Cerca

logo
SPEAKER'S CORNERA RUOTA LIBERA
30/07/2026
Le interviste di Loudd
Viaggio tra le etichette fonografiche italiane: Eighth Tower Records e dintorni
Alla moda della letteratura del Settecento, Loudd arriva alla quarta puntata della rubrica di interviste come resoconto di viaggio tra le etichette fonografiche italiane. Nella quarta tappa incontriamo Eighth Tower Records e l'ecosistema Unexplained Sounds Network, un'anima dark-industrial che incontra la sperimentazione elettroacustica contemporanea e il recupero della tradizione nel cuore di Napoli.

Continua il nostro viaggio musicale intorno alle etichette fonografiche del nostro paese, dall’ultima intervista a Nicola Quiriconi di Dissipatio (vedasi qui), proprio prendendo spunto da una domanda fattagli, ci spingiamo verso Sud, a Napoli, dove incontriamo Raffaele Pezzella.

Nella cultura musicale mondiale di natura popular, Napoli è sinonimo di una delle tradizioni musicali fondanti il nostro Paese; se si gira il mondo difatti molte delle canzoni italiche più conosciute sono il frutto della romanza napoletana, inutile qui fare un elenco.

Non ho mai ritenuto di sminuire il portato di quella tradizione, di cui non ho vergogna a sostenere che vi sono delle validissime ragione per cui apprezzarla (al di là della pacchianeria con la quale viene quasi sempre veicolata) del resto sin dal Settecento Napoli è stata una delle capitali della musica europea con grandissimi compositori, uno su tutto Giovan Battista Pergolesi (di cui ho fatto cenno nella recensione-intervista sullo Stabat Mater di Electrio, qui).

Ma il punto non è questo, se si vuole (e deve) uscire da una visione calligrafica e superficiale che tuttavia tuttora permane (dove trova secondo voi il fondamento in cosiddetto movimento neo-melodico?) Napoli (e la Campania in generale) è stato anche altro, dal funky jazz di Napoli Centrale – con i suoi protagonisti che hanno avuto carriere singole importanti – nel decennio '70, per passare ai gruppi degli anni '80-'90. In quegli anni difatti esisteva nella città partenopea una scena Punk/HC, e progetti più conosciuti (si fa per dire) come Bisca, Alma Negretta, 99 posse, per arrivare sino ad oggi con una serie di gruppi che spaziano sui diversi generi come Nu Genea, Banda Maje, Geometric Vision, Ash Code, e altri che ora mi dimentico.

Ebbene, in tutto questo, la città del Vesuvio, ha avuto un lato “oscuro” un anima dark-industrial che trovava il suo fondamento in un negozietto nel centro di Napoli dove si poteva scoprire un sacco di roba non mainstream: Demos; la nostra intervista parte da lì per conoscere gli inizi della ricerca sonora di Raffaele Pezzella un uomo, come potrete leggere, dalle mille sfaccettature.

 

 

Ciao Raffaele, è un piacere ospitarti su Loudd. Partirei con una domanda, per usare un termine anglosassone, anti-climax rispetto alle solite introduzioni ma, che, come vedremo poi, ci aiuterà a comprendere la particolarità del tuo opus poliedrico: dove inizia la scoperta della musica e delle musiche “altre” da parte di Raffaele? 

Intanto è un piacere essere qui su Loudd!

Posso rispondere con un piccolo aneddoto risalente al 1988 quando mio padre mi regalò un piccolo impianto stereo che aveva semplicemente un amplificatore, un paio di diffusori e un giradischi. Usciti dal negozio andammo a comprare qualche vinile per testare l’impianto. Ricordo che comprai una antologia di brani di Alice Cooper e il disco A Momentary Lapse of Reason dei Pink Floyd. Rimasi molto colpito dal disco dei Floyd perché fino a quel momento avevo ascoltato per lo più rock classico e hard rock, così decisi di acquistare un altro disco della band inglese e presi Ummagumma. L’ascolto di brani come "Echoes" e "Sysyphus" mi aprì un intero universo che non avevo mai esplorato, e da lì cominciò il tutto. Poi cominciai ad andare dal leggendario negozio Demos in via San Sebastiano a Napoli e il resto venne da solo.

 

Sinceramente ho avuto delle difficoltà a “perimetrare” la tua intervista alla “sola” Eighth Tower Records”, in quanto le diverse sfaccettature del tuo lavoro hanno germinato un vero e proprio eco-sistema, quindi ritengo necessario (prima di addentrarci alla ETR) che possa raccontare ai nostri lettori delle altre tue attività: dal progetto Sonologyst, per passare a, dal programma web radio The Recognition Test, l’acquisizione di una label svedese (Reverse Allignment) sino a giungere appunto a Eighth Tower Records (che si occupa anche di pubblicazioni) se non mi sono dimenticato qualcosa d’altro. In sintesi, ti senti prima di tutto musicista, curatore, editore o ricercatore?

Le varie anime del mio lavoro si alternano in base al periodo, alla necessità, e all’ispirazione. Anche se negli anni ho dovuto mettere ordine e organizzare un workflow regolamentato altrimenti mi sarei perso io stesso tra le varie attività. Non a caso ho ideato il nome di Unexplained Sounds Network per indicare l’ecosistema di cui parlavi, che comprende quattro label (Unexplained Sounds Group, Eighth Tower Records, ZeroK, Reverse Alignment), il programma web radio The Recognition Test, la pubblicazione del magazine Eighth Tower, la pubblicazione di antologie di racconti allegate ai dischi e di saggi critici, il mio progetto musicale Sonologyst al quale negli anni si sono aggiunti i side projects The Great Old Ones e RhaD, e la mia attività di mastering per cd e tapes. In ogni caso la mia attività di editore occupa oltre l’80% del mio tempo lavorativo.

 

Una delle particolarità di Eighth Tower Records ma anche di Unexplained Sounds Group - di cui ti chiederei di fare un doveroso approfondimento, ritenendo che l’incredibile lavoro di “mappatura” di mondi musicali geograficamente (e non solo) distanti dal nostro sia assolutamente da far conoscere ai nostri lettori - è quella di focalizzarsi su alcuni temi: mi vengono in mente i cd su Dante, H.P. Lovercraft, Cronenberg, Dick, Lynch eccetera. Del resto, lo stesso nome di Eighth Tower Records mi hai confermato essere una citazione/omaggio ai lavori di John Keel (come il titolo stesso Superspectrum della prima compilation digitale della label). Quali sono i motivi di tale operare?

Il progetto di Sound mapping della Unexplained Sounds Group nasce dalla passione che ho avuto in un certo arco di tempo, durato svariati anni, per le produzioni di etnomusicologia della label francese Ocora, nata negli anni ‘50 e diretta dal compositore di musique concrète Pierre Schaeffer. Quel lavoro immane fatto dalla Ocora per mappare le musiche etniche di quello che all’epoca si definiva “terzo mondo” ha ispirato la versione del mio sound mapping, progetto di antologie di musica dove la sperimentazione elettroacustica contemporanea si coniuga con il recupero della tradizione, o è in interazione dialettica con essa. Da questa idea sono nate circa 40 antologie che esplorano quella interazione nelle scene musicali di oltre 70 paesi, dalla Cina all’India, dal Libano all’Indonesia e così via.

I progetti tematici, che invece sono presenti sia sulla Unexplained Sounds Group che sulla Eighth Tower Records, rispondono all’esigenza di veicolare nel mio lavoro di editore di musica il mio grande interesse per il cinema e la letteratura, specialmente quelli del mondo underground, sperimentale, o dell’horror e sci-fi alternativi. E non ultimo l’interesse per le tematiche cosiddette forteane e le mitologie moderne. La compilation Superspectrum e lo stesso nome Eighth Tower derivano proprio da quel substrato di cui faceva parte anche l’opera giornalistica dell’americano John Keel.

 

Visto la molteplicità di progetti riferibili alla tua persona, con quale criterio selettivo operi rispetto alla penso molteplicità di demo/proposte che ricevi? Avendomi confidato che vivi delle tue attività, penso che tu sia una vera e propria “mosca bianca” nel panorama delle DIY label italiane; come si marginalizza il rischio di fare un passo “falso” (sempre possibile del resto)?

Come in tutte le cose della vita bisogna trovare un punto di equilibrio tra pubblicazioni di materiale di artisti consolidati, che danno maggiori certezze di rientro dell’investimento, e pubblicazioni di lavori realizzati da artisti non ancora noti o addirittura al loro debutto. In questo secondo caso il problema non è solo economico, ma anche di sviluppo di un percorso di lavoro che non è detto che prosegua. È infatti quasi impossibile stabilire se un progetto nuovo venga portato avanti, oppure se il musicista, o la band, si arenerà nel corso del tempo, rendendo l’investimento ancora più rischioso dal momento che non ci saranno, in questo caso, altre occasioni per consolidare il lavoro fatto all’inizio.

 

Veniamo più nello specifico a parlare di ETR, Qual è stata l’esigenza iniziale che ti ha portato a fondare Eighth Tower Records? Una parte sostanziosa del catalogo della label è quella della riproposizione, ovvero del dare nuovo spazio a progetti storici della industrial music del nostro paese: da Maurizio Bianchi, passando alla riproposizione di una serie di album dei Capricorni Pneumatici, Paolo L. Bandera (nei suoi progetti solo ma non come Sigillum S). Ci puoi raccontare di tale scelta?

La Eighth Tower Records nasce nel 2017, un paio di anni dopo la Unexplained Sounds Group, allorché mi resi conto che lo spettro di proposte musicali su cui mi interessava lavorare era troppo ampio per essere compreso in una sola etichetta. I miei interessi spaziano dall’elettroacustica alla dark ambient e sarebbe stato difficile avere una comunicazione organica se avessi avuto una sola label.

 

Domanda tecnica da un profano a un tecnico del suono: che difficoltà ci sono a riversare su cd un master pensato e realizzato per essere riprodotto su cassetta? Penso ci sia anche un tema di frequenze, dinamicità etc. A quali difficoltà vai incontro, e, molto più semplicemente, perché non ristamparle in cassetta (oramai essendo gli originali introvabili)?

Le difficoltà di masterizzare su cd materiale già stampato su tape riguardano prevalentemente la presenza di noise di fondo, la dinamica più limitata e talvolta, se parliamo di materiale d’archivio molto datato conservato solo su tape, la presenza di parti di nastro parzialmente smagnetizzate. In certi casi bisogna fare un lavoro quasi di restauro se il musicista non lo ha fatto già preventivamente per conto suo. La tape d’altro canto offre la possibilità di avere una leggera distorsione analogica piacevole all’udito, specialmente in ambito underground post industriale, motivo per cui è un supporto che io amo. Purtroppo, però, la diffusione di riproduttori a cassette è molto limitata rispetto a quella dei lettori cd, per cui far uscire un disco su tape vuol dire condannarlo a essere fruito da un numero molto più esiguo di utenti.

 

In questi ultimi anni si è visto un ritorno del vinile come supporto fonografico, personalmente, pur essendo legato per ragioni di età anagrafica al vinile, è un dato di fatto che molte delle produzioni industrial di quel periodo non uscirono con questo supporto. Da un lato l’industrial music nacque e si sviluppò tramite le cassette, poi con l’introduzione del cd vi fu un vero e proprio florilegio di packaging molti particolari (solo a memoria un cd inserito in un contenitore metallico ripieno di sabbia, un altro inserito in un case di legno, etc., per non parlare, solo per fare un nome, delle confezioni degli Zoviet France). Qual è il supporto musicale dove ti trovi maggiormente a tuo agio (anche sotto il profilo produttivo e dei costi di realizzazione)?

Assolutamente il cd. Il vinile mi piace, ma personalmente lo compro per produzioni musicali realizzate fino ai primi anni '80 approssimativamente. L’hype del vinile che abbiamo vissuto in questi anni lo ritengo più una moda che altro. Non sono poche, tra l’altro, le etichette che hanno cominciato a stampare generi come la dark ambient su vinile, ma non si sono trovate bene, sia per la resa sonora, che come modello di business. Secondo me il vinile aveva un senso quando i dischi si andava a comprarli in negozio e con quindicimila lire ti portavi a casa un bel disco. Oggi per ricevere un vinile nuovo tramite una spedizione tracciata occorrono circa 40 euro contro i 20 di un cd. In certi casi anche 50 euro. E come dicevo non vanno sottovalutati i limiti di dinamica del vinile che per certi generi sono incompatibili secondo me con quel formato.

 

Una delle tue ultime realizzazioni è la ristampa di una delle prime tape di Maurizio Bianchi: M.U.U.N.H. 31.04.1982 (di cui potrete leggere la prossima recensione nell’altra rubrica che curo su Loudd, Spigolature musicali). Al di là del fatto (su cui in moltissimi musicisti ed ascoltatori dovrebbero riflettere) ovvero che già oramai quasi quarantacinque anni orsono Maurizio Bianchi aveva realizzato un disco che supera centinaia di successive produzioni dark ambient; insieme e/o autonomamente al cd è possibile acquistare una monografia che gli hai dedicato. Vista la iperattività del musicista in questione penso sia stata una vera e propria fatica di Sisifo, qual è la ragione che ti ha spinto a farla?

In realtà erano anni che con Maurizio si parlava di questo progetto di monografia, e ogni anno mettevo giù delle bozze su cui poi mi arenavo e rimandavo il tutto. Finché poi ho deciso di affondare il colpo e organizzare una scaletta di lavoro precisa. Naturalmente l’aiuto e l’incoraggiamento di Maurizio sono stati importanti, come anche il gradimento che alcuni amici mi manifestavano rispetto a un progetto del genere. Maurizio mi ha anche inviato una corposa serie di lettere manoscritte che nei primi anni ‘80 inviava a protagonisti dell’underground italiano, quando ci si scambiava le cassette per conoscere nuove realtà e progetti musicali. Una decina di queste bellissime lettere, alcune anche illustrate con piccoli disegni, sono contenute in una sezione della monografia, insieme alla discografia completa (completa fino al momento della pubblicazione) che era un’altra cosa che alcuni mi dicevano sarebbe stata molto utile in formato cartaceo. Penso e spero che questo lavoro abbia colmato una lacuna di carattere critico e storico sul percorso artistico di uno dei maggiori protagonisti, oltre che fondatore, del post industrial italiano.

 

Quali sono gli acquirenti dei prodotti di Eighth Tower? Ci sono dei Paesi maggiormente ricettivi?

Non credo di dire una novità riportando che gli acquirenti più assidui sono gli anglosassoni (US, UK etc.). Le ragioni di questo fatto sono molteplici, e vanno dalla maggiore disponibilità di reddito a una consolidata abitudine agli acquisti on line, oltre che a una tradizione musicale così forte che storicamente un inglese, ad esempio, ha sempre destinato un budget mensile agli acquisti di musica. Gli appassionati in Italia ci sono, e alcuni anche molto ferrati, ma in generale gli italiani vengono dopo gli anglosassoni.

 

Per chiudere: esistono delle produzioni a cui sei più legato al di là del loro riscontro commerciale? E quale è il tuo sogno del cassetto da realizzare?

Più che a singole produzioni sono legato alle migliori idee che mi sono venute nel corso degli anni, quelle che hanno portato ad esempio al progetto di sound mapping, o alle antologie tematiche con pubblicazione di libri di fiction basati sullo stesso tema. Sono stati e continuano ad essere dei lavori estremamente impegnativi in cui, certe volte, si arriva a coinvolgere anche 25 persone. E questo spiega forse perché praticamente nessuno li fa.

Il mio sogno è quello di continuare a fare tutto questo ancora a lungo.