DAY 1
“Fa càju” direbbe un aquilano, anche se, per chi transita dalle metropoli in questo periodo, in fondo non è malaccio. Però alle 18.00, all’apertura del festival, si cerca refrigerio e in un angolo defilato l’ombra di alcuni alberi è provvidenziale. Si stanno allestendo, a cura del progetto Sinestesie Orbeat, tre lavagne con pennarelli multicolor, dove da lì a breve chiunque potrà esprimere a suo modo ogni pensiero o immagine, divisi in tre categorie: Ascolta, Immergiti, Disegna e non è detto che l’invito categorizzato sia seguito dall’inevitabile anarchia grafica e tematica dei contributori. Anzi si esortava a lasciarsi abbandonare alla musica.



L’accoglienza ai primi spettatori del festival è affidata a Metonimia, un duo di djing elettronico parte del collettivo organizzatore, amalgama suoni ancestrali con elettronica di qualità: il giusto mood per rilassarsi in attesa che, una volta aperti i cancelli del festival, ci si possa concedere una corretta idratazione, proposta in modo allettante dalla formula happy hour super pop.
Con lo sfavore del sole ancora alto e cocente, ma ripagati a metà show da una grande formazione nuvolosa stile Independence day a coprire i raggi della stella rovente, gli Inépi (Il Nome è Puramente Indicativo) sono la prima band di musica strumentale ad aprire il festival. Loro sono aquilani, con una formazione che di fatto è un duo ma nei live diventa a quattro elementi: chitarra, sinth e voce, batteria, tastiere e suoni aggiunti. Nati da stili musicali diversi, alla ricerca di continui stimoli creativi, a un certo punto girano pagina e approdano all’attuale “dream pop”, come da loro definizione, che si sposa benissimo con le atmosfere rarefatte dell’ambiente attorno al festival, eancora più in generale al territorio aquilano: un New New Mexico, un’Arizona Dream (film di Emir Kusturika), senza quelle atrocità gastronomiche che i poveri americani del nord sanno compiere (e purtroppo non solo quelle).
Gli Inépi ti coccolano e ti accolgono nella loro nuvola creativa, fatta di bei suoni, parole sincere, atmosfere rarefatte, a tratti cristalline come l’aria al bivacco Bafile. I brani sono lunghe passeggiate sonore con reprise che danno quel tocco di psichedelia, dosata al punto giusto, più nella struttura che nei suoni, e non sono citazioni dei tempi passati ma attuali. Gran bella performance della band, un pubblico attento riconosce l’autenticità senza maschere, e alla lunga il lavoro ripaga. Si congedano dopo una buona mezz’ora di live con la modestia tipica dei consapevoli. Abbiamo parlato brevemente post live, intercettati nel buio della venue, per due chiacchiere informali. Non era un’intervista e quindi il contenuto rimane in “camera caritatis”, per buona pace dei curiosi. Ne sentiremo parlare ancora.
Giovanni Ti Amo sono una conferma dopo averli ascoltati live. Una botta di adrenalina inaspettata, tanta freschezza e sonorità che deviano a tratti verso un rock deciso, slanci con citazioni anni ‘70 con la decisione dell’hard rock, per poi un easy pop di decompressione ma sempre poetico e gentile, sussurrato com’è nelle corde dei Giovanni. Finalmente si ascoltano un paio di assoli di basso che non sia un concerto jazz, evviva! L’ispirato bassista ha tecnica e cuore e si lancia dove ormai troppi bassisti retrocedono: complimenti.
Giovanni suona una chitarra acustica con effetti e voce principale, un italian crooner si definisce nei social, forse più nell’intenzione compositiva dei testi, basati spesso sulla relazione sentimentale e nel modo romantico un po’ retrò di descrivere il passato, vista l’incertezza e confusione dei nostri giorni. Ottima batteria, vivace, incalzante e trascinante, a completare la sezione ritmica di grande valore. Lead and rithm guitar in perfetta sintonia con la band a completare un suono graffiante in alcuni momenti, honey waves in altre.
Ultimo album in studio: COYOTE! del 2025. Non sfugge a Giovanni la bellezza del luogo, circondato da montagne, la prima volta per la band, a riprova che la sensibilità spesso confina con l’amore per la natura e il paesaggio, specialmente al tramonto, quando le montagne si colorano di sfumature sempre diverse. Il pubblico apprezza, la band ringrazia. Si congedano con la sensazione di aver messo un’altra tacca sui diversi live dell’estate, con soddisfazione diffusa.
Le Irossa (al femminile per volere della band), da Torino. Un collettivo, visto che sono in 6 sul palco ad orchestrare sonorità, tempi e stili imprevedibili. Il sax incornicia atmosfere calde ed emozionate ed è il primo elemento di discontinuità con quanto sentito in precedenza. Hanno rilasciato nel 2025 il loro secondo e ultimo LP, La mia stella aggressiva si nasconde nei punti e nelle virgole, pubblicato sotto egida della Sugar, segna la maturità espressiva della band dopo il loro primo LP auto prodotto del 2024. Difficile incastrarli in un genere definito, perché la somma delle parti genera uno stile personale che certamente si riferisce a tanta musica precedente, ma ne esce un mix originale, come quando fu per il Negroni sbagliato.
Margherita Anna Feraccini alterna con scioltezza il canto (suadente come una jazzista), le tastiere e la chitarra elettrica movimentando ancora di più il set, già dinamico di suo, viste le tante variazioni improvvise nella scrittura della band. Le voci sono alternate, anche a volte all’interno degli stessi brani, modulando la tonalità di Margherita con quella di Jacopo Sulis (voce e chitarra acustica) per un gioco di alternanza ben riuscito. Più di una volta si coglie la trama della new wave anni ‘80, quella più scura, ma chiaramente ricontestualizzata ai nostri giorni, con un effetto piacevolmente dissonante, vista la fantastica gioventù della band, che sembra, o meglio è, sicuramente colta dal punto di vista musicale.
Non ricordo bene se è stata una citazione all’interno di un brano o suonata “stand alone” ma ad un certo punto parte "Careless Whisper" degli Wham! con l’indimenticabile attacco di sax: il tuffo al cuore degli anni ‘80 è inevitabile ed in parte conferma un gusto della band per il periodo. In tutto ciò si poga naturalmente su alcuni dei pezzi e soprattutto quando Jacopo Sulis si butta tra il pubblico: un toro nell’arena, o forse un torinista nell’arena, a cercare un contatto fisico che del resto riporta nella voce. Pubblico e colleghi musicisti entusiasti, bella prova di personalità, da seguire attentamente nell’evoluzione.
Con The Tangram si volta pagina, forse dalle montagne ci si sposta sulla costa per un funky soul elegantissimo di una band più matura e che suona da qualche anno in più, pur non essendo particolarmente prolifica dal punto di vista della produzione musicale in studio. Dal vivo sono una scossa elettrica di pura energia musicale, al confine con la dance di vecchio stampo, da disco ball luccicante, tanto per capirci. Anche loro in sei sul palco, per un impatto sonoro di grande qualità, professionalità e di gusto per suoni ben calibrati.
Una cover di "Monna Lisa" di Ivan Grazioni celebra doppiamente l’Abruzzo e i suoi artisti, visto che i The Tangram sono una band nata nella regione nel 2016. Nella scelta della line up probabilmente loro sono il momento di “decompressione” del primo giorno, che vedeva realtà più particolari e impegnative nell'ascolto. I testi dei brani sono in inglese a differenza dell’italiano usato da tutte le band precedenti. Ciò non toglie tutta la piacevolezza del loro sound, che con virtuosismo e professionalità consente un passaggio agevole verso il piatto forte della serata, che da lì a breve incendierà la platea.
Management del dolore post operatorio, da Lanciano. I nostri Idles, o meglio, chiederei spiegazioni agli inglesi su cosa ascoltavano attorno al 2012. Dati per morti dopo l’ormai storico 1° maggio 2013 di piazza San Giovanni a Roma, dove vennero brutalmente censurati da una RAI mani forbice, la band ha vissuto invece una produzione piuttosto prolifica in studio e dal vivo, con alcune avventure soliste di Luca Romagnoli (voce) e Marco Di Nardo (chitarre, voce e sinth) fino a proporre negli ultimi tempi diverse date per live infuocati.
All’Orbeat festival la band decide di iniziare il live avvolta nella nebbia del ghiaccio secco con "Palazzi" ma è con il successivo "Pasticca blu" a partire inevitabilmente il pogo che sarà più o meno una costante per il lungo live. Molti i brani da Auff!! (il primo album) e dai restanti lavori. Luca Romagnoli è un fiume in piena, sia durante il cantato che tra un brano e l’altro: arringa, suggerisce, spiega alcuni passaggi dei testi, magari in passato mal interpretati, amoreggia con il pubblico con una tensione sempre così alta che ti aspetti un tuffo di testa dal palco da un momento all’altro. Sbraita come un leone in gabbia da un lato all’altro del palco, carico come una molla, non riesce a mantenersi in piedi sulla spia per più di due secondi, per la foga.
Verso metà concerto partono due canzoni dedicate alla mamma: “Per favore pubblico illuminato, non deludetemi, non baciatevi perché non è una canzone romantica”. Parla infatti della perdita della mamma, con tutt’altro spirito. La critica alla “civiltà” dei consumi è costante, quasi a svelare i meccanismi trappola in cui le nostre esistenze sono incastrate, la nausea melliflua si diffonde come un gas nervino che uccide senza farsi vedere. "Bastatutto" il manifesto sonoro. La morte ricorre spesso nelle parole di Luca, una celebrazione della vita ma soprattutto dell’essere e restare vivi: “Cosa sarebbe la vita senza la morte, le emozioni, tutto ciò che facciamo, se non ci fosse una fine, cosa avremmo da raccontare?”.
I Management in fondo sono lo specchio delle anime inquiete che non riesco a girarsi dall’altra parte, che ostinatamente si rifiutano semplicemente di affossare nella melma contemporanea, rivendicando un modo abrasivo e poetico di esistere. Hanno pubblicato da poco il singolo "Per i bambini morti", non c’è null’altro da aggiungere. Odiano il temine “indie”, che giustamente va stretto a chi non vuole camicie di contenimento: libertà espressiva massima. L’onestà è ciò che maggiormente traspira da qualsiasi nota e gesto della band, sempre autentici, non ci sono pose, sono lì come sono al bar, anche a rischio di non essere compresi.
“Siete un incubo stupendo!”, rivolto al pubblico per annunciare "Incubo stupendo" tra il set dei brani che chiudono, con tre bis, il lungo live della band in formazione a quattro elementi classica (chitarra e sinth, batteria, basso, voce). Il pubblico è tramortito da ben diciotto brani, perlopiù suonati quasi di fila, con brevi intermezzi dialoganti di Romagnoli: una grande capacità la sua di comunicare direttamente con i fan, senza paraculaggini, sempre con l’autenticità che lo contraddistingue. Stessa cosa per Marco Di Marco che con altra tecnicalità è sempre lì a fomentare instancabilmente con i suoi riff ipnotico-ossessivi, synth sempre interessanti, con un carisma di grande spessore. Ottima la sezione ritmica basso batteria, precisa, affidabile, solida.
Il concerto finisce nel sudore, la band si congeda, vorrebbero suonare tutta la notte ma non è possibile, ad uno ad uno vanno via. Rimane Diniz (Di Marco) che pian piano accompagna la fine del live rimanendo solo con la sua chitarra. Si soffre di meno così, è un arrivederci invece che un addio. I Management ci tengono alla gestione del dolore.

Foto della scaletta della serata, regalata a Loudd dal fonico dei Management Del Dolore Post Operatorio
DAY 2
Enrichetto: freschissimo rap urbano metropolitano molto divertente e apprezzato dai coraggiosi che sfidano il caldo fin da subito. Bei testi.
Muffa: aquilani (aquilano?) DOC, con la loro macchina del suono (batteria acustica inclusa) hanno letteralmente spaccato, producendo una tale qualità di innovazione di suoni d’elettronica da rimanere a bocca aperta. All’attivo alcuni signoli e un EP, evocano a tratti una dance trascendentale di grande impatto emotivo. Da seguire per bene.
Hate Moss, visti più volte, intervistati, recensiti, sembra quasi una mania, ma non lo è. E’ solo il destino che si incrocia e tanta stima per il duo italo-brasiliano di Ian e Tina. Loro sono una pagina impegnata e complessa, andando a scavare nei loro testi, a tratti oscuri come i temi che trattano, a tratti leggeri come la forza che occorre per ribellarsi allo status quo. Li adoro, non ne faccio mistero.
Resto al festival giusto il tempo per ascoltarli di nuovo, un impegno inderogabile purtroppo interrompe la mia presenza all’Orbeat 2026 impedendomi di seguire i restanti artisti: Core Mato, Altea, C’Mon Tigre, Dame Area e Passarani (ed ho perso in verità anche Paul Lution, per orario estremo del primo giorno, quasi le 2 del mattino).
Tutti gli artisti che ho potuto ascoltare hanno ringraziato con ammirazione e sincerità gli organizzatori del collettivo Orbeat, uno sforzo importante per mettere in piedi un evento di livello nazionale, con tutta la professionalità possibile e soprattutto con l’amore che necessitava. Au revoir les enfants!
