il souvenir ideale per chi c’era. Allo stesso tempo, però, Volumes: One evita la trappola del mero oggetto commemorativo, funzionando altrettanto bene come biglietto da visita per chi non ha mai incrociato la musica dei Bon Iver prima. Insomma, è un invito a scoprire la loro musica, più che la mera celebrazione di una tournée particolarmente riuscita.
Che questo progetto inauguri una serie archivistica sul modello delle Bootleg Series di Dylan o degli Archives di Neil Young può sembrare, a prima vista, ambizioso. Eppure, ascoltando queste dieci tracce, l’idea acquista senso: non tanto per la varietà delle versioni, quanto per la profondità del processo di reinterpretazione. Se questo è solo la prima di una lunga serie di pubblicazioni (dovrebbero seguire demo, registrazioni inedite e molto altro ancora, ha promesso Vernon) più che un’operazione nostalgica potrebbe diventare la mappa in divenire di un gruppo che ha fatto del cambiamento la propria costante.
Insomma, Volumes: One (Selections From Music Concerts 2019–2023 Bon Iver 6 Piece Band) è un disco che vive in una zona intermedia: tra passato e presente, tra documento e reinvenzione. Non sostituisce gli album in studio (di cui comunque raccomandiamo l’ascolto), ma li illumina da un’angolazione diversa. E soprattutto, restituisce i Bon Iver nella loro dimensione più autentica: quella di una band che, sul palco, trova la sua forma più compiuta.
