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REVIEWSLE RECENSIONI
18/09/2026
Weezer
Weezer (Gold Album)
Non un ritorno al passato, né il tentativo di riscrivere il Blue Album: Weezer (Gold Album) è il ritorno a quello che rende davvero gli Weezer una band. Dopo anni di esperimenti, concept e deviazioni, i quattro tornano alle origini nel modo più semplice e autentico possibile: nella stessa stanza e con gli amplificatori accesi.

L’abbiamo scritto praticamente ogni volta che abbiamo recensito un disco degli Weezer e lo ripetiamo anche questa volta, a beneficio di coloro che storcono il naso ogni qual volta Cuomo & Co. non pubblicano il disco che vorrebbero ascoltare. Se volessero, i quattro californiani potrebbero fare il tipico disco alla Weezer a occhi chiusi: basti pensare al mai troppo lodato Everything Will Be Alright in the End (2014) e al recente capolavoro Weezer (White Album) (2016). E invece no, da autore curioso qual è, a Cuomo piace sparigliare le carte, sperimentare dal punto di vista della scrittura e, insomma, dedicarsi a veri e propri esercizi di stile. Ecco allora spiegati alcuni degli album che hanno fatto storcere il naso a coloro di cui sopra ma che, in realtà, erano necessari al loro autore: Weezer (Black Album) (2019), Van Weezer e OK Human (entrambi del 2021).

Fatta questa dovuta precisazione, va detto che il desiderio di scrivere a tema forse è sfuggito di mano a Cuomo con la serie SZNS (2022), un progetto sulla carta interessante che forse ha sottovalutato la capacità di attenzione di un pubblico ancora alle prese con le conseguenze della pandemia. SZNS prevedeva quattro EP, ognuno dedicato a una stagione, e uno spettacolo a Broadway nel quale il ciclo sarebbe stato eseguito per intero. Visti i pochi biglietti venduti in prevendita, lo spettacolo è stato cancellato, così come la pubblicazione del box set, costringendo gli Weezer a dedicarsi anzitempo al progetto successivo: la celebrazione dei trent’anni del disco d’esordio, il mitologico Weezer (Blue Album) del 1994. Al termine della fortunata tournée è seguita la domanda che, leninianamente, prima o poi ogni band deve porsi: che fare?

 

La risposta, paradossalmente, gliel’ha data la bella atmosfera creatasi durante le riprese di un film comico diretto da Henry Joost e Ariel Schulman (Paranormal Activity 3), che la band ha iniziato a girare mentre componeva il materiale per il nuovo album. Il film, ancora in fase di produzione (ma atteso per il prossimo anno), vedrà come protagonisti gli stessi membri della band insieme a Keanu Reeves, Ben Schwartz, Eric André, Johnny Knoxville, Joseph Gordon-Levitt e Rainn Wilson. Stupito dal cameratismo creatosi sul set e dalla grande forza improvvisativa degli altri tre membri della band – il chitarrista Brian Bell, il batterista Pat Wilson e il bassista Scott Shriner – il líder máximo Rivers Cuomo si è detto: «Wow, se solo registrare un disco potesse essere così divertente!».

È proprio da questa intuizione apparentemente banale che nasce la vera anima di Weezer (Gold Album). La band ha deciso infatti di catturare quello stesso spirito tornando a fare come un tempo: niente più sessioni di registrazione in cui ogni musicista registra il proprio strumento separatamente. Per il nuovo album i quattro hanno passato diversi mesi nel soggiorno della casa di Orange County del batterista dei Panic! at the Disco Dan Pawlovich a provare le nuove canzoni, suonando contemporaneamente, come praticamente solo agli esordi avevano fatto, e collaborando attivamente alla scrittura e all’arrangiamento dei brani.

 

Non è dunque un caso che Weezer (Gold Album) suoni prima di tutto come un disco suonato da una band. Registrato su nastro e senza click, il disco rinuncia deliberatamente a buona parte della precisione chirurgica e della patina che hanno caratterizzato alcune delle produzioni più recenti degli Weezer. Quando i quattro sono entrati in studio, il metodo sviluppato in sala prove è stato mantenuto e ulteriormente esasperato, con l’obiettivo di ottenere quello che sarebbe diventato, nelle intenzioni dei produttori, il disco dal suono più violento della loro discografia. E in effetti basta ascoltare le chitarre per rendersi conto che qualcosa è cambiato: sono più sporche, più ruvide, più fisiche; la batteria è enorme e la sezione ritmica procede con una potenza che raramente gli Weezer hanno raggiunto negli ultimi anni.

La scelta di tornare alle basi, però, non riguarda soltanto il modo di registrare. Cuomo, per la prima volta – o meglio, per la seconda volta, dato che un flebile tentativo era stato fatto nel 2008 per Weezer (Red Album) – ha democratizzato anche il processo di scrittura, accogliendo canzoni dagli altri membri della band e, soprattutto, lasciando mano libera a Pat Wilson nel tirare le fila dell’estetica complessiva dell’album. «Avevo questa fortissima sensazione che volessi che fosse Pat a prendere le redini, per quanto riguardava l’estetica generale dell’album», ha dichiarato Cuomo. «Pensavo: “Cavolo, se facessimo un disco del tipo che Patrick ascolterebbe davvero, potrebbe essere proprio questa la nostra forza come Weezer”». E così Wilson compare come autore in metà del disco: firma da solo due brani e ne co-firma altri tre insieme a Cuomo, andando a ricreare una collaborazione che non si verificava dai tempi di Weezer (Blue Album). Bell, invece, compare quattro volte, sempre insieme al suo collaboratore Luther Russell. È un dettaglio tutt’altro che secondario, perché contribuisce a spiegare quella sensazione di spontaneità che attraversa Weezer (Gold Album): per una volta non sembra di assistere alla visione di Rivers Cuomo eseguita da una band, ma a quattro musicisti che stanno realmente costruendo insieme un disco degli Weezer.

A completare il quadro è arrivato il produttore svedese Klas Åhlund, scelto da Cuomo per il lavoro svolto con i Ghost in Meliora (2015) e Impera (2022). Åhlund ha suggerito alla band di collaborare anche con Kenneth Blume, reduce dalla produzione dell’acclamato Getting Killed dei Geese e recentemente al lavoro con lo stesso Åhlund su Alone Together degli Show Me the Body. La combinazione si è rivelata particolarmente felice: Blume ha portato alle sessioni quella che la band ha definito una «energia brutale e grezza», perfettamente coerente con l’idea alla base del disco.

 

Il risultato è un album che, per quanto non rinunci alla tipica ironia di Cuomo, ha pochissimo interesse per la sperimentazione fine a se stessa. Dopo gli archi e le atmosfere retrò di OK Human, la struttura concettuale di SZNS e le incursioni nell’hard rock di Van Weezer, qui gli Weezer sembrano volersi togliere di dosso tutto il superfluo. Chitarre, basso, batteria e voce: gli ingredienti sono quelli di sempre, ma vengono spinti al limite, con l’intento di fondere le grandi melodie di Weezer (Blue Album) con l’impronta Emo di Pinkerton (1996).

E la cosa più interessante è che, proprio quando il gruppo sembra voler tornare alle origini, le canzoni non danno affatto l’impressione di essere semplici esercizi di nostalgia. Weezer (Gold Album) guarda indietro, certo, ma lo fa con la consapevolezza di una band che ha ormai trentaquattro anni di storia alle spalle. I testi mescolano, come da tradizione, serio e faceto: si passa da una citazione di Snoop Dogg ai QR code sui tostapane, dai ricordi dei primi giorni della band alle piccole difficoltà quotidiane che rendono complicato arrivare alla fine della giornata.

È il solito Rivers, insomma, ma mai come in questo caso così desideroso di raccontare la propria età, quel periodo della vita che va dai 55 ai 60 anni. Un esempio su tutti: per il ritornello del brano d’apertura del disco, Cuomo aveva inizialmente pensato a "School Sucks", ispirato a un dialogo con il figlio tredicenne. Quando si è reso conto che non sarebbe stato credibile, però, ha ribattezzato il brano “Say Yes” e ne ha riscritto il testo, trasformandolo in un’invettiva contro l’industria musicale, una lamentela sul fatto che si possa essere utili soltanto quando si riesce a diventare un ingranaggio che non cigola nella grande macchina discografica.

 

Scelto non a caso come primo singolo, “Shine Again”, scritto da Wilson, è forse il brano che meglio sintetizza questa formula nuova e al tempo stesso familiare. Le chitarre sono così enormi e grezze da sembrare uscite direttamente da Pinkerton o Maladroit e, pur richiamando apertamente i Pixies, il brano non è particolarmente innovativo nella struttura. Ma è proprio questo il punto: gli Weezer hanno ritrovato il modo di far sembrare nuova una formula che conosciamo da trent’anni. Anche in questo caso, il testo si inserisce perfettamente nel concept del disco. La canzone dà sfogo alla rabbia per la monotonia della vita, ma il ritornello si apre su una nota di ottimismo: forse potremo tornare a essere tutti felici, magari persino fantastici, se solo riuscissimo a ricordarci quanto fosse bello tutto questo un tempo.

Come detto, il disco si muove continuamente tra passato e presente. Se “Hoops” è il classico sfogo di un Gen Xer con tendenze da Boomer, con Cuomo che si schiera idealmente dalla parte dei luddisti davanti a un tostapane che ha bisogno di un’app per funzionare, “Don’t Make It Weird” sembra prendere il pop-punk dei Green Day e aggiornarlo, con una progressione di accordi che richiama il Tom Petty di “Learning to Fly”. “Nowhere”, con versi che non possono non far pensare agli amati (da Rivers) Oasis e alla loro “All Around the World”, mette invece in scena una riflessione sul progresso e sul rapporto sempre più complicato tra quest’ultimo e il buon senso.

E se il riff portante di “The Show Must Go On” ricorda in qualche modo “Rock and Roll” dei Led Zeppelin, sono proprio i simboli del quarto album della band inglese ad aver ispirato la strana iconografia della copertina di Weezer (Gold Album). Bellissima anche “Up in the Clouds”, le cui origini risalgono alle sessioni per Weezer (Red Album) del 2008 e, successivamente, a quelle di Everything Will Be Alright in the End, quando il brano fu finalmente provinato. “The LA Sound”, infine, chiude il disco tornando alle origini della band e alla Los Angeles dei primi anni Novanta, quando la Thomas Guide – l’atlante stradale rilegato a spirale, celebre soprattutto negli Stati Uniti per la navigazione urbana prima dell’arrivo del GPS e di Google Maps – ti indicava la strada per un locale che puzzava di piscio, solo per farti suonare le tue canzoni davanti a una platea deserta.

 

Parlando di esordi, a questo punto è impossibile non menzionare “C.E.O.”, un brano che riesce al tempo stesso a celebrare e a prendere in giro quel suono alt-rock che gli Weezer hanno contribuito a rendere immediatamente riconoscibile con Weezer (Blue Album). Cuomo ha descritto la canzone come un «sequel assolutamente meta e sconvolgente» di “Undone – The Sweater Song”. Sollevato dai compiti di scrittura, Cuomo firma da solo questa canzone (l’unica altra, insieme a “Say Yes”, a portare esclusivamente il suo nome) e si mette così alla guida del gruppo, o, come lui stesso si definisce, nei panni dell’"amministratore delegato", ovvero colui che ha il compito di dare al pubblico esattamente ciò che desidera. Musicalmente, il brano strizza l’occhio ai ritmi trascinati e svogliati del celebre singolo d’esordio della band, mentre Cuomo canta: «Devo smetterla di pensare come un professore pazzo, perché non mi porta da nessuna parte». Il messaggio diventa ancora più esplicito nel video, nel quale la band è costretta a ripetere se stessa a trent’anni di distanza, rifacendo fotogramma per fotogramma l’epocale clip diretto a suo tempo da Spike Jonze (Essere John Malkovic, Il ladro di orchidee, Lei), solo che questa volta lo sfondo del set è color oro, non blu. Pressato da due fittizi discografici interpretati da Rob Riggle e Rob Huebel, Cuomo si lamenta di non voler rimanere «bloccato nel passato»; quando la band, ritenuto di averne avuto abbastanza, lascia il palco, viene sostituita da dei sosia, interpretati a turno da Tony Hawk, Jay Renshaw, Michael Peña, Giovanni Ribisi e Christopher Mintz-Plasse.

Ma il vero centro emotivo del disco è “We Might as Well Be Strangers”, una delle migliori canzoni scritte dagli Weezer negli ultimi vent’anni e, probabilmente, quella che più di ogni altra dimostra quanto questa nuova filosofia abbia fatto bene alla band. La collaborazione con Karly Hartzman dei Wednesday nasce dall’incontro con la musica del gruppo della North Carolina, suggerito da Blume durante le sessioni di registrazione dell’album, quando l’inaspettato successo su TikTok di “Go Away” (un duetto con Bethany Cosentino dei Best Coast, originariamente pubblicato nel 2014) ha spinto Cuomo a voler ripetere l’esperimento. Il risultato, impreziosito dalla pedal steel di Xandy Chelmis, è uno dei momenti più riusciti del disco: una canzone senza precedenti nel songbook di Cuomo, che racconta quella situazione dolorosamente universale in cui due persone che un tempo si conoscevano intimamente finiscono per diventare degli estranei. Gli Weezer, naturalmente, non rinunciano alla componente pop, ma sotto la superficie orecchiabile del brano si nasconde una dose di autentica malinconia. Ed è proprio questa capacità di infilare, quando meno te l’aspetti, una canzone capace di spezzarti il cuore in mezzo a brani apparentemente più scanzonati e pieni di idiosincrasie una delle ragioni per cui la band continua a essere così difficile da imitare.

 

Insomma, Weezer (Gold Album) funziona perché non sembra il tentativo di una band con oltre trent’anni di carriera di dimostrare qualcosa. Non è un nuovo Blue Album, e sarebbe probabilmente un errore giudicarlo sulla base di quanto riesca o meno a replicare quel disco. È piuttosto il tentativo di riscoprire da parte dei quattro membri della band cosa significasse essere gli Weezer prima che la loro storia, la loro discografia e le aspettative dei fan diventassero un peso tanto ingombrante.

La vera novità, questa volta, non è un nuovo genere, un nuovo concept o un’altra trovata di Rivers Cuomo – è il fatto di essere tornati a suonare nella stessa stanza dopo tanti anni e di essersi ascoltati davvero. Dopo un decennio di progetti ambiziosi, esperimenti, concept e deviazioni varie, gli Weezer hanno scoperto che per ripartire poteva essere sufficiente tornare a fare quello che una rock band dovrebbe sempre fare: accendere gli amplificatori e suonare insieme. Ed è forse proprio questo il loro esercizio di stile più riuscito degli ultimi anni.