Sei anni di distanza tra un disco e l'altro sono tanti, ma Phoebe Bridgers non è certo stata ferma nel periodo intercorso tra Punisher e questo Lost Weekend, che è appena il terzo lavoro a suo nome pubblicato dall'inizio della sua carriera. C’è stato the record con il progetto Boygenius, condiviso con le colleghe/amiche Julien Baker e Lucy Dacus, che ha fruttato un Grammy e le ha portate a girare parecchio negli Stati Uniti.
C’è stato qualche sporadico singolo (“Sidelines”), un EP (So Much Wine) ma dopo il 2022 a nome dell'artista di Pasadena non è uscito nulla, fino a quando, a giugno, “Lost Boys” ha anticipato il nuovo album.
C’entrano senza dubbio anche le vicende personali, ancora una volta entrate prepotentemente nei solchi di un suo lavoro, con una lucidità diaristica che è sempre stata un po' la cifra dell’autrice, su questo aspetto in piena continuità con una scuola di scrittura che a partire da Taylor Swift si è estesa a tutto il mondo del cantautorato femminile, sia esso appartenente alla dimensione mainstream o a quella dell'underground.
In Lost Weekend ci sono due relazioni: la fine di quella con Paul Mescal, terminata nel 2022, e quella ancora in corso con Bo Burnham (il Bobby dell'omonima canzone, che compare anche in altri punti dell'album); e poi le tensioni con Gracie Abrams e la morte del padre, con un'istantanea del funerale ad aprire “The Outside” e un messaggio vocale in “Never Going Back” a sottolineare che, nonostante i rapporti tra genitore e figlia non siano mai stati semplici, adesso c’è un'assenza che peserà sempre e comunque.
Tutto questo è stato declinato all'interno di un lavoro che definire ambizioso appare un eufemismo: tantissimi nomi coinvolti, a partire dai produttori che sono addirittura quattro. Oltre ai soliti Tony Berg ed Ethan Gruska compare anche Jack Antonoff (quasi a certificare l'approdo di Bridgers all'interno della dimensione musicale che conta davvero) e un cameo lo fa anche Alex G.
Poi tutta una pletora di musicisti e collaboratori illustri, con Chris Tile al mandolino, Greg Leisz alla Pedal Steel, Rob Moose che si è occupato degli archi e Cj Camerieri dei fiati, nonché un Mike Kinsella che presta il fragore della sua chitarra nell'esplosione strumentale che chiude “Kill Me”.
Ne è uscito un album che non ha pressoché nulla dell’immediatezza Alt Folk dei due precedenti titoli, ma che allo stesso tempo contiene composizioni purissime, che si muovono tra melodie cristalline e arrangiamenti scarni e cesellati alla perfezione: “Haunted”, “Still Standing” e “Liberty Tree” faranno felici sia i fan della prima ora sia i beniamini delle boygenius, mentre “Lost Boys” e “Bobby” garantiscono quella quota di canzoni energiche e up tempo che hanno fatto la fortuna di Stranger in the Alps.
Altrove però la sensazione è come di un linguaggio criptico ed impalpabile, a cominciare dal vocoder su “The Outside”, che sembra voler confondere e spiazzare nonostante in questi anni, da Bon Iver a Sufjan Stevens, in questo ambito lo abbiano usato un po' tutti.
Gli arrangiamenti sono sontuosi, sofisticati ma mai invadenti, la cura dei dettagli è maniacale, la voce è lavorata e trattata anche quando il risultato evoca leggerezza e semplicità. Episodi come “The Governor’s Waltz”, “Lost Weekend”, “I Can’t Wait” non si fanno mai afferrare fino in fondo, sfuggono di continuo a una netta comprensione, lasciano intravedere attimi di bellezza ma allo stesso tempo hanno dentro qualcosa che non convince appieno. Per non parlare poi di “Panorama”, “Lost Parade”, “Other Plans”, “Never Going Back”, che appaiono come frammenti sonori, abbozzi che fanno da collante alla narrazione, con uno sviluppo maggiore di un semplice interludio, ma troppo brevi per costituire una canzone pienamente formata.
Oppure la pianistica e conclusiva “As Above”, malinconica e interlocutoria, in linea con un disco che sembra costantemente situato su una sorta di piano di sospensione.
Lost Weekend è già stato salutato come un capolavoro più o meno definitivo ma l'impressione, almeno per quanto mi riguarda, è che sia talmente poco immediato da sfuggire a qualunque giudizio cristallizzato, specie se espresso dopo pochi ascolti. Senza dubbio non manca di incisività e ci sono diversi momenti di alto livello; non riesco però a liberarmi dalla sensazione che la complessità e la ricerca sonora di molte di queste canzoni vadano a coprire una prova di scrittura che tende ad essere un po' troppo ripetitiva, a reiterare gli stessi schemi.
O forse, chissà, sarebbe solo il caso di lasciarlo decantare come richiedono le migliaia di ore di fatica e sudore di cui è frutto; ascoltarlo a ripetizione, ancora e ancora, invece di archiviarlo il venerdì successivo, con l'arrivo delle nuove uscite, un trend che sembra ormai consolidato anche per i nomi più importanti.
Phoebe Bridgers è tornata dopo sei anni e lo ha fatto in maniera non scontata, per molti versi imprevedibile. Lost Weekend si rivelerà nel tempo o non lo farò affatto, dipenderà molto dal credito che riusciremo a dargli, in un'epoca in cui riflettere sulle cose e sulla realtà pare essere divenuto un lusso per pochi.
