
L'altro giorno stavo guardando il documentario sulla storia dei Pulp, What Do You Do for an Encore, diretto da Gareth Jennings, e pensavo a quale benedizione sia, per qualsiasi band, una carriera lenta e graduale, dove i tuoi primi dischi sono bruttarelli o comunque poco significativi, e dove il grande successo, la sovraesposizione mediatica e il salto nella dimensione mainstream avvengono relativamente tardi, non prima del terzo o quarto album. Voi direte "che c'entra una riflessione sui Pulp in una recensione del disco dei Fontaines DC?" ma vi garantisco che il paragone mi è uscito spontaneo nel momento in cui ho pensato a quale sia stato il prezzo che il gruppo irlandese ha dovuto pagare per aver prodotto un esordio perfetto e sfolgorante come Dogrel. Se i Pulp si fossero sciolti all'indomani di It o di Separations se li ricorderebbero unicamente nerd o specialisti tipo Scaruffi; se Grian Chatten e compagni, viceversa, fossero spariti a fine 2020, frustrati, ipotizziamo, dal non poter suonare dal vivo durante il Covid, quel loro primo e unico lavoro sarebbe comunque finito negli annali della musica contemporanea.
La maturità compositiva e la chiarezza di intenti in così giovane età non sono mai solo una fortuna: se A Hero's Death e Skinty Fia, pur mostrando chiari segni di crescita ed evoluzione, hanno superato le aspettative e soddisfatto pressoché chiunque li avesse apprezzati dagli inizi, Romance ha complicato parecchio la situazione e da quel momento la band si è trovata imprigionata nella solita trita dicotomia tra i nuovi fan e quelli che "sono diventati commerciali". Battaglia che, a ben vedere, era più tipica di un'epoca in cui la musica possedeva un'autentica funzione identitaria, piuttosto che oggi in cui appare più che altro un sottofondo per i propri reel sui Social.
Eppure, il fatto che attorno a Romance, e adesso a Dopamine Chamber, si sia sviluppato un tale dibattito, indica piuttosto chiaramente che cosa siano diventati oggi i Fontaines DC: qualcosa di molto simile ad un'icona culturale, per quanto sia possibile averne ancora in questi tempi effimeri e congestionati.
La pressione, dicevamo. Che è quella che i Pulp (giusto per proseguire col parallelo) hanno conosciuto solo all'indomani di Different Class, e che qui invece c'è stata sin dai primissimi momenti. L'etichetta "Post Punk" che è stata loro immediatamente attribuita e da cui hanno fatto di tutto per liberarsi. Ci sono riusciti soprattutto mostrando un talento singolare e una personalità unica, anche quando pescavano a piene mani da una tradizione ultra codificata, che fossero i rimandi ai Joy Division di A Hero's Death, o le riletture del Folk nel successivo Skinty Fia, quello che temo rimarrà ancora a lungo il loro indiscusso capolavoro.
Con Romance hanno fatto un passo lungo, se vogliamo una svolta, verso territori più "moderni" ed accessibili al grande pubblico, ingaggiando James Ford dietro alla consolle, aumentando la dose delle tastiere e dei Synth a discapito delle chitarre, cercando la contaminazione con sonorità più Urban e modificando per certi versi la propria estetica, non solo quella sonora.
Un bel disco, molto ben riuscito, almeno per quanto mi riguarda, ma che ha giustamente diviso pubblico e critica, lasciando intuire che d'ora in poi l'itinerario della band sarebbe risultato molto più accidentato di prima, come del resto è tipico di tutti i nomi che prima o poi arrivano al successo, quello vero.
Non è un caso che già dall'ascolto di "Marianne", primo singolo del nuovo album, sia iniziata la guerra tra chi ha gridato al capolavoro e chi ha risposto bollandolo come il certificato di morte di una band finita da tempo. Io stesso, che li ho amati da subito e ho recensito tutti i loro dischi dando sempre voti altissimi, ammetto di aver tentennato, e di aver ceduto alla tentazione di sfilarmi prima del tempo, considerato anche il fatto che sì, il precedente era ottimo, ma gli altri tre erano tutt'altra roba.
Adesso che Dopamine Chamber l'ho ascoltato ben bene con calma, pur nella consapevolezza che il passare del tempo e la prospettiva storica potranno farmi cambiare idea, mi sento di poterlo dire apertamente: il quinto album dei Fontaines DC è bellissimo ed è quasi sicuramente superiore a Romance.
Non si tratta di un'altra svolta radicale, diciamolo subito: per la prima volta il gruppo non compie uno scarto rispetto al passato, ma consolida le acquisizioni precedenti e le ripropone con maggiore consapevolezza e con una formula maggiormente rifinita: il produttore è sempre James Ford, i Synth si prendono tutta la scena o quasi (le chitarre a questo giro sono veramente poche, o comunque relegate ad una posizione altamente comprimaria), gli stilemi di scrittura sono molto simili, anche nelle tipologie dei brani proposti, e le linee vocali di Grian Chatten sono ormai divenute un elemento altamente riconoscibile e caratterizzante (se sia un bene o un male dipende dai punti di vista).
Forse quello che davvero c'è di diverso è tutto il contesto in cui queste undici canzoni hanno preso il via: un anno e mezzo di lavoro praticamente senza pause, tanto per cominciare. Chiusa la lunga tournée di Romance (che, ricordiamolo, si era portato dietro un Choice Music Prize e addirittura due nomination ai Grammy, tanto per confermare lo status di cui parlavamo poco sopra) i cinque non si sono fermati un attimo: già nel febbraio del 2025 raccontavano di non riuscire a smettere di scrivere, e le registrazioni, tra Londra e lo studio Decoy, nella campagna del Suffolk, sono andate avanti fino al marzo di quest'anno. Chatten ha spiegato di essersi posto a un certo punto la domanda decisiva: dimenticare il disco precedente e reinventarsi ancora, magari con un album più "rootsy", oppure insistere su quella strada, con la sensazione di avere ancora parecchio da dire in quell'ambito. Ha vinto la seconda ipotesi, ed ecco spiegato perché stavolta non c'è alcuno scarto.
Il contesto, però, è anche quasi romanzesco. La parte strumentale è nata nell'isolamento del Suffolk, circondati da una montagna di apparecchiature (ARP 2600, Buchla, Moog, Mellotron e chi più ne ha più ne metta), mentre le voci sono state incise a parte, insieme a Ford, in una casa di Palermo, dentro una cabina improvvisata fatta di materassi e cuscini. Il cantante ha descritto l'esperienza come quella di due ragazzini che costruiscono un fortino durante un pigiama party, e non è difficile credere che quel contrasto tra l'eccesso di macchine e il nulla dei materassi si senta nel risultato finale.
I testi, invece, sono stati scritti in un viaggio brevissimo e compresso tra Vienna e Venezia. Proprio la città lagunare, e il modo in cui le grandi civiltà possono cedere al declino, sembra aver offerto a Chatten lo spunto per l'immaginario da fine impero che attraversa il disco. La domanda che lui stesso dice scorrere sotto tutte le canzoni è se siamo alla fine di qualcosa o all'inizio di qualcos'altro. Anche il titolo va in quella direzione: l'idea è quella di un disco inteso come una stanza in cui l'ascoltatore entra e rimane lì, ad ascoltare un brano dopo l'altro.
Poi, il ritorno sul palco: la band è tornata a suonare in estate con alcune date a Cádiz, dove sono stati presentati per la prima volta "Marianne" e "Six Shot Morning", mentre "Happy for You" è arrivata poco dopo al Leeds Festival. Il che significa che almeno tre di questi brani hanno cominciato a vivere davanti al pubblico ancor prima che qualcuno li potesse ascoltare su disco (del resto la stessa cosa era successa col precedente, con alcuni pezzi che erano stati anticipati durante le date estive che avevano toccato anche l’Italia).
"Six Shot Morning" dà il via alle danze in modo non troppo dissimile dall'ultima volta ma adesso siamo di fronte a un brano più articolato, dove ai Synth che accompagnano la voce si aggiunge già dalla seconda strofa la sezione ritmica, in modo da impostare un crescendo graduale che la rende molto adatta ad essere utilizzata come apertura dei prossimi concerti (immagino già il boato e l'esplosione di luci nel momento in cui entrerà la linea di tastiera del break centrale).
Si parte in sordina ma allo stesso tempo è un brano di sostanza, le atmosfere cupe sono quelle che sentiremo anche più avanti, diciamo che funziona molto bene per settare il mood.
"Marianne" è nello stile moderno e ruffiano che riesce loro ormai benissimo, fa parte di quella tipologia di canzoni grazie alle quali sono diventati così grossi e grazie alle quali continueranno a crescere. Può dare fastidio ai primi ascolti ma se ti entra sotto pelle non esce più, l'andamento è ipnotico e il ritornello è irresistibile, anche se ti prende per sfinimento.
La successiva "Mimesis" rende più o meno definitiva la loro trasformazione nei Depeche Mode, con un Synth Pop da manuale, oscuro e sensuale come ai tempi di Black Celebration. Non è un anthem da stadio, c'è una certa sofferenza inespressa ma quando si arriva al ritornello cadono le barriere e Grian Chatten sembra sempre più avviato a diventare uno dei più grandi interpreti della sua generazione. Pezzone, per quanto mi riguarda, basterebbe già questo per comprare il resto a scatola chiusa.
"Happy for You" mantiene sempre molto scura l'atmosfera, è una ballata arpeggiata non così diversa da altre cose che comparivano su Romance ma la sensazione è che sia tutto molto più a fuoco. Ancora una volta la forza è nel cantato, c'è un magnetismo da cui è difficile staccarsi e la stratificazione delle chitarre è molto interessante, compresa un'esplosione elettrica a metà. Vecchio stile negli arrangiamenti ma il core è indiscutibilmente nuovo corso; nel finale si riempie e tutti suonano molto forte, è un'altra di quelle che, pur non essendo immediata, dal vivo farà sfracelli.
Con "Demolition" si apre uno squarcio di sole e le schitarrate iniziali, unitamente a una linea vocale smaccatamente catchy, fanno capire che qui la band sta inseguendo il passaggio radiofonico. Ecco, la forza di questo disco sta anche qui: se su Romance questo tipo di pezzi funzionava meno e poteva far storcere il naso, qui la sostanza è maggiore e risulta tutto amalgamato col resto. E poi anche questo non è un brano "leggero": nel prosieguo si sente anche qui una certa cupezza, come se la permanenza in questa camera della dopamina fosse tutt'altro che piacevole.
Stesso discorso per "Tongue", che era uscita come secondo singolo e che abbiamo già tutti assimilato. Tra campionamenti vocali, buone dosi di elettronica e una strofa dal gusto vagamente Hip Hop, il paragone con "Starburster" potrebbe uscire naturale e non sarebbe del tutto fuori luogo. Ancora una volta, l'anima Urban dei Fontaines, quella che li porterà probabilmente verso gli stadi, quella che (speriamo il più tardi possibile) potrebbe arrivare ad ucciderli: eppure qui sono ancora perfettamente in controllo, senza nessuna concessione alla superficialità del mainstream. Semplicemente, sono loro stessi e hanno scritto un'altra hit.
"One Man" è un episodio significativo perché è da un suo verso che è uscito fuori il titolo Dopamine Chamber. Sì tratta della prima vera e propria ballad, ma gli archi qui non aprono; piuttosto, sottolineano l'isolamento. Nella seconda parte entra la chitarra acustica, la ritmica si fa barcollante e tutto è tremendamente al posto giusto, per alcuni istanti si ritorna addirittura dalle parti di Skinty Fia e anche se l'illusione dura poco, resta la sensazione che siano finalmente riusciti a scrivere una "Desire" che funzioni dall'inizio alla fine.
Su "Where Is Gone?" c'è poco da dire: chi si aspettava una Rosalia modello Motomami si è invece trovato al cospetto di un brano che evoca non poco le atmosfere del leggendario duetto tra Nick Cave e Kylie Minogue in "Where the Wild Roses Grow". Lei e Chatten sono semplicemente magnifici, due voci che si intrecciano a meraviglia su una ballata crepuscolare e intensissima, che avrebbe potuto tranquillamente uscire da Chaos for the Fly, il disco solista del cantante. Il modo in cui gli archi si inseriscono sulle chitarre acustiche contribuisce ad aumentare la tensione, mentre il ritornello è semplicemente la cosa più bella che sentirete su questo disco. Commovente, senza esagerare.
Terminato questo giro di boa, potremmo anche spegnere e dimenticarci degli ultimi tre brani. Che invece, incredibile a dirsi, hanno anche loro qualche cosa da dire, seppure di elementi inediti non ne aggiungano. "You Miss Me" segue i loro proverbiali stilemi di scrittura ma il modo in cui apre nel ritornello, con tanto di archi che spalancano la melodia, è davvero sorprendente, ulteriore esempio di un gruppo che, criticatelo quanto volete, ma non dite che non sanno scrivere le canzoni. C'è un certo mestiere nel modo in cui costruiscono questa, ma poi quando la faranno dal vivo voglio vedere chi riuscirà a rimanere impassibile. Forse abbiamo tra le mani un'altra hit.
E poi c'è "Japan", sulla quale imbracciano di nuovo le chitarre acustiche e provano a suonare come lo facevano da ragazzini, quando provavano in sala prove a Dublino. Dolce ed evocativa, non indispensabile ma mi rimane il sospetto che parecchie band ucciderebbero pur di averla in repertorio.
"Intimate" chiude il discorso sulle stesse coordinate con cui lo aveva iniziato: preponderanza dell'elemento elettronico, clima claustrofobico, un cantato all'insegna del flow che si alterna con un ritornello costruito come un mantra ossessivo, senza dimenticare qualche timida apertura melodica nella parte finale. Interlocutorio, per niente immediato, si tratta forse del brano più ostico del disco, e il fatto che abbiano deciso di congedarsi così aumenta il livello della sfida e fa ben sperare per il prossimo futuro.
Nelle chiacchierate di un mesetto fa con alcuni addetti ai lavori che avevano già ascoltato il disco, ho carpito sostanzialmente un unico giudizio: dopo un lavoro come Romance avrebbero potuto trasformarsi nei Coldplay. Per fortuna non lo hanno fatto.
Concordo, ovviamente (credo che se fosse accaduto avrei smesso per sempre di scrivere di musica) ma aggiungo che sono riusciti a superarsi, correggendo i difetti del precedente album e affinando un'identità che pur aprendo nuovi orizzonti non dimentica del tutto quello che erano prima. Ulteriore centro per una band maiuscola, che a questo giro vedremo nelle grandi arene, un traguardo a cui arriva senza concedere quasi nulla ai gusti superficiali del grande pubblico.
