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REVIEWSLE RECENSIONI
Nagalite
Lili Refrain
2026  (Subsound Records)
EXPERIMENTAL/AVANT-GARDE METAL / HARD ROCK
7,5/10
all REVIEWS
01/04/2026
Lili Refrain
Nagalite
La musicista romana torna dopo qualche anno con un disco misterioso e rituale, una suite in quattro movimenti il cui titolo risulta una crasi (o una sorta di ossimoro?) tra il serpente sacro (Naga) e Lithos, pietra filosofale. Un sound denso e nel frattempo numinoso, l’ultima maniera di fare musica in questi tempi sempre più apocalittici?

Ho già scritto nella mia ultima recensione del disco di Electrio (vedasi qui) come mi risulti sempre più difficile di parlare di musica in questi tristi tempi in cui alcuni “padroni del mondo” (citazione dal bel romanzo distopico di Robert Hung Benson) ci hanno fatto precipitare.

Rispetto a circa sei mesi orsono la situazione non è di certo migliorata, ma ampiamente peggiorata: un’ulteriore guerra è stata scatenata, altre sofferenze si assommano ai precedenti dolori, di cui peraltro sembra non interessare più nessuno, in una spirale di odio che appare non cessare mai.

Attoniti di fronte a tali immani catastrofi, riecheggiano sempre più profetiche le parole di Francesco: “non viviamo in una epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento di epoca”, cosicchè, proprio in questi momenti, vado alla ricerca di espressioni artistiche che, come scriveva Leopardi in Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento funebre della stessa, mostrano il "Misterio eterno dell’essere nostro".

Il male che ci attanaglia difatti non può eliminare completamento quell’anelito all’infinito dell’uomo, che si traduce in una ricerca di senso, patrimonio fondante il fenomeno religioso o, per altri e con diversi temini, la mitopoiesi del sacro.

 

Così eccoci a presentare il nuovo disco di Lili Refrain, Nagalite, ma prima di soffermarci sulla recensione musicale, proprio per la natura dell’opera, risulta necessario un breve appunto sul titolo del disco, in quanto svelante una narrazione di sapore misterico, quale substrato sostanziale dello stesso.

Il titolo Nagalite risulta essere, per le stesse parole della musicista, una parola di nuovo conio che lega tra di loro due termini: il Naga, parola sanscrita, che descrive il dio Serpente e il termine greco Lithos, ovvero la pietra.

L’unione di questi due opposti, ovvero l’animale di per sé emblema del mutevole, il serpente che muta la pelle al volgere delle stagioni e la pietra, simbolo assoluto dell’Eterno, ma che nei rituali alchemici, diventa il simbolo della trasformazione spirituale, l’elisir di vita eterna, la conoscenza nascosta ed esoterica, capace di trasformare il vile metallo in oro.

Sull’alchimia ho già scritto in precedenza (vedasi strenna natalizia sugli Autopsia) quindi, vista l’importanza data alle spire del rettile sia in copertina, sia nell’artwork interno, spendiamo due parole sul Naga.

 

La parola Naga deriva dal termine sanscrito Nag, che significa serpente, indicato anche come il Cobra Sacro. La figura del Naga è tipica di alcune delle religioni dell’Estremo Oriente, in particolare nell’Induismo e nel Buddhismo, e trova forse il culto massimo in Cambogia.

Qui, nel santuario centrale del tempio di Bayon, l’antica città di Angkor Thom, ad una profondità di circa 12 metri è stata trovata una statua raffigurante il Buddha, con le sembianze di Jayavarman VII, sovrano che costruì appunto l'antica capitale, seduto sulle spire del Naga.

Inoltre, per alcune credenze popolari cambogiane, il popolo khmer trae origine dall’unione del re con una nagì (cobra femmina, signore della terra e del mondo intero) avente nove teste che, ogni sera, si trasformava in una donna, con la quale sulla sommità di una torre d’oro, il re si univa per il primo incontro della sera.

Incredibilmente, troviamo qui delle assonanze con quanto narrato da Erodoto nel IV libro delle sue Storie sulle varie origini relative alla nascita del popolo sciita che deve il suo nome da Scita figlio di Eracle (il romano Ercole):

Questo raccontano gli Sciti su di sé e sui territori settentrionali; ecco invece cosa narrano i Greci residenti sul Ponto. Eracle, spingendo i buoi di Gerione, sarebbe giunto nella terra ora occupata dagli Sciti, allora desertica. Gerione risiedeva lontano dal Ponto, abitava nell'isola detta dai Greci Eritia, al di là delle colonne d'Eracle, di fronte a Cadice, nell'Oceano. L'Oceano, dicono i Greci, ha origine nell'estremo oriente dove sorge il sole e scorre tutto intorno alla terra (così dicono, ma non sanno dimostrarlo concretamente). Da là giunse Eracle nel paese detto Scizia: sorpreso dall'inverno e dal gelo, si avvolse nella sua pelle di leone e si addormentò; e nel frattempo, per sorte divina, le cavalle, quelle staccate dal suo carro, sparirono mentre pascolavano. Appena sveglio, Eracle si mise a cercarle, percorrendo in lungo e in largo tutto il paese, finché giunse nella regione cosiddetta di Ilea. Qui, in una grotta, trovò una creatura dalla duplice natura, mezza donna e mezza serpente, donna dai glutei in su e rettile in giù. Eracle guardandola pieno di stupore le chiese se avesse visto in giro, da qualche parte, delle cavalle. Gli rispose che erano in mano sua, le cavalle, e che non gliele avrebbe ridate se prima non faceva l'amore con lei: un prezzo che Eracle accettò. Ma lei, poi, differiva la restituzione delle cavalle desiderando starsene con Eracle il più a lungo possibile, mentre lui voleva riprenderle e andarsene; infine, lei gliele rese e disse: "Io ti ho salvato queste cavalle, giunte fino a qui, e tu mi hai dato il compenso: da te ho concepito tre figli" (uno dei quali appunto Scita).

Eccoci dunque tornati alla stretta attualità, in quanto gli iraniani sono di religione sciita.

 

Dopo la non necessaria (ma speriamo affascinante) premessa, passiamo ora ad una analisi più squisitamente musicale del disco: Nagalite è la settima release della multistrumentista, compositrice e performer Lili Refrain; una suite in quattro movimenti dalla durata complessiva di una trentina di minuti

Il flyer di presentazione indica come il disco sia interamente composto, suonato e cantato da Lili Refrain, muovendosi sonoricamente in un cross-over tra folk rituale, dark ambient, psichedelia e suggestioni operistiche.

A tale riguardo devo necessariamente premettere un caveat musicale di fondamentale importanza: il progetto Lili Refrain contiene in sé un lato metal che si declina anche in molte nelle venues dove la musicista romana svolge le sue performance, ma, come sa bene chi mi conosce (o legge) quel mondo mi risulta totalmente estraneo per tradizione e cultura musicale personale.

Quindi, avendolo dichiarato, non troverete in questa recensione richiami a gruppi di quel panorama musicale, fermo restando che potrebbero ben esserci, e nel caso potrete scoprirlo personalmente, stando proprio qui, ritengo, il possibile dialogo (a distanza) tra chi scrive e chi legge di musica.

 

Dal mio punto di vista, quindi, vedo in Lili Refrain (ma anche in altre musiciste italiane come Dalila Kayros) un approccio musicale che riprende e attualizza grandi musiciste del passato come Diamanda Galas o Lisa Gerrard (le cui estensioni vocali, tuttavia, come riconosciuto in una recente intervista dalla stessa Lili Refrain, risultano essere di più ampio registro).

Il richiamo a Lisa Gerrard risulta plausibile essendo l’artista australiana (oramai star mondiale di colonne sonore, ma da chi scrive legata indissolubilmente ai grandi Dead Can Dance con Brendan Parry) maestra della cosiddetta Glossolalia, ovvero un’intonazione di sillabe senza uno specifico significato catalogabile in uno specifico idioma linguistico.

Il disco si apre con i vocalizzi aerei (sostenuti da una texture sintetica) di "Exuvia", una sorta di intro operistica al successivo "Nagal" (di cui trovate in calce il video) brano molto più ritmato e tribale dove trovano spazio riff e giri chitarristici che tradiscono un approccio alla musica permeato da frequentazioni metal, soprattutto nella ricerca di un climax sonoro che dischiude l’accesso al terzo brano dell’album "Coil", dove, come indicato dallo stesso titolo, una pulsione ritmica digitale apre a una serie di spirali tastieristiche.

Infine l’ultimo brano dell’album, "Lithos", dove per la prima volta Lili Refrain ha scritto un testo (riportato nel booklet interno): un brano molto esteso, dalla durata di oltre dodici minuti, nel corso del quale il richiamo ai lidi di una sorta di dark rituale trova il suo suggello definitivo, per poi lasciare spazio ad un fondale chitarristico post metal, emblema del cross over sonoro più volte citato.

In chiusura, spazio a quanto sinteticamente affermato dalla musicista, che non posso non condividere: “Nagalite è una riflessione, un totem, una speranza di trasformazione e rinascita in risposta ai tempi oscuri che stiamo vivendo”.