Nel calendario sempre più congestionato della musica dal vivo milanese, capita talvolta che la qualità si disperda nella quantità. Non è chiaro quale congiunzione astrale abbia deciso che, nel giro di pochi giorni, la città dovesse ospitare concerti di Deadletter, Sprints e Suede (per citare soltanto quelli da noi seguiti più da vicino) senza considerare la presenza al Forum di nomi come Giorgia, Achille Lauro e Rosalía, capaci di attirare inevitabilmente porzioni significative di pubblico. In un simile scenario, la partecipazione a un concerto diventa una questione di priorità, se non addirittura di logistica: difficilmente si può essere ovunque senza trascurare tutto il resto.
È forse in questa cornice che si può leggere l’affluenza contenuta (almeno per gli standard percepiti) al concerto dei Brigitte Calls Me Baby al Circolo Magnolia. La contemporaneità con il live dei Caroline all’ARCI Bellezza, sold out, offre una spiegazione plausibile, ma non esaustiva. Il sospetto si insinua già all’arrivo: nessuna fila degna di nota al parcheggio, nessun segnale di quell’eccitazione diffusa che accompagna le grandi serate. E, una volta dentro, la sorpresa definitiva: non la sala principale, bensì la più raccolta delle due indoor. Una scelta che suggerisce, forse, una discrepanza tra la percezione internazionale della band di Chicago (abituata a contesti ben più ampi) e il suo radicamento nel pubblico italiano.
Ad aprire la serata, con puntualità quasi cerimoniale, sono i Caledune, trio parmense con due EP autoprodotti (Crudo e Cardioplasma) alle spalle. La loro esibizione è, in un certo senso, il risultato di una sottrazione: privati della formazione completa e della dimensione elettrica per l’assenza del batterista, trasformano la propria proposta alternative rock in una versione più rarefatta, sospesa tra slowcore ed emo.
Il risultato è sorprendentemente coerente: le canzoni respirano in spazi più ampi, le strutture si dilatano, e ciò che avrebbe potuto apparire come un ripiego si rivela invece un’interessante variazione sul tema. Insomma, è classico concerto che si trasforma come un invito discreto a prestare attenzione alla proposta della band con orecchie diverse.
Quando, poco dopo le 21:30, salgono sul palco i Brigitte Calls Me Baby, l’impressione è completamente diversa: nessuna introduzione superflua, nessun tentativo di costruire un’attesa artificiale – anzi, la band imbraccia gli strumenti e comincia a suonare senza troppi fronzoli. Il gruppo è nel pieno del tour a supporto di Irresistible, il nuovo album che consolida e al tempo stesso amplia la cifra stilistica già ben definita dall’esordio The Future Is Our Way Out. Se su disco il suono appare rifinito, quasi lucidato fino a riflettere influenze precise, dal vivo emerge una dimensione più viscerale, meno controllata ma non meno elegante. Il paragone, inevitabile e al tempo stesso imperfetto, potrebbe essere formulato così: come se gli Strokes si cimentassero con il repertorio degli Smiths, affidando però la voce a una figura sospesa tra Roy Orbison ed Elvis Presley, il tutto vestito con l’estetica dei Duran Duran. È un gioco di riferimenti che potrebbe sembrare eccessivo, se non fosse che la band riesce a tenerlo insieme con una naturalezza quasi disarmante.
L’apertura con “Truth Is Stranger Than Fiction” definisce subito il tono: dinamismo controllato, tensione melodica e un senso di urgenza che non sfocia mai nel caos. Da lì in avanti, la scaletta procede senza soluzione di continuità, alternando materiale nuovo e brani dell’esordio, come la doppietta “Pink Palace” e “I Wanna Die in the Suburbs” posta in apertura. Wes Leavins, frontman dalla presenza scenica calibrata, riduce al minimo l’interazione verbale, preferendo lasciare che siano le canzoni a parlare. Quando lo fa, è per il necessario: un saluto, un ringraziamento, niente più.
La sua performance vocale è, semplicemente, il fulcro dello spettacolo. Gli acuti, di matrice dichiaratamente tenorile, sul modello di Elvis e Roy Orbison, non sono mai ostentati ma anzi integrati nella struttura emotiva dei brani. Non c’è compiacimento, piuttosto una sicurezza che deriva dalla piena padronanza del mezzo. Intorno a lui, la band (Jack Flugel alla chitarra e Jeremy Benshish alla batteria) costruisce un tessuto sonoro compatto, in cui spicca il contributo del bassista Devin Wessels, vero architrave musicale soprattutto nei momenti in cui passa alle tastiere e ai sintetizzatori. È proprio in questi frangenti che il concerto raggiunge i suoi vertici: “These Acts of Which We’re Designed To” si sviluppa su un bordone di synth che conferisce profondità e gravità al brano, mentre “I Danced with Another Love in My Dream” evidenzia quanto il materiale più recente sia già stato interiorizzato. Non è soltanto una questione di esecuzione, ma di intenzione: si percepisce chiaramente il desiderio della band di abitare queste nuove canzoni.
Il pubblico, dal canto suo, risponde con un entusiasmo che contraddice la relativa scarsità numerica. Ogni brano è accompagnato da cori spontanei, da un coinvolgimento che sembra prescindere dall’anzianità del repertorio. Colpisce, semmai, la presenza costante degli smartphone, una costellazione di schermi attraverso cui l’esperienza viene mediata e forse filtrata. In alcuni momenti, Leavins sembra rivolgersi direttamente a questi dispositivi, trasformandoli in interlocutori privilegiati, quasi fossero delle cineprese personali.
Verso la fine, con “Slumber Party” e “Impressively Average”, si raggiunge il picco emotivo della serata. È il momento in cui la distanza tra palco e platea si annulla definitivamente e il concerto assume quella dimensione collettiva che giustifica l’esperienza dal vivo. Il breve encore non indulge in concessioni: niente cover richieste a gran voce (come “Careless Whisper” di George Michael, che la band ha pubblicato lo scorso anno come singolo), ma una scelta coerente con la narrativa del set, chiusa da “The Future Is Our Way Out” in un finale che suggerisce più una dissolvenza che un’esplosione, come d’altronde lascia intendere il testo («Now the end is near», dice il primo verso).
Cinquantacinque minuti in totale: una durata che potrebbe sembrare esigua, ma che appare proporzionata alla discografia attuale della band. Piuttosto, ciò che resta è la sensazione di un rapporto ancora diretto, non mediato, tra artisti e pubblico. L’annuncio della presenza al banchetto del merchandising e l’invito implicito all’incontro suggerito da Devin Wessels verso la fine del concerto, raccontano di una band che, pur in crescita, non dà nulla per scontato.
E forse è proprio questo il punto: in un contesto saturo, competitivo e talvolta dispersivo come quello milanese, i Brigitte Calls Me Baby si presentano ancora come una promessa più che come una certezza consolidata. Ma è una promessa che, a giudicare da quanto visto sul palco del Magnolia, possiede già una forma sorprendentemente definita. Resta solo da capire quanto tempo ci vorrà perché il pubblico italiano se ne accorga davvero.
