Spigolatura, forma derivata dal predicato verbale spigolare, ovvero la ricerca nel campo, dopo la mietitura, delle spighe non raccolte; in senso figurato: la ricerca minuziosa di cose rimaste in giro, qua e là, che meritano di essere raccolte e non disperse.
Una rubrica dove potrete trovare non dei dischi minori, ma dischi che per svariati motivi, ritardo nella scoperta, passa parola un pochino lungo, poco tempo a disposizione, formati di pubblicazione inusuali (7 o 10 pollici, formato negletto ma bellissimo), passione scoppiata in ritardo, e via dicendo, non hanno trovato lo spazio che avrebbero comunque meritato al momento della pubblicazione.
Una recensione minimale, tre, quattro, paragrafi in tutto, per, come dicono gli inglesi, racchiudere in una nutshell il mood della release e solleticare una curiosità nel lettore.
Vista la enorme proposta musicale a cui siamo tutti sollecitati eccovi un piccolo vademecum sonoro, per questo numero sono addirittura andato “ai tempi supplementari” recuperando delle “piccole gemme” che, per un motivo o per un altro, si sono affastellate nella memoria uditiva del sottoscritto.
Neo Classical
Riccardo Roveda
Escaping Rules
2025 (autoproduzione)

Negli ultimi mesi ho partecipato a diversi concerti di Riccardo Roveda, innanzitutto il Piano Frequency Festival a Mare Culturale Urbano – di cui è uno degli ideatori – poi ad Alveare Culturale Studio (di cui segnalo l’interessante programmazione musicale) nell’ambito di Piano City Milano, e infine a Base per i 10 anni di tale realtà culturale meneghina.
Era quindi d’obbligo recuperare, seppur “fuori tempo massimo”, il disco (pubblicato in formato digitale e cassetta) dal pianista sul finire dello scorso anno: Escaping Rules.
Direi che la definizione migliore della sua musica è proprio rintracciabile nel manifesto di Piano Frequency Festival, l'incontro tra pianoforte ed elettronica, unendo due mondi sonori in un dialogo unico.
L’album, composto da otto tracce, svela la musica del pianista che dialoga di volta in volta con strumenti digitali, texture ambientali, arricchendo, in alcuni brani, il suo sound con linee ritmiche quasi danceable. Su tutti i pezzi, spiccano i due brani “gemelli”: "A Room For You" e "A Room For Me".
Un disco prezioso da scoprire sia per gli amanti del genere sia per chi volesse avvicinarsi a sonorità che, mi ripeto, danno voce ai sentimenti del cuore.
Garage punk e dintorni
Datura 4
I’m A man
2026 (Rogue Disques)

Ennesimo pacchettino musicale di pregio da parte di Rogue Disques, che ci ha abituati ad una periodica duplice pubblicazione di sette pollici, questa volta tocca ai 45 giri dei Datura 4 e ai The Giant Robots (vedasi recensione di seguito).
Del gruppo, capitanato da Dom Mariani, nume tutelare storico del genere, ho già avuto modo di parlare in un live report (vedasi qui) così, seppur il sette pollici presenta le cover di due gruppi super storici del blues-garage sixties come The Spencer Group e gli Yardbirds, il suono è il frutto di una rivisitazione nella chiave hard blues fine sessanta- inizio settanta, marchio di fabbrica della band australiana.
Paradossalmente il disco più moderno finora licenziato dalla label d’oltralpe.
The Giant Robots
Spooky Signs
2026 (Rogue Disques)

Con il dischetto invece del combo svizzero eccoci tornati nella comfort-zone della label francese.
Sul lato A un pezzo intriso di fuzz e chitarre deraglianti, sul lato B spazio invece ad un brano melodico farcito di chitarre jangle.
Certo che tra i Jackets, Monsters, Giant Robots (e anche altri), la “mala erba” del fuzz si è diffusa anche in Svizzera!
Elettronica e dintorni
Bono Burattini
Ora sono un lago
2026 (Maple Death Records)

Come per il precedente disco di Roveda, questa micro recensione è il frutto di alcuni live a cui ho partecipato, a Milano (vedasi live report) e al Jazz is dead! di Torino (live report) dove le nostre hanno chiuso la prima sera del festival, non sfigurando assolutamente con gli altri notevoli nomi in cartello.
Permettemi di riportarmi al “lancio” fatto da Loudd per l’uscita del disco lo scorso mese di marzo (vedasi qui), per sottolineare quanto le produzioni musicali del duo bolognese sono un esempio di musica elettro-acustica “non astrusa”, ovvero è sì musica di ricerca, ma, al contempo, rimane sempre “fruibile” ad una platea di ascoltatori anche non di “nicchia”.
Rimango dell’idea che, purtroppo, il fare musica non mainstream in Italia confini volente o nolente in una nicchia, ma se penso a progetti musicali che idealmente possano “smuovere” tale mud swamp, Bono Burattini sono uno di questi.
Tarnished
The Scale
2026 (autoproduzione)

Del progetto Tarnished, moniker dietro al quale si cela Marco da Rold, ho già scritto in una precedente spigolatura (vedasi qui).
Il suo progetto musicale in questo disco amplia il proprio spettro sonoro, dando maggiore spazio a synth analogici e strumenti tradizionali.
Così, sempre avendo come base un suono dark-ambient (con il relativo immaginario “esoterico”, vedasi la confezione del CD), questo lavoro risulta più prossimo alla musica “cosmica” di fine settanta.
Citando Lavoisier (considerato uno dei padri della chimica moderna) anche in musica “nulla si crea e nulla si distrugge”.
Heimito Künst
Vol. 3
2026 (Dissipatio Records)

Eccoci di nuovo, per la seconda spigolatura di fila, a recensire un disco della Dissipatio Records di Nicola Quiriconi, una delle label italiche maggiormente operative in tema di industrial music e dintorni.
Questa volta è il turno del misterioso progetto Heimito Künst, affiancato (in due brani) da uno dei mentori della scena: Simon Balestrazzi.
Nella precedente recensione facevo riferimento a Lavoisier, il disco in oggetto è invece ispirato al metodo inventato da Victor Urbantschitsch, otologo austriaco fautore di una tecnica clinica del XIX secolo usata per risvegliare l'"udito residuo" nei sordi attraverso la ripetizione ossessiva del suono.
Sarà forse anche per questo motivo che il disco “respira” diverse atmosfere musicali, in alcuni brani più ritmato e “ruvido” in altri, quelli personalmente preferiti, prevale un mood “meditativo”.
Per chi volesse avvicinarsi alla cosiddetta grey area un ottimo inizio.
Elettrowave
Krimea
Are you human?
2026 (autoproduzione)

Sull’avvento del sintetizzatore negli anni Ottanta ho già scritto su Loudd (vedasi recensione Nation Of Language qui).
Praticamente tutta la New Wave non sarebbe di fatto potuta esistere senza l’ausilio di tali apparecchiature (all’epoca, si ricordi, analogiche e, successivamente, anche digitali).
Il duo veneziano ci propone con il suo album un tuffo nel passato avendo come guida i nomi storici della synth-wave. Il disco difatti “tradisce” una ripetuta e competente conoscenza del genere in oggetto e, mi ricorda non so perché (occorrerebbe indagare il gioco misterioso delle sinapsi), la domanda di uno dei più celebri pezzi dell’epoca: "Are Friends Electric?" di Gary Numan,
Chi ama certi suoni e cadenze musicali (e vocali) si troverà perfettamente a suo agio; il sottoscritto è uno di questi.
Design
Faithless
2026 (Overdub Recordings)

L’ispirazione musicale dei Design si deduce dalla stessa copertina del loro ultimo album, molto simile a Songs Of A Lost World dei Cure.
Nel caso in oggetto la bella foto di Paolo Maggioni e il disegno di Sara Tringari (bassista della band) diventano la metafora del concept che sorregge l’album, ovvero la perdita di certezze che sembra essere lo zeitgest del mondo attuale.
L’ascolto dell’ultima track, "The belly of a whale", esemplifica il percorso musicale del gruppo: si parte con un incipt curiano, su questo “fondo base” debitore del periodo aureo del cosiddetto dark-sound, la palette musicale della band si arricchisce di parti elettroniche e chitarristiche maggiormente debitrici agli anni Novanta e Duemila.
Un disco che stratifica diverse “coloriture”, ovviamente tutte virate “al nero”.
Library vintage e “moderna”
The Barigozzi Group
Woman’s Colours
2026 (Four Flies Records)

L’etichetta romana ci ha oramai abituato al ritrovamento di gemme assolutamente nascoste nella infinita serie delle sonorizzazioni italiche.
Ennesimo grande disco per gli amanti del funky jazz del nostro paese che nulla, ma proprio nulla, aveva da invidiare ai maestri stranieri del genere in oggetto.
Il gruppo meneghino incise questo disco nel 1974 dando come titolo un colore ad ogni parte del corpo femminile, tranquilli niente body shaming, ma sublimazione dell’eterno femminino.
Copertina del grande disegnatore Eric Adrian Lee
Banda Maje
Costa Sud
2026 (Four Flies Records)

La copertina del disco dice già tutto. Una Alfa Sud, prima macchina prodotta dalla Alfa Romeo nello stabilimento di Pomigliano d’Arco tra il 1972 al 1984, in riva al mare sul fare del tramonto.
La musica di Beppe Maiellano e del giro di musicisti suoi amici diventa emblema della cosiddetta Salifornia, ovvero dei ritmi funk, jazz, afrobrasiliani rivisti alla “moda” salernitana.
Musica che fa proprie le istanze funky rivisitate in salsa sud italica. Disco base per l’anticipo di estate che stiamo vivendo in questi giorni.
Easy listening? Sì, ma da esserne fieri!
Cheyenne
The Bird in Borrowed Feathers
2026 (autoproduzione)

Con il disco dei Cheyenne ci muoviamo in un easy listening cinematico venato di profumi lisergici e spazi di improvvisazione di sapore jazzistico.
Come è possibile leggere nel flyer di presentazione, il disco prende il titolo da una favola attribuita ad Esopo, un racconto antico che invita a non indossare piume non proprie, e il disco, da questo punto di vista, porta a domandarsi ma, allora, quale è l’habitus musicale proprio della band?
Sicuramente la materia prima è un certo modo di recuperare il concetto di sonorizzazione, ed ecco perché sono stati inseriti in questa parte della spigolatura, ma, rispetto ai due dischi che lo precedono, questo album va oltre, nella direzione di un fare musica maggiormente sperimentale rispetto ad una fruibilità più immediatamente pop.
Per certi versi mi ricordano The Cinematic Orchestra, almeno come modalità di approccio, nel senso che il sound diventa maggiormente attento a spazi di impro-jazz e a un senso di reiterazione marcato.
Psichedelia
Upupayama
Honesty Flowers
2026 (Fuzz Club Records)
Mi rendo conto solo adesso che in questa spigolatura ho scritto di molti progetti musicali nazionali e anche per il caso di Upupayama ci troviamo di fronte ad un italiano, all’anagrafe il polistrumentista parmense Alessio Ferrari che, giungendo alla sua quarta fatica musicale (escludendo il live al Fuzz Club Festival 2025), ci propone un doppio LP.
Il sound di Ferrari – di cui avrei voluto già parlare per il precedente album (sempre prodotto da Fuzz Club - Mount Elephant) è una sorta di pastiche musicale dove si amalgano insieme musica psichedelica (vedasi l’utilizzo di sitar, flauti, etc.), ritmi afro e latino-americani (vedasi l’utilizzo di percussioni latino-americane come le congas o quelli di origine africane come il djembe), una reiterazione tipica della psichedelia, ma anche del genere robotik.
Nel calderone sonoro del musicista troviamo anche degli sprazzi di musica funk; come dichiarato dallo stesso Ferrari: “Honesty Flowers è nato dall'ascolto di tanta musica funk da tutto il mondo, tantissima musica africana, e dall'ascolto di me stesso mentre passavo notti intere a suonare ogni tipo di strumento a percussione. Cadevo in una sorta di trance e suonavo lo stesso ritmo per ore con. È un album nato soprattutto dalla bellezza di poter raccontare l'ignoto e riconoscerti in esso, cosa che può tradursi nel raccontare storie e darle vita”.
E’ proprio il funk di natura “bislacca” (nel suo senso etimologico di stravagante) ad emergere con assoluta evidenza in uno dei brani migliori dell’album, "Mystic Chords of Memory", che trovate qui di seguito.
Altro pezzo assolutamente intrigante, per chi volesse approfondire ulteriormente, è "Old Sky, Wandering Clouds", mentre la conclusiva nenia psichedelica "Morning Temple", forse la composizione più lisergica dell’intero album, è degna conclusione dello stesso.
Post Rock
Hanry
What come from silence
2026 (Pelagic Records)

La Pelagic Records è una label tedesca specializzata in produzioni musicali inerenti alla galassia musicale del post rock.
La band francese degli Hanry ci propone all’ascolto il loro sound tipicamente legato al mondo in oggetto. Troviamo qui i crescendo e diminuendo tipici del genere: paesaggi ambientali quieti (ma mai immoti) che si aprono a scenari più energici e ritmati, esplodono in scintille musicali per poi acchetarsi. La musica di stampo cinematico del gruppo diviene così fortemente immersiva e caleidoscopica.
Un bel disco.
