
A pensarci bene, è strano che una delle band più rumorose e abrasivamente emotive dello shoegaze contemporaneo pubblichi il proprio disco più introspettivo proprio quando il tempo (biologico, personale e creativo) inizia a farsi sentire con più forza. Eppure, è esattamente questo il cuore pulsante di A Short History of Decay, quinto album dei Nothing: un disco che guarda meno verso l’esterno e molto di più verso l’interno, trasformando il consueto muro di chitarre in uno specchio in cui osservare il lento logorarsi del corpo, delle relazioni e delle certezze. Insomma, il titolo non è un vezzo letterario, è un programma estetico.
Quando Domenic “Nicky” Palermo ha fondato i Nothing nel 2010, la band sembrava inserirsi in una tradizione precisa: quella dello shoegaze anglosassone degli anni Novanta, dominato da distorsioni oceaniche e un’abbondante dose di malinconia. Ma già il debutto Guilty of Everything (2014) mostrava qualcosa di diverso: una pesantezza quasi “americana”, sporca, più vicina all’alternative rock e al noise che alla delicatezza eterea dei modelli britannici. Con Tired of Tomorrow (2016) e Dance on the Blacktop (2018) la formula si era progressivamente raffinata: melodie più chiare, produzione più spaziosa, ma sempre immersa in quella nebbia sonora fatta di riverberi stratificati. Il punto d’arrivo di questa traiettoria è stato The Great Dismal (2020), disco monumentale e quasi cosmico – ispirato, secondo Palermo, dall’idea di fissare l’immagine di un buco nero. In retrospettiva, la conclusione naturale di un ciclo. Ed è proprio questa sensazione che rende A Short History of Decay così interessante: invece di ripetere una formula ormai perfettamente codificata, i Nothing scelgono di stravolgerla.
Il nuovo album arriva dopo anni complicati: tour incessanti, diverse collaborazioni (come quella con i Full of Hell per When No Birds Sang del 2023), e una lunga pausa che ha costretto Palermo a fare qualcosa che aveva sempre evitato: fermarsi. «Uno dei motivi per cui amo andare in tour è che non devo guardarmi dentro», ha raccontato. «Poi ti giri e sono passati dieci anni. Hai quarant’anni e il corpo comincia a rallentare». La consapevolezza del tempo che passa non è solo metaforica. Palermo ha iniziato a soffrire di tremori essenziali (TE), un disturbo neurologico simile al Parkinson che provoca tremori involontari e che negli ultimi anni è diventato percepibile perfino nel suo modo di cantare. Invece di nasconderlo dietro l’abituale coltre di riverbero, il cantante ha scelto di lasciarlo emergere. Il risultato è probabilmente il disco più vulnerabile dei Nothing, ma anche il più vario.
La prima sorpresa arriva immediatamente con “Never Come Never Morning”. L’apertura è quasi spoglia, solo voce, chitarra acustica e poco altro. È un momento che ricorda (per quanto assurdo possa sembrare il paragone) i primi Coldplay, quelli di Parachutes, prima che la band diventasse quel gigantesco marchingegno pop che purtroppo conosciamo. Non è un confronto ironico, sia chiaro: qui c’è la stessa malinconia sospesa, la stessa sensazione di intimità fragile che il giovane Chris Martin era bravissimo a evocare. Questo lato più etereo ritorna in diversi momenti del disco. “The Rain Don’t Care” è una ballata lenta e polverosa, quasi country nella sua cadenza, mentre “Purple Strings” (impreziosita da un delicato arrangiamento d’archi e dall’arpa di Mary Lattimore) si muove in una dimensione quasi barocca, malinconica ma luminosa.
Poi però arrivano gli “altri” Nothing: quelli rumorosi, abrasivi, orgogliosamente legati alla tradizione shoegaze. “Toothless Coal” e la title track riportano il disco su territori più familiari, con chitarre stratificate che sembrano omaggiare apertamente la scuola anni Novanta dei My Bloody Valentine. Sono brani che funzionano proprio perché non cercano di reinventare il genere; lo abbracciano nella sua forma più pura, lasciando che il peso delle distorsioni e delle melodie sommerse faccia il suo lavoro. Eppure, anche qui qualcosa è cambiato. L’uso di breakbeat e ritmiche spezzate in “Cannibal World” introduce un’energia quasi industrial che rende il pezzo uno dei momenti più imprevedibili del disco.
Tra gli aneddoti più curiosi legati alle registrazioni dell’album c’è quello raccontato dal bassista Bob Bruno, che ha rivelato di aver fatto ascoltare alla band diversi dischi degli ABBA durante le session. L’idea può sembrare assurda in un contesto shoegaze, ma a pensarci bene non lo è affatto – dopotutto i Nirvana, e Kurt Cobain in particolare, erano grandi fan del songwriting di Björn Ulvaeus e Benny Andersson. Le melodie di A Short History of Decay sono tra le più immediate mai scritte da Palermo, e anche nei momenti più rumorosi, le linee vocali hanno una chiarezza quasi pop che rende le canzoni più memorabili del solito. Non è difficile immaginare che quella sensibilità melodica (tipicamente scandinava) abbia lasciato un piccolo segno nel processo creativo.
Il disco si chiude con “Essential Tremors”, probabilmente il momento più emotivamente diretto mai scritto da Palermo. La canzone affronta frontalmente il disturbo neurologico del cantante e, più in generale, l’idea di declino fisico. La musica cresce lentamente fino alla tipica esplosione alla Nothing, ma la voce resta sorprendentemente vicina all’ascoltatore, quasi senza filtri. È qui che il senso del titolo diventa più chiaro: A Short History of Decay non parla solo della fragilità del corpo, ma anche della consapevolezza che ogni fase creativa ha un ciclo naturale.
Lo stesso Palermo ha definito il disco «un capitolo finale» – non necessariamente la fine della band, ma la chiusura della storia iniziata con Guilty of Everything. In questo senso, A Short History of Decay funziona come una sorta di ritorno alle origini, ma filtrato attraverso una maturità che dieci anni fa sarebbe stata impossibile. Merito anche della formazione più versatile mai schierata dai Nothing nei loro quindici anni di storia, che ha permesso a Palermo di realizzare l’album più ambizioso della band fino a questo momento: il chitarrista Doyle Martin (Cloakroom), il bassista Bobb Bruno (Best Coast), il batterista Zachary Jones (MSC, Manslaughter 777) e il terzo chitarrista Cam Smith (Ladder To God, anche lui proveniente dai Cloakroom), recentemente entrato nella line-up.
Detto questo, il rischio di un album così vario è quello della dispersione. A Short History of Decay, prodotto da Nicholas Bassett (già nei Nothing e nei Deafheaven, oggi nei Whirr) e registrato ai Sonic Ranch Studios in Texas con il contributo del produttore Sonny Diperri (DIIV, Julie), non è sempre perfettamente coeso: le sue diverse anime – quella shoegaze più classica e quella più contemplativa e rarefatta – convivono talvolta in una tensione evidente. Ma è proprio questa frizione, alla fine, a renderlo interessante.
Dopo aver perfezionato una formula per anni, i Nothing hanno scelto di incrinarla deliberatamente. Alcuni momenti guardano indietro agli anni Novanta, altri invece all’indie-folk dei primi anni Duemila. E nel mezzo c’è Nicky Palermo, con la sua voce tremolante che non prova più a nascondersi. Il risultato è un disco imperfetto ma profondamente umano, capace di ampliare il linguaggio della band senza tradirne l’identità. Se The Great Dismal rappresentava l’apice di una certa idea di Nothing, A Short History of Decay è qualcosa di più raro: una svolta credibile. E nel mondo dello shoegaze, dove spesso le band sembrano condannate a replicare eternamente gli stessi stilemi, non è poco.
