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REVIEWSLE RECENSIONI
Marrow Deep
Mastodon
2026  (Loma Vista)
IL DISCO DELLA SETTIMANA PROGRESSIVE METAL / HARD ROCK
8/10
all REVIEWS
07/09/2026
Mastodon
Marrow Deep
Un album nato dal dolore ma che guarda ostinatamente al futuro: con Marrow Deep i Mastodon elaborano la perdita di Brent Hinds tornando alle proprie radici e, allo stesso tempo, aprendosi a nuove possibilità sonore.

In un’intervista rilasciata a Kerrang nel 2021, durante il ciclo promozionale di Hushed and Grim, dedicato al manager Nick John, scomparso tre anni prima, Brent Hinds aveva detto: «Sembra che debba morire qualcuno perché noi possiamo realizzare un album». E aveva aggiunto: «Quando una persona cara ci lascia, ci sentiamo in dovere di renderle omaggio attraverso la musica». All’epoca erano parole toccanti, perfettamente coerenti con una band che da sempre trasforma il dolore in materia creativa. Rilette oggi, però, suonano sinistramente profetiche. Nessuno avrebbe potuto immaginare che, questa volta, la persona che i Mastodon si sarebbero ritrovati a piangere sarebbe stata proprio Hinds. (Anche se il bassista Troy Sanders, parlando con Kerrang, ha confidato che Brent «è stata una delle due persone nella mia vita con cui ho sempre avuto la sensazione che avrei ricevuto “quella telefonata”».)

Il 2025 è stato un anno a dir poco complicato per i Mastodon, e in particolare per il batterista Brann Dailor. Il 12 febbraio è morta sua madre, Michele Jeanne Lawrence, fan numero uno della band di Atlanta, dopo una vita segnata da sofferenze fisiche e dal dolore per la perdita della figlia adolescente Skye, diventata l’ispirazione di Crack the Skye. Quello stesso giorno era arrivato in città il nuovo chitarrista Nick Johnston, chiamato a sostituire Brent Hinds dopo 25 anni. L’esonero sarebbe stato ufficializzato dalla band soltanto qualche settimana più tardi, ma di fatto la storia era già finita da tempo. Al centro della rottura ci fu una drammatica riunione durante la quale Sanders si fece portavoce dello scontento che la band covava da almeno una decina d’anni, e le cui ragioni risiedevano – nella sostanza – nei comportamenti dissoluti di Hinds, ormai un estraneo nelle dinamiche del gruppo. Punto nel vivo, il chitarrista se ne andò a metà dell’incontro – e quella fu l’ultima volta che Troy lo vide.

 

È questa, essenzialmente, la scena finale su cui si chiude The Mastodon in the Room, documentario franco e sorprendentemente onesto che racconta la parabola di Hinds all’interno della band. Ripresi mentre guardano vecchi filmati al Plaza Theatre di Atlanta, i Mastodon ripercorrono la storia di Brent: da forza creativa centrale nell’economia del gruppo al progressivo disimpegno in studio, fino al comportamento sempre più altalenante e irrazionale che avrebbe finito per condizionare non soltanto l’attività dal vivo, ma anche i rapporti personali tra i quattro. Dopo essere stato allontanato dalla band (almeno secondo il suo punto di vista) Hinds ha trascorso i mesi successivi a schernire sui social gli altri tre Mastodon, in particolare Sanders. Poi, il 20 agosto 2025, il tragico epilogo: il chitarrista ha perso la vita ad Atlanta, dopo che la sua moto si è scontrata con un SUV che non gli aveva dato la precedenza durante un’inversione a U.

La morte ha reso quindi impossibile quella riconciliazione che, nonostante le frizioni, tutti ancora si auguravano. «Vorrei che fosse ancora vivo e che un giorno avessimo potuto sistemare le cose tra di noi», ha raccontato il chitarrista Bill Kelliher, ricordando come Hinds, dopo le sue peggiori intemperanze, fosse spesso capace di tornare sui propri passi. Sanders, invece, confessa di aver aspettato anche in questo caso proprio quella svolta che era arrivata mille volte in precedenza – «Ma mi sbagliavo di grosso», ha concluso. Guardando i volti dei tre Mastodon nel documentario, soprattutto quello livido di Sanders, si capisce che questa è una di quelle ferite che non si rimargineranno tanto facilmente.

 

A questo punto, per una band che perde uno dei propri membri fondatori e tra i principali artefici della propria identità sonora, le strade sono sostanzialmente due: 1) sciogliersi, come fatto dai Led Zeppelin dopo la morte del batterista John Bonham; 2) riconfigurare la formazione, vedi il caso dei Genesis dopo l’uscita di Peter Gabriel (ma anche di Peter Hackett qualche anno più tardi) o dei Joy Division dopo la scomparsa di Ian Curtis, con la successiva trasformazione in New Order. I Mastodon hanno scelto la seconda strada e oggi sono un quintetto, con Nick Johnston alla chitarra e João Nogueira alle tastiere. Entrambi classe 1987, il primo è noto per la sua carriera solista e per un approccio fortemente legato al progressive e alla fusion, porta nella band un bagaglio tecnico e compositivo molto diverso da quello del suo predecessore; il secondo ha invece alle spalle esperienze con i The Claypool Lennon Delirium di Sean Lennon e Les Claypool dei Primus e collabora con i Mastodon già dal 2021, quando ha suonato le tastiere in Hushed and Grim.

Ed è proprio qui che arriva la sorpresa più interessante di Marrow Deep. La band, infatti, non si limita a sostituire Hinds, ma decide di allargare il proprio perimetro, recuperando quelle influenze progressive introdotte in lavori come Blood Mountain (2006) e Crack the Skye (2009) e invitando in studio tutta una serie di musicisti-amici chiamati, per usare le parole di Brann, «a dare una mano». Ecco, quindi, Josh Homme dei Queens of the Stone Age, Nate Newton e Ben Koller dei Converge, Randy Blythe dei Lamb of God, Neil Fallon dei Clutch, Joe Duplantier dei Gojira e, soprattutto, il leggendario bassista dei Black Sabbath Geezer Butler.

La scelta funziona perché gli ospiti, tutto sommato, rimangono quasi sempre sullo sfondo: non sono diversivi utilizzati a bella posta per distrarre gli ascoltatori, ma colori che servono a dare nuove sfumature a un sound dotato di un’inequivocabile personalità, lasciando allo stesso tempo spazio ai due nuovi arrivati. Johnston entra nell’economia del disco in punta di piedi: si fa sentire in “Poisonous Weapons” e “Out Like a Lamb” con degli assoli “mimetici” che, nel fraseggio, rendono omaggio allo stile di Hinds senza imitarlo pedissequamente, per poi far emergere la propria personalità in “They’re Coming for You” (suo il lungo incipit strumentale) e conquistare progressivamente terreno con l’aumentare della componente progressive nella seconda metà del disco. Nogueira, invece, entra immediatamente nel tessuto della band, tanto che il primo strumento solista di Marrow Deep è proprio la sua tastiera. Il suo lavoro è onnipresente, ma mai invasivo: tastiere, sintetizzatori, assoli di organo alla Jon Lord e interventi di “colore” cambiano sensibilmente la fisionomia dei Mastodon, rivelandosi non un semplice sostituto di un elemento mancante, ma una vera e propria nuova possibilità sonora. Come sottolineato da Kelliher, i due nuovi arrivati (entrambi dotati di una solida formazione musicale e di un’ottima padronanza della teoria e dell’armonia) hanno permesso agli altri tre Mastodon, autodidatti sui rispettivi strumenti, di esplorare ogni soluzione compositiva e di sviluppare appieno tutte le possibilità offerte dalle nuove canzoni della band.

 

Anche il sound, in fondo, è sempre quello dei Mastodon – eppure sembra diverso. Prodotto da Patrick Berger e Kurt Ballou, Marrow Deep ha visto la band entrare in studio appena una settimana dopo la morte di Brent. Una scelta quasi terapeutica, che ha prodotto un album capace di muoversi su una linea sottile tra elaborazione del lutto e trasformazione sonora. È la stessa doppia dimensione che caratterizza album come Diamond Eyes dei Deftones, realizzato dopo l’incidente che ha coinvolto il bassista Chi Cheng, e Black Gives Way to Blue degli Alice in Chains, arrivato dopo la morte dell’iconico cantante Layne Staley: da una parte la musica come documento della tragedia, dall’altra come tentativo di superarla. Marrow Deep attraversa così la storia dei Mastodon, ripercorrendone le coordinate fondamentali senza trasformarle in un esercizio di nostalgia.

E questo è chiaro fin dall’incipit del disco, affidato a “Barbarians Blood” e “Poisonous Weapons”, due brani che recuperano innanzitutto la fisicità dello sludge delle origini, quello di Remission e Leviathan, ma la contaminano con una componente progressiva e psichedelica che guarda già verso Crack the Skye. È soprattutto “Your Ghost Again”, però, a creare il cortocircuito più evidente con il passato: un riff sludge-thrash, improvvisi cambi di dinamica e aperture melodiche sembrano richiamare direttamente Blood Mountain, mentre tastiere e sintetizzatori proiettano quel linguaggio in una dimensione nuova. Il brano, dedicato all’esperienza di rientrare in studio senza Hinds, rappresenta anche uno dei primi momenti in cui la nuova formazione lascia emergere con chiarezza il proprio equilibrio sonoro. Nogueira firma il primo assolo, mentre la chitarra di Johnston arriva soltanto in un secondo momento. È un dettaglio piccolo ma significativo di un brano scelto dalla band come primo singolo di presentazione della nuova formazione: tutti ad aspettare il primo assolo del nuovo arrivato Johnston, ed ecco che il primo a uscire allo scoperto è invece Nogueira.

Anche sul piano emotivo, “Your Ghost Again” è il brano che esplicita maggiormente il rapporto con l’assenza di Hinds. Brann Dailor ha spiegato che, durante le registrazioni, continuava a immaginare il vecchio chitarrista al suo fianco, nello stesso punto in cui era solito trovarsi in studio. La successiva “Snakes for Dinner” sposta invece il discorso verso una dimensione più fisica e immediata. Il brano, che affronta anche le dichiarazioni di Brent sui social nel periodo successivo all’allontanamento, è impreziosito dalla presenza di Josh Homme, alla sua prima collaborazione con i Mastodon dai tempi di “Colony of Birchmen” del 2006. Il richiamo a Blood Mountain è quindi inevitabile, ma “Snakes for Dinner” non si limita a riproporre quella formula: la sposta verso un groove più stoner e alternative rock, mantenendo al tempo stesso la pesantezza dei riff e un’apertura melodica più ampia. È un altro esempio di come la nuova formazione utilizzi il passato non come modello da replicare, ma come materiale da rielaborare.

 

Da qui in avanti il disco comincia ad allontanarsi progressivamente dalle coordinate per così dire più familiari. “Out Like a Lamb” e “In the Ruins” – quest’ultima ispirata all’esperienza di Troy Sanders e della sua famiglia, costretti a lasciare la propria casa dopo che l’alluvione provocata dall’uragano Helene l’aveva gravemente danneggiata nel 2024 – alternano pesantezza e aperture atmosferiche, trasformando un’esperienza profondamente personale in un momento di particolare intensità emotiva. “They’re Coming for You” introduce una componente più moderna e aggressiva, con echi che possono ricordare i Gojira. “Golden Spires”, invece, riporta in primo piano il lato più apertamente progressive della band.

La batteria di Brann Dailor (meno esplosiva di un tempo e mai così controllata e funzionale alle canzoni) e l’intreccio delle chitarre guardano tanto a Crack the Skye quanto a Once More ’Round the Sun, mentre la componente psichedelica arriva, in alcuni passaggi, a sfiorare territori quasi floydiani. Ed è proprio qui che emerge un’altra influenza fondamentale del disco, ovvero gli svedesi Opeth. “Moth and Bone” sembra quasi un esercizio di stile prog (Dailor l’ha definita «quattro canzoni in una»), sospeso tra delicatezza acustica, chitarre potenti e atmosfere seventies (ma ci sentiamo anche qualcosa dei Goldfrapp, nelle tastiere sognanti della prima parte), mentre “A Vampire’s Demeanour”, invece, recupera soprattutto il gusto – tipico della band di Mikael Åkerfeldt – per il contrasto tra sezioni violente e momenti più rarefatti, prima di precipitare nella brutalità grazie alle voci abrasive di Randy Blythe e Nate Newton.

 

Il momento in cui tutte queste influenze sembrano finalmente incontrarsi è senza dubbio “The Vanishing”, probabilmente il brano più esplicito del disco nel dichiarare le proprie fonti. I primi 60 secondi sono affidati al basso distorto di Geezer Butler, che disegna un riff capace di richiamare direttamente “N.I.B.” dei Black Sabbath; poco dopo, la cadenza vocale di Dailor e l’atmosfera psichedelica riportano alla mente un altro classico sabbathiano, ovvero “Planet Caravan” (inconfondibile la voce filtrata con l’altoparlante rotante Leslie, come fatto da Ozzy Osbourne nell’originale). Ma il mellotron, le chitarre dilatate e l’intervento di Joe Duplantier trasformano progressivamente il brano in qualcosa di profondamente mastodoniano, facendo convivere psichedelia, sludge e progressive in un equilibrio sorprendentemente naturale.

Il compito di chiudere il disco è affidato invece a “The Three Fates”, la composizione più lunga e ambiziosa del lotto, nella quale i Mastodon riuniscono progressive, hard rock, psichedelia e la consueta pesantezza. Più che una conclusione, sembra il punto di convergenza di tutte le strade percorse durante l’album, soprattutto nei quasi quattro minuti finali dal sapore quasi fusion, quando Nick Johnston e João Nogueira (supportati da un Dailor in versione Billy Cobham) iniziano a scambiarsi fraseggi, assoli e idee musicali – la sensazione è quella di assistere a una vera e propria conversazione tra i due musicisti, che lascia intravvedere il possibile nuovo percorso di questi Mastodon.

 

Ed è forse proprio questo il tratto più riuscito di Marrow Deep: le influenze non vengono utilizzate come citazioni nostalgiche o come semplici ammiccamenti ai fan di vecchia data, ma sono frammenti di una memoria musicale che la band di Atlanta scompone e riassorbe nel proprio linguaggio. In un disco nato da una perdita, la band riesce così a trovare qualcosa che assomiglia a un futuro.

Insomma, sembra quasi che i Mastodon non sappiano più fare un album senza dover prima attraversare un lutto. Crack the Skye era dedicato a Skye, la sorella di Brann morta suicida da adolescente; The Hunter al fratello di Brent, scomparso in un incidente di caccia; Emperor of Sand alla moglie di Troy e alla madre di Bill, entrambe colpite da un cancro all’epoca della sua realizzazione (la prima è fortunatamente guarita); Hushed and Grim al manager Nick John; e Marrow Deep a Brent e alla mamma di Brann.

Come nei casi precedenti, anche questo è, a suo modo, un trionfo artistico – e ci sbilanciamo affermando che forse è il lavoro più compiuto della band dai tempi di Crack the Skye. Detto questo, per il loro bene ci auguriamo che i Mastodon possano presto tornare a scrivere di balene, come in Leviathan, e di strane creature, come in Blood Mountain. Che possano, finalmente, tornare a inventare mostri senza dover prima affrontare quelli della vita reale.

«Davvero, onestamente, prima di iniziare questo processo pensavo che forse saremmo riusciti a registrare un disco e a cantare di nuovo del mostro di Loch Ness e di Bigfoot…», ha detto Dailor. Ecco, speriamo che il prossimo disco sia davvero la volta buona.