
Dopo Hackney Diamonds, per i Rolling Stones il vero problema non era dimostrare che fossero ancora in grado di incidere un buon disco, ma che quel ritorno non fosse stato un episodio isolato. Foreign Tongues affronta proprio questa prova e lo fa senza cercare il colpo di teatro a tutti i costi oppure la retorica dell’ultimo giro di giostra (compito affidato al suo predecessore). Se Hackney Diamonds aveva infatti il sapore dell’improbabile resurrezione (dopotutto era il primo album di inediti della band in 18 anni), Foreign Tongues paradossalmente possiede qualcosa di più difficile da ottenere: la naturalezza. È il disco di una band che a questo punto non sente più il bisogno di giustificare la propria esistenza e che, proprio per questo, torna a suonare con una libertà che pochi coetanei (anzi, pochissimi musicisti di qualsiasi età, forse solo Paul McCartney e Bob Dylan) possono permettersi.
È anche un album che arriva in un momento particolare della storia degli Stones. La scomparsa di Charlie Watts, avvenuta nel 2021, ha inevitabilmente cambiato gli equilibri emotivi del gruppo, con Mick Jagger e Keith Richards che hanno ormai superato gli ottant’anni, un traguardo che mezzo secolo fa sarebbe sembrato incompatibile con il rock’n’roll. Eppure, il punto non è più la loro età – anzi, continuare a parlarne rischia quasi di diventare riduttivo. Da tempo i Rolling Stones hanno smesso di essere un fenomeno anagrafico per trasformarsi in qualcosa di più raro: una band che continua ad aggiungere capitoli credibili alla propria storia invece di limitarsi a celebrarla. E questo, a conti fatti, è probabilmente il maggiore successo di un disco come Foreign Tongues.
L’abbiamo scritto alcune settimane fa per Paul McCartney e lo ripetiamo anche questa volta per i “rivali” Rolling Stones: di solito, molti grandi artisti (Johnny Cash su tutti, ma anche Leonard Cohen), arrivati a questa fase della carriera, finiscono inevitabilmente per costruire album riflessivi e solenni, quasi dei testamenti in musica. Qui, invece, prevale ancora il piacere del suonare in una band, possibilmente a tutto volume. Jagger continua a scrivere e interpretare canzoni che sembrano nate per essere portate su un palco, Richards resta il custode di quella concezione del riff che ha contribuito a ridefinire il rock moderno, mentre Ronnie Wood conferma ancora una volta quanto la sua presenza sia stata decisiva nel trasformare gli Stones da grande gruppo degli anni Sessanta nella macchina perfetta che conosciamo dagli anni Settanta in poi (senza nulla togliere ai predecessori Brian Jones e Mick Taylor).
A questo proposito, l’intesa tra Richards e Wood rimane uno degli aspetti più affascinanti dell’album. Il loro modo di intrecciare le chitarre continua a sfuggire alle categorie tradizionali di ritmica e solista: è una conversazione continua, fatta di incastri, pause e piccoli slittamenti ritmici. Nessuno dei due cerca davvero di emergere sull’altro, è una grammatica sviluppata nel corso di quasi cinquant’anni e ormai impossibile da imitare senza sembrare una brutta copia. In Foreign Tongues questa alchimia riaffiora con particolare evidenza nei brani più ruvidi, dove le chitarre sembrano rincorrersi anziché sovrapporsi.
Naturalmente il blues continua a rappresentare il vocabolario principale della band, ma gli Stones hanno imparato da tempo che una lingua vive soltanto se accetta contaminazioni. Così “Rough and Twisted”, che apre l’album, recupera il loro amore giovanile per Chicago, “Jealous Lover” richiama quella fascinazione per il groove urbano che negli anni Settanta produsse una hit come “Miss You”, mentre “Ringing Hollow” si concede una malinconia country che avrebbe fatto felice Gram Parsons. Altrove emergono soul, gospel, rock di stampo americano e perfino leggere inflessioni rhythm & blues contemporanee (vedi la sorprendente cover di Amy Winehouse “You Know I’m No Good”, con l’armonica di Jagger che riproduce l’arrangiamento di fiati dell’originale) ma tutto viene ricondotto a un’identità immediatamente riconoscibile. È uno dei grandi paradossi della band: nessuno ha attraversato così tanti linguaggi musicali senza mai perdere il proprio accento come la band londinese.
E in questo senso, il titolo Foreign Tongues è quasi ironico. Gli Stones hanno sempre parlato molte lingue musicali (si pensi per esempio a un pezzo irregolare come “Paint It Black”, il loro brano più riprodotto su Spotify), ma finiscono sempre per tradurle nel loro vernacolo. A questo proposito, la scrittura di Jagger merita un discorso a parte. Negli ultimi decenni è stato spesso accusato di osservare il presente con un certo distacco aristocratico, come se il cronista sociale che aveva scritto “Street Fighting Man” o “Gimme Shelter” avesse progressivamente lasciato spazio al consumato entertainer. Qui, invece, riaffiora qualcosa di quella curiosità: l’America contemporanea, la politica, le nuove forme di autoritarismo («Lady Liberty don’t look so good when there’s a tear in her gown», canta in “Ringing Hollow”), il potere economico, le dipendenze e persino la mortalità («There’s a price to pay for everything you pot in your veins», avverte in “Side Effects”) diventano materiale narrativo senza che il disco assuma mai toni predicatori. Jagger osserva, punge e ironizza (“Mr. Charm” in primis, ma anche “Back in Your Life”), ma non pretende di impartire lezioni; preferisce invece raccontare un mondo che gli appare sempre più assurdo mantenendo quella distanza sarcastica che è sempre stata una delle sue qualità migliori.
La sorpresa più grande, tuttavia, resta la voce. Sentirlo sfoggiare, a quasi 83 anni, il falsetto alla “Emotional Rescue” in “Jealous Lover” ha del miracoloso, ma anche la sua travolgente performance all’armonica è stellare, rendendolo uno dei protagonisti indiscussi dell’album. Keith Richards, dal canto suo, vocalmente parlando, continua a rappresentare il contrappunto perfetto. Quando prende il microfono, come accade in “Some of Us”, offre qualcosa di autentico, al netto del fatto che il brano è la “solita” ballata da locale fumoso in stile tardo-Richards. Molto meglio quando i due (chitarre acustiche alla mano) duettano nella conclusiva cover di Chuck Berry “Beautiful Delilah”.
Tutto bene, quindi? Non proprio, dal momento che il lavoro in fase di produzione di Andrew Watt continua a dividere. Se il suo contributo su Hackney Diamonds appariva quasi indispensabile, soprattutto per aver permesso al gruppo di rimettersi in moto dopo un lunghissimo silenzio discografico, qui il suo approccio mostra sia i pregi sia i limiti del suo metodo. Da un lato mantiene alta l’energia, ma dall’altro interviene forse troppo spesso sul suono, levigando un materiale che avrebbe probabilmente tratto maggior beneficio da una maggiore essenzialità.
Lo si dice spesso, ma il paradosso degli Stones è che sono forse la band rock meno bisognosa di una produzione in assoluto. Il loro suono nasce infatti dalle piccole imperfezioni, dalla ritmica che sembra sul punto di scomporsi, insomma da un equilibrio continuamente instabile che miracolosamente regge e aumenta esponenzialmente la sua potenza – dopotutto sono la peggior band del mondo finché all’improvviso non diventano la miglior band del mondo. Jimmy Miller lo aveva capito alla perfezione tra Beggars Banquet ed Exile on Main St.: il suo lavoro consisteva soprattutto nel lasciare respirare la band, così come ha fatto venticinque anni dopo Don Was in Voodoo Lounge e A Bigger Bang.
Watt preferisce invece intervenire massicciamente: non è un errore di per sé (il disco funziona eccome, molto più di Hackney Diamonds, se proprio vogliamo dirlo) ma rimane netta la sensazione che un paio di strati di produzione in meno avrebbero restituito ancora meglio quella spontaneità (la maggior parte del disco è stata registrata lo scorsa estate a Londra nel giro di quattro settimane, un record per gli Stones odierni) che tutti descrivono come il vero motore delle session.
A onor del vero, va però detto che proprio questa leggerezza produttiva distingue Foreign Tongues da molti lavori della fase centrale della carriera degli Stones. Dischi come Steel Wheels, Voodoo Lounge o Bridges to Babylon avevano spesso l’impressione di essere grandi produzioni impegnate a dimostrare l’importanza dei Rolling Stones e a veicolare il loro marchio. Qui invece succede il contrario – per una volta l’album non deve lanciare una tournée mondiale (Steel Wheels), non deve reinventare il rock (Bridges to Babylon) e men che meno non deve convincere nessuno della rilevanza della band (Voodoo Lounge); deve soltanto funzionare come raccolta di canzoni. Sembra una cosa da poco, ma è una differenza sottile e proprio per questo decisiva.
Anche gli ospiti vengono utilizzati con una discrezione sorprendente. Steve Winwood, alle tastiere in gran parte dell’album, aggiunge eleganza ai brani in cui è coinvolto senza rubare spazio, mentre Paul McCartney (al basso in “Covered in You”) e Robert Smith (ai cori in “Never Wanna Lose You” e alla chitarra in “Divine Intervention”) preferiscono inserirsi nella trama dei brani senza attirare troppo l’attenzione. Chad Smith invece rafforza l’impatto ritmico con intelligenza suonando la grancassa nella conclusiva “Beautiful Delilah”, mentre la curiosa comparsata di Bruno Mars (nientemeno che al campanaccio in “Never Wanna Lose You”) resta poco più di un dettaglio, tanto che se non lo avessimo letto nei crediti del disco non ce ne saremmo minimamente accorti. Nessuno sposta realmente il baricentro del brano in cui è coinvolto, al massimo Paul McCartney, il cui modo di suonare il basso dopotutto è molto personale – ma ciò avviene solo dopo un attento ascolto. È una scelta saggia: gli Stones non hanno mai avuto bisogno delle celebrity per aumentare il proprio peso specifico (anche se i loro dischi spesso e volentieri hanno avuto ospiti illustri), per cui perché farlo stavolta?
Particolarmente toccante è invece la presenza di Charlie Watts su “Hit Me in the Head”, registrata prima della sua scomparsa. Non è soltanto un’apparizione simbolica, la sua, è il promemoria di quanto fosse centrale il suo modo di suonare nell’economia della band. Watts riusciva nell’impresa quasi impossibile di essere contemporaneamente il batterista più elegante e il più concreto del rock britannico: teneva insieme tutto senza mai attirare l’attenzione su di sé. Il suo sostituto Steve Jordan svolge il compito con enorme rispetto e competenza, ma quella particolare miscela di swing, controllo e understatement apparteneva soltanto al buon Charlie.
Spendiamo infine qualche parola per Darryl Jones, Rolling Stone ad honorem ormai da oltre trent’anni. In Hackney Diamonds il suo coinvolgimento era stato sorprendentemente marginale: il basso passava di mano in mano tra Keith Richards, Ronnie Wood, Andrew Watt e perfino l’ex Bill Wyman. Qui, invece, Jones riprende il posto che gli spetta e lo fa con assoluta naturalezza. Insieme a Steve Jordan costruisce una sezione ritmica che non cerca mai di mettersi in mostra, ma che finisce per essere una delle armi segrete del disco: precisa quando serve, sciolta quando può, sempre al servizio di quel particolare swing che continua a distinguere i Rolling Stones da qualsiasi altra rock band in circolazione. Per quanto non sia mai stato membro ufficiale, oggi è difficile immaginare gli Stones senza di lui.
Detto questo, sgombriamo subito il campo: Foreign Tongues non appartiene alla categoria dei grandi classici della discografia stonesiana. Non avrebbe senso paragonarlo a Let It Bleed, Sticky Fingers, Some Girls e Tattoo You – quei dischi appartengono a un’altra epoca, a un altro contesto culturale e perfino a un’altra idea di rock. La domanda giusta è un’altra: questo album aggiunge qualcosa alla lunga storia dei Rolling Stones? Secondo noi sì. Per cui il miracolo, in fondo, non è che i Rolling Stones continuino a esistere dopo aver attraversato sette decadi (!) – è che continuino a sembrare una band. Tre musicisti (più due) che ancora oggi scrivono canzoni, entrano in studio e le registrano cercando di tirare fuori il meglio da quello che hanno da offrire. Dopo oltre sessant’anni di carriera, è forse questa la forma più autentica di rock and roll rimasta.
