La prima cosa che si nota in questa nuova data italiana dei Fontaines D.C., a un paio d’anni da quella estiva del Carroponte di Milano, è che il bacino d'utenza è cambiato: non solo è aumentato, ma è proprio diverso.
Già la data al Carroponte del 2025 (qui il nostro live report) faceva presagire un allargamento degli orizzonti e della comunità dei fan, perché Romance è stato l'album di maggior successo, ne abbiamo già parlato in sede di recensione. Qui abbiamo un tour nelle arene, e in certe zone quest'estate suoneranno anche in stadi di medie dimensioni: parliamo dunque di una band in assoluta ascesa. È notizia di questi giorni, oltretutto, che in Gran Bretagna sono arrivati al numero uno con Dopamine Chamber.
Quella di Bologna è l'unica data italiana al chiuso: in estate ce ne saranno altre due, una a Roma e una a Milano, in contesti open air ancora più vasti e, lasciatelo dire, molto poco vivibili. Sono ovviamente contento per loro, è sacrosanto che una band miri a raggiungere quanta più gente possibile; diciamo solo che comincio ad essere troppo vecchio per partecipare ad eventi di quelle dimensioni.
Detto questo, si è notato chiaramente un pubblico decisamente più generalista del solito. Può essere una nota di colore dire che i primi concerti dei Fontaines D.C. che ho visto fossero popolati da un pubblico di età media piuttosto avanzata, legato a quel mondo post-punk da cui la band irlandese proveniva. Nel settore dove ero io l'altra sera, invece, era pieno di gente di cui era impossibile capire da quali concerti provenisse: poteva benissimo essere gente che andava a vedere Max Pezzali, oppure Madame, nel caso dei partecipanti più giovani.
Non voglio fare le pulci a nessuno ma mi pare evidente il dato sociologico: i Fontaines D.C. sono diventati come tutte le band di successo (ed un fenomeno che in Italia si osserva ancora di più, perché non c'è una vera cultura musicale), che attirano un pubblico non solo di appassionati, ma anche e a volte soprattutto di curiosi, che hanno sentito quella band alla radio o su Spotify e adesso vuole vederla dal vivo. Per carità, è lecito, però questo getta un punto di domanda su quello che potrà poi essere il cammino del gruppo in questione.
C'è di buono, e non voglio ripetermi rispetto a quanto ho già scritto nella recensione, che i Fontaines D.C. stanno esplodendo (il botto vero non l'hanno fatto ancora, ma sono sicuramente una band più grande di quello che erano anche solo due anni fa) e lo stanno facendo con un disco bellissimo, non con uno che fa concessioni al sound radiofonico o al mainstream: un disco ricco di grandi canzoni, artisticamente ispirato; questa è una cosa sicuramente buona, certamente non scontata.
Pubblico, dunque, delle grandi occasioni: Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna), casa della Virtus, assolutamente piena. Io non ci andavo letteralmente da vent'anni; credo che l'ultimo concerto che vidi lì fu la prima data delle sei che i Pearl Jam fecero nel nostro paese nel 2006. Ricordo che si sentiva malissimo, ma ricordo anche un palazzetto fatiscente e che oggi, bisogna dirlo, hanno rimesso totalmente a nuovo: è un'arena decisamente piacevole da vedere, anche se purtroppo la resa sonora non è migliorata. Ci arriveremo.
La disposizione del pubblico, da quanto ho potuto osservare, ha seguito in parte criteri anagrafici: platea e parterre erano pieni di gente giovane (in transenna, tanti giovanissimi, lo si vedeva dalle inquadrature sugli schermi), sulle tribune (per lo meno dove mi trovavo io) si intuiva un pubblico più composito, ma in generale più anziano.
Quindi uno svecchiamento anche anagrafico, con un pubblico magari più generalista nel look, ma almeno in buona parte più giovane nell'età media.
Se dunque al Teatro Regio di Parma ai tempi di A Hero's Death e al Magnolia di Milano ai tempi di Skinty Fia il pubblico era davvero composto da vecchi reduci, adesso i Fontaines D.C. appaiono davvero una band del presente, in tutto e per tutto contemporanea; una band, detto banalmente, “che piace ai giovani”. È un dato positivo, bisogna esserne contenti.
In apertura c'erano i Chalk, un'apertura bella, d'eccezione, esattamente come lo erano stati i Wunderhorse due anni fa all’Alcatraz: la band di Belfast, su cui non mi ripeto perché ne ho scritto più volte, si è distinta negli ultimi anni, ha fatto anche aperture notevoli (tra cui diverse date con gli Idles) e si è fatta conoscere bene.
In Italia li abbiamo visti già due volte da headliner, una all'Arci Bellezza e una alla Santeria di Milano, quest'ultima di supporto al debut Crystalpunk.
Personalmente li aspettavo parecchio, perché sono una band che ho già visto tre volte dal vivo e che mi piace tantissimo: mi aveva in particolare folgorato la prima volta all'Ypsigrock, quando erano ancora semisconosciuti, e avevano messo su un set incendiario, veramente memorabile.
Purtroppo devo fare il solito ragionamento, che può essere quello dell'ascoltatore snob, ma il primo album, trovo che abbia un po' tradito le attese. Quella miscela di elettronica e di post-punk molto scuro, intrisa di sofferenza e claustrofobia, che per certi versi ricordava i primi Viet Cong (o meglio, i Preoccupations quando ancora si chiamavano così e facevano musica decisamente più pesante di quella di adesso), era veramente cupa, per certi versi trasgressiva, e dal vivo si traduceva in un assalto frontale in cassa dritta, spaventoso, dove elettronica e chitarra si fondevano con la batteria analogica a creare un suono di grande impatto.
Quella roba lì con Crystalpunk si è un po' persa, o se non altro è stata fortemente diluita: sono diventati molto più melodici, hanno puntato molto di più sulla scrittura e sulla forma-canzone, e per certi versi sono diventati meno interessanti, perché la bellezza dei Chalk era il rumore, quella componente primigenia che, diventando più melodici, ora è passata in secondo piano. Certo, adesso a tratti hanno azzeccato le canzoni, hanno qualche brano che potenzialmente potrebbe ambire a buoni piazzamenti in classifica, ma a volte risultano anche un po' banali. Già l'ultima volta alla Santeria, ad aprile, mi erano piaciuti di meno: avevo percepito un live meno d'impatto ma meno interessante anche nelle canzoni proposte.
A Bologna la situazione era ancora più complicata, e i problemi sono tre. Il primo è che ero lontanissimo: i posti riservati alla stampa non erano proprio i più vicini al palco (per usare un eufemismo) cosa che nelle arene capita spesso, non mi lamento, ma confesso che mi aspettavo di essere un po' più vicino. Essere lontani in un'arena non è come esserlo in uno stadio, ci mancherebbe, e il concerto l'ho visto molto bene, però si è un attimino più fuori, almeno per quanto riguarda il coinvolgimento. Se fossi stato nelle prime file, o anche solo a metà parterre, avrei potuto rendermi conto meglio dell'impatto che Ross Cullen e Ben Goddard hanno avuto sul pubblico.
Io ho percepito una cosa molto ben fatta, molto buona, con la band che si è sbattuta molto, ma mi è sembrato anche che abbiano suonato in un quadro molto dispersivo.
Il secondo problema è, appunto, quello di quando una band apre per una band famosa: il pubblico non è preparato. Se i Chalk avessero aperto per i Fontaines D.C. del periodo Skinty Fia, avrebbero trovato un’accoglienza più ricettiva. Il punto è che una band famosa ha un pubblico di gente che in molti casi non segue la musica. È brutto dirlo, ma spesso è così. Non è che non conoscessero i Chalk, che sono già abbastanza conosciuti: era un'apertura buona, e chi segue questa scena avrebbe già dovuto conoscerli. Il problema è che a nessuno o quasi interessava sentirli, e quindi la conseguenza di un allargamento di pubblico così grosso è che tantissima gente si faceva i fatti propri. Gli unici che hanno seguito il concerto sono stati quelli del parterre, già abbastanza pieno, che hanno partecipato bene, e che hanno dato l'impressione di aver apprezzato.
In tutto il resto dell'arena c’è stato un gran viavai di gente che prendeva la birra, che parlava, che si faceva i selfie: una roba abbastanza triste, detto sinceramente.
Il terzo problema che ha un po' inficiato l'esibizione è l'acustica, terrificante, purtroppo. Suoni molto impastati, con volumi peraltro nemmeno altissimi. È stata comunque un'esibizione onesta, hanno fatto il loro e sono stato contento di rivederli, ma se fosse stata la mia prima volta non me li sarei goduti granché.
I Fontaines D.C., una considerazione per iniziare, arrivano nelle arene per la prima volta nella loro storia, dopo avere fatto spazi estivi di una certa importanza e dopo il Carroponte con Romance, dove hanno fatto 9.000 persone (qualcuno vociferava addirittura di più), quindi non parliamo certo di piccoli numeri.
E lo fanno, dato interessante, senza perdere la dimensione da gruppo da club che avevano prima: se ci sono band che, quando suonano in posti più grandi, investono molto in effetti speciali e visual, come oggi va molto, per creare uno spettacolo adatto ai grandi spazi e giustificare il fisiologico aumento del prezzo dei biglietti, i Fontaines D.C. si sono comportati diversamente: sono saliti sul palco e hanno suonato esattamente come fanno sempre.
Zero scenografie. C'era la solita scritta luminosa, che questa volta non era più il nome ma, posta in alto, un rombo a formare le tre lettere FDC. Per il resto, un bellissimo gioco di luci, a tratti più buie con luci fredde, a tratti molto colorate, con colori forti come verde, viola, rosso, ma scenografia inesistente.
Gli schermi, perché quelli ovviamente andavano messi, erano normalissimi: non hanno giocato con lo schermo sullo sfondo come fanno molte band oggi. È stato un concerto assolutamente sobrio, non da arena: una band che suona, fa la propria musica, suona bene e coinvolge il pubblico. Tutto qui.
E credo che questo sia rassicurante, perché vuol dire che è una band che non si è snaturata e che non ha intenzione di giocare troppo al complesso del divo, alla rockstar.
I Fontaines D.C. salgono sul palco poco dopo le 21, con la solita formazione a cinque (Grian Chatten, Carlos O'Connell, Conor Curley, Conor Deegan III e Tom Coll) più Chilli Jesson, che dal 2023 è membro aggiunto all'elettronica.
I suoni sono evidentemente terribili: non è cambiato molto rispetto ai Chalk e si sente malissimo, tutto impastato. Da dove siamo noi i volumi non sono altissimi, il che rende praticamente impossibile sentirsi in pieno dentro quel che sta accadendo: si vive il set da una posizione secondaria, defilata.
La band comunque è in forma, per quello che si riesce a capire da dove siamo, e i pezzi sono eseguiti come sempre in maniera potente e precisa, con una stretta aderenza alla versione in studio. Non hanno mai avuto un particolare gusto per l'improvvisazione, per allungare i finali o per cambiare chissà quale arrangiamento: di solito vanno via dritti, senza cambiare troppo.
L'unica cosa, è che tutto è molto spinto in avanti, molto rumoroso, e il trattamento elettronico delle ultime produzioni si fa sentire: è tutto molto pieno, con le chitarre che graffiano più che sugli ultimi dischi (il sound generale è in effetti più chitarristico rispetto alla recente evoluzione della band) ma con tanti altri elementi a riempire.
Grian Chatten è diventato più frontman e non imita più Ian Curtis come nelle prime fasi della carriera, quando a tratti i movimenti erano per certi versi identici. Adesso sembra avere trovato una strada più personale nel vivere la performance, ed è anche molto più in dialogo con il pubblico: incita, fa cantare i ritornelli, suscita l'entusiasmo, è in generale meno ripiegato su se stesso e molto più rivolto verso la platea. Questa è forse l'unica concessione alla nuova dimensione più grande, perché per il resto il gruppo è lo stesso.
Chatten non sorride mai e gli altri neppure: i due chitarristi sono nascosti dietro gli occhiali da sole che tengono su per tutto il tempo. Carlos O'Connell, che in passato aveva avuto più problemi nervosi a reggere la tensione dei tour (ci furono diversi concerti annullati nella fase estiva di due anni fa, prima che uscisse Romance), adesso sembra tranquillo, ma sono tutti molto presi nella parte.
Mi è stato fatto notare, e mi sembra una buona osservazione, che sul palco non sembrano divertirsi più di tanto. È vero: suonano molto bene, ma non sono coinvolti. Non so se si possa parlare di performance fredda, perché il suono che esce dagli amplificatori è decisamente ruvido, aggressivo, incalzante, non chirurgico, e non danno l'idea di essere lì a fare il compitino; però è una band molto posata, con un'attitudine molto studiata, cosa peraltro un po' tipica di questo genere di gruppi. Vivono la performance in maniera molto seriosa, interagiscono poco, non sembrano godersi l'istante.
Da un solo concerto, ovviamente, non si può dire che sul palco ci stiano malvolentieri, ci mancherebbe, anche perché fanno sempre lunghi tour e non penso lo facciano solo per una questione economica; ma questo è un concerto che a tratti risulta effettivamente studiato nelle mosse e nelle soluzioni sonore, e manca quello che a questo gruppo è sempre mancato: l'irruenza live, quella cosa che fa dire "questi spaccano di brutto, questi sono una live band incredibile".
I Fontaines D.C. sono un'ottima band in studio, probabilmente tra le band più talentuose della loro generazione e di quelle uscite dall'universo del nuovo post-punk (chiamiamolo così per comodità), per scrittura di canzoni; ma non sono una grande live band, non lo sono mai stati, e non voglio dire che non lo saranno mai, perché mi sembra prematuro: sono ancora giovani e hanno margini di crescita. Non mi sembra però che questo disco e questo tour faranno fare chissà quale salto di qualità in sede live: è un ottimo concerto, ma una performance che non ha quel quid per dire che siano superiori alla media.
Parlando della scaletta, il concerto è durato tanto, quasi due ore, con 21 brani inaugurati da "Se telefonando" di Mina fatta partire dai diffusori (giusto ad esplicitare una delle fonti di ispirazione che Chatten ha dichiarato nelle interviste promozionali).
Quello che si è notato è una grande omogeneità sonora. Noi parliamo molto dei Fontaines D.C. come di un gruppo che si è evoluto, e come ho già detto in sede di recensione, c'è già una fascia di pubblico che dice che erano meglio prima, che distingue quello che sono stati fino a Skinty Fia da quello che sono diventati da Romance in poi. È indubbio che Romance e Dopamine Chamber siano due album contigui per molti versi, così come è vero che la mutazione tra Dogrel e Skinty Fia sia stata decisamente meno drastica di quella avvenuta da Romance in poi; ma ascoltando insieme le canzoni del repertorio non si ha questa grande impressione di rottura, e si ha piuttosto l'impressione di una band che ha cambiato qualcosa soprattutto nelle soluzioni sonore e nella produzione.
La produzione di James Ford sugli ultimi due dischi ha dato un altro vestito al gruppo, indubbiamente più pop e più elettronico, ma dal punto di vista stilistico non sono cambiati troppo, e lo si vede molto nell'esecuzione dei brani del passato affiancati a quelli del presente: c'è a mio avviso una continuità maggiore, come se avessero trovato una fluidità e una chiave interpretativa comune al repertorio, che non avevano trovato nelle date del precedente tour.
Detto ciò, è anche vero che i primi due album sono praticamente scomparsi. I fan che hanno amato Dogrel devono rassegnarsi al fatto che Dogrel in queste prime date non esiste. La scaletta non è cambiata tantissimo da sera a sera: il tour è appena iniziato, Bologna arriva dopo Madrid e Barcellona, con scalette praticamente identiche a questa. C'è un solo pezzo da quel primo album, "Boys in the Better Land", tra l'altro tra i meno irruenti, un brano che ha molti stilemi del folk irlandese da cui loro hanno preso molto, soprattutto all'inizio, e che è un po' un loro manifesto, l'hanno suonato più o meno in tutti i tour precedenti.
Poi, verso la metà del concerto, compare "A Hero's Death", la title track del secondo disco, che è l'unico brano in scaletta di quel lavoro. Un brano a testa per i primi due album: mi sembra abbastanza evidente che i Fontaines D.C., almeno in questa fase, considerino archiviato il capitolo delle prime registrazioni, come a dire "noi non siamo più questi". E il fatto che siano spariti dal vivo episodi come "Big", "Too Real", "Hurricane Laughter" e "Televised Mind", che erano stati colonne portanti di tutti i concerti che ho visto in passato, dice molto.
C'è invece tanto Skinty Fia, cinque brani in scaletta: mancano alcuni pezzi che ma è ancora molto rappresentato, e come dicevo, accanto ai brani di Dopamine Chamber non si avverte questo grande stacco. Skinty Fia rimane un album meraviglioso, e credo tuttora l'apice di questo gruppo. Pezzi come "Jackie Down the Line" mostrano peraltro il lato più pop, più mainstream dei Fontaines D.C.: è il primo brano realmente potenziale da classifica, e infatti qui cantano tutti. La differenza nella partecipazione del pubblico è che da dove ero io ho visto telefonini come se piovesse, fin troppi, e ho sentito pochi singalong. La partecipazione nelle prime file è stata molto grossa; nel resto dell'arena direi assolutamente a zero. La zona dove ero io era muta, e tutto il resto degli spalti non si è fatto sentire troppo. È stata una sensazione molto strana, perché tra un brano e l'altro lo scrosciare degli applausi era lontanissimo: la gente applaudiva al termine di ogni brano, ma gli applausi provenivano da gente lontana da noi, ovattati, a dimostrazione che sugli spalti non c'è stata nessun tipo di partecipazione.
Oltre a "Jackie Down the Line" c'è stata subito, come terza, "Nabokov", come sempre molto scura, molto avvolgente, veramente molto bella. Poi brani molto rappresentativi come "Roman Holiday", dove la chitarra acustica sulla base ritmica si è ritagliata un ruolo discreto, e la solita "I Love You" nei bis.
Quanto a Romance, è un disco che resiste: ne sono stati suonati sei brani contro gli otto di Dopamine Chamber, e funzionano ancora bene. Io sostengo che sia un disco migliore, e lo si è visto sin dall'inizio, quando hanno aperto con "Tongue", che ha avuto veramente un bel tiro, ma anche l'altro singolo, "Marianne", ha avuto una buona resa.
Poi il pubblico si è scatenato con "In the Modern World", che è già un classico, una delle loro incursioni più smaccate nel territorio del pop (in passato ho detto che era il loro pezzo alla Lana Del Rey).
Poi "Happy for You", una ballata molto scura che ha mostrato tutto il suo valore: mi è piaciuta di più dal vivo che in studio, dove era peraltro uno dei brani che mi aveva entusiasmato di meno.
Tra l'altro qui si sono fermati e hanno ripreso la canzone da capo perché qualcuno del pubblico si era sentito male, e Grian ha fatto più volte appello al pubblico dicendo "look out for each other". Evidentemente erano troppo pigiati davanti, nella parte a destra guardando il palco. Non è la prima volta che succede: ricordo che era già capitato al Magnolia, quando si erano fermati per permettere a qualcuno che era svenuto di essere soccorso.
Interessante anche l'oscurità di un pezzo come "Death Kink", il più vicino alle sonorità originali del gruppo, che ha dialogato molto bene con "Big Shot", altro brano che si muove più o meno su quella falsariga. Poi "Mimesis", il loro pezzo più Depeche Mode, che Grian ha sottolineato di aver scritto in Italia.
Il set regolare si è chiuso con una tripletta da Romance: "Bug", "Favourite" e "Starburster", con quest'ultima che ha ovviamente incendiato la folla, un brano che flirta molto con l’hip hop, uno dei loro singoli più forti, che immagino rimarrà per sempre uno dei cavalli di battaglia dal vivo, anche se dovessero esistere ancora tra vent'anni.
Stranamente, nel main set sono arrivati relativamente pochi pezzi nuovi, mentre invece nei bis, su quattro canzoni proposte, tre provenivano da lì.
Io non ho mai visto una band che suona tre brani nuovi nei bis: di solito lo schema è fare i brani nuovi all'inizio e chiudere con le cose più amate. Loro invece hanno messo nei bis i brani nuovi, segno, forse, che non hanno poi tutta questa intenzione di impostare la scaletta con criteri “scientifici”. di preferenze che, al di là di "Jackie Down the Line", non si capisce bene quali siano.
Tra i brani nuovi, "Japan" è bellissima e svela il lato più melodico della scrittura dell’album. Poi una "Six Shot Morning" veramente molto intensa, con il crescendo e l'esplosione finale gestiti molto bene: rimango dell'idea che sia un brano da suonare all'inizio, la scelta di farlo in chiusura l’ha forse leggermente penalizzato.
Poi "I Love You", che Grian ha dedicato a Paolo Sorrentino. Non ho idea del motivo: non sapevo che si conoscessero, ma presumo che il regista sia un amante del gruppo e che Grian, noto appassionato di cinema, ami i suoi film.
Per ultima è arrivata "Where Is Gone?", il meraviglioso brano che nella versione in studio vede il duetto con Rosalía e che qui hanno eseguito evidentemente da soli (è un po' difficile avere Rosalía per tutto il tour). Anche così, con il bassista Conor Deegan III e il chitarrista Conor Curley a fare i cori (a proposito, il lavoro sulle backing vocals mi è sembrato davvero molto a fuoco per tutta la sera) ha funzionato decisamente bene.
Certo, non si tratta del brano migliore per chiudere, la conseguenza è che se ne sono andati un po' in sordina quando avrebbero invece potuto approfittare del finale per spingere di più, ma è difficile fargliene una colpa: piuttosto, sarebbe bene ringraziare che abbiano deciso di valorizzare un pezzo del genere, quando sarebbe stato facile accantonarlo a causa dell’assenza dell’ospite d'onore.
Che dire, dopo tutto questo profluvio di parole non per forza necessario? Un bel concerto, ma non eclatante, che non aggiunge e non toglie nulla a quello che già si sapeva sugli irlandesi più in voga del momento.
Staremo a vedere quello che succederà; per adesso possiamo essere soddisfatti del corso che questa band ha preso e sta prendendo. Inoltre, i fan italiani rimasti senza biglietto potranno consolarsi, ahimè, con le due date estive: dico ahimè perché le location non sono esattamente le più desiderabili, ma in mancanza di meglio ci accontenteremo. Del resto, questa è una band ormai lanciata ai vertici, e non possiamo certo aspettarci che tornino nei piccoli club.
