Spigolatura, forma derivata dal predicato verbale spigolare, ovvero la ricerca nel campo, dopo la mietitura, delle spighe non raccolte; in senso figurato: la ricerca minuziosa di cose rimaste in giro, qua e là, che meritano di essere raccolte e non disperse.
Una rubrica dove potrete trovare non dei dischi minori, ma dischi che per svariati motivi, ritardo nella scoperta, passa parola un pochino lungo, poco tempo a disposizione, formati di pubblicazione inusuali (7 o 10 pollici, formato negletto ma bellissimo), passione scoppiata in ritardo, e via dicendo, non hanno trovato lo spazio che avrebbero comunque meritato al momento della pubblicazione.
Una recensione minimale, tre, quattro, paragrafi in tutto, per, come dicono gli inglesi, racchiudere in una nutshell il mood della release e solleticare una curiosità nel lettore.
Questa spigolatura, che leggerete mentre l’estate sta finendo, riprende molti lavori musicali di etichette che abbiamo incontrato nell’altra rubrica, Viaggio nelle etichette fonografiche italiane, quindi potete intenderla come follow up (rectius recupero) di dischi prodotti dalle label in questione.
Tuttavia, poiché l’estate è un periodo dell’anno che viene considerato maggiormente on the rocks eccovi anche altre proposte maggiormente “movimentate”.
Ambient, Elettronica e dintorni
Maurizio Bianchi
M.U.U.N.H. 31.04.1982
2026 (Eighth Tower Records)

Come già scritto nel corso dell’intervista rilasciata recentemente da Raffaele Pezzella (vedasi qui) è sorprendente che già con le sue prime produzioni Maurizio Bianchi, oramai quaranta anni orsono, abbia di fatto cristallizzato gli stilemi di un sound onirico con tonalità cupe che farà la fortuna di decine e decine di musicisti dark-ambient.
Ascoltate queste due lunghe suite sperimentali realizzate (e rimasterizzate) con maestria e ditemi in sincerità se non sia così.
Per chi volesse approfondire la discografica di M.B. (oltre trecento titoli) è disponibile una monografia in inglese curata sempre da Raffaele Pezzella.
Simon Balestrazzi
Appunti per il sole
2026 (Dissipatio Records)

Il patron di Dissipatio Nicola Quiriconi ha parlato nel corso della sua intervista (leggasi qui) del rapporto che lo lega con uno dei decani della scena industrial italiana: Simon Balestrazzi.
L’ultima fatica del medesimo è una sonorizzazione per una performance del coreografo Daniele Albanese. La musica, tuttavia, può benissimo essere ascoltata di per sé stessa; alterandosi in 5 movimenti in cui si si passa da pezzi maggiormente percussivi assimilabili ad una techno “disturbata” da glitch ("Il Sole" 1,2 e 3), a momenti più statici e riflessivi ("Notturni" 1 e 2).
Nota a margine: la citazione nella pochette interna “Il ne s’agit pas de ne pas vouloir lire les formes déclinantes du présent, il ne s’agit certainement pas d’un optimisme bon marché, il s’agit d’images, donc, pour organiser notre pessimisme. Des images pour protester contre la gloire du royaume et ses faisceaux de lumière crue”, è tratta da Survivance des lucioles, un libro nel quale lo storico d’arte Georges Didi-Huberman intreccia un dialogo con Pier Paolo Pasolini (sulla base del noto articolo dello scrittore friulano: La scomparsa delle lucciole) e Walter Benjamin.
Rod Modell
Frequiences in the fog / Grotto of the sun
2026 (Silentes)

Anche in questo caso, sulla base dell’intervista rilasciata da Stefano Gentile (che si può leggere qui), che pone il dato di fondamento della label Silentes nell’invio da parte di Rod Modell di alcune sue opere, si ripropongono gli ultimi due album dell’artista usciti in contemporanea nei primi mesi dell’anno in corso.
Avendo trascorso l’infanzia e l’adolescenza nelle pianure del Piemonte orientale (quello delle risaie, per capirci) Frequiences in the fog ricorda quelle giornate di fine autunno-inizio d’inverno dove la nebbia avvolgeva città, case e, in periferia, le campagne circostanti. Un suono ovattato, dove si odono parole, vocalizzi indistinti, frammisti a momenti di (para)silenzio. Una sorta di continuo fluttuare, come appunto tra i banchi di nebbia che celano per poi far emergere e nuovamente scomparire l’ambiente esterno.
Grotto of the sun esplora invece la dimensione “acquatica” del musicista su folate di droni che paiono riecheggiare moti ondosi, emergono sgoccioli, lievi movimenti liquidi che si dipanano per due lunghe suites ambientali rigenerative dei padiglioni auricolari dell’ascoltatore.
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Fabio Orsi
In The Quiet Of A Short Winter, Every Hidden Thing Finds A Voice Sharper Than Memory
2026 (Silentes)

Fabio Orsi, musicista, fotografo, sound-engineer è un altro di quegli artisti di cui non ho mai parlato su queste pagine pur seguendone da anni la carriera. Di stanza oramai da tempo in Puglia, la sua opera si fonda su field recording, ambient ed elettronica.
In questo disco emerge forse in maniera più marcata rispetto ad altre sue produzioni quest’ultimo tratto musicale, anche se sempre declinato in maniera “aggraziata” e “non invasiva”.
Sei brani per una mezz’oretta di musica per rimetterci in pace con noi stessi
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Perry Frank & Matteo Cantaluppi (with Marco Scipione)
Megachurch
2026 (Cassis Records)

Delle produzioni Cassis ho già scritto altre volte su queste pagine, la label di Matteo Cantaluppi (qui insieme a Perry Frank) ha licenziato una altra bella e meritevole tape il cui sound – anche grazie al sax di Scipione processato – è quello di una ambient tersa e limpida (anche se in alcuni momenti il sound diviene più nebuloso e movimentato) come il cielo che sovrasta la chiesa posta in copertina.
Come già emerso nell’intervista a Tristan de Cunha (vedasi qui) anche in tale caso il fil rouge che lega i brani è quello di concepire un suono di natura e di ricerca spirituale senza un richiamo ad uno specifico culto.
In sede di presentazione difatti l’album in oggetto viene difatti descritto come “una liturgia laica per l'ascoltatore contemporaneo, dove la spiritualità diventa presenza, attenzione e ascolto profondo” a cui non ci sottraiamo dal partecipare.
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Abul Modgard & Rafael Anton Irisarri
Where Light Pauses in the Silence of the Sun
2026 (Black Knoll Editions)

Abul Mogard (alias il musicista italiano Guido Zen) e Rafael Anton Irisarri hanno da poco realizzato in presa live il loro secondo album, Where Light Pauses in the Silence of the Sun, durante una residenza di tre giorni al Morphine Raum di Berlino, spazio riconducibile alla Morphine Records, utilizzato sia come studio di registrazione sia come sala per spettacoli (vedasi il video in calce alla recensione).
Tornati nello studio di Mogard a Roma, il materiale è stato ulteriormente riprocessato e integrato con l’ausilio di altri musicisti, tra i quali la violoncellista Martina Bertoni e il violinista Andrea Burelli, contestualmente a New York Irisarri ha aggiunto parti di chitarra (sottoposte ovviamente ai suoi ritrattamenti) rifinendo le sue parti.
Come già scritto nella precedente Spigolatura, Irisarri rimane un maestro della ambient contemporanea ma l’interplay con Abul Modgard (e l’ausilio dei musicisti sopra richiamati) aumenta le tonalità della palette sonora di entrambi i musicisti.
L’affinità elettiva del duo trova un suo riscontro estetico anche nella copertina del disco, in cui Marja de Sanctis riprende la scultura del vaso che nella cover del primo album, Impossibly Distant, Impossibly Close, appariva nella sua forma grezza e non ancora posto nella fornace, mentre nel presente disco lo stesso vaso, precedente cotto, risulta essere rifinito con uno strato di smalto blu-azzurro opalescente.
Sarebbe bello parlare qui oltre che degli effetti psicologi di rilassamento e calma suscitati da tale colore (il blu viene spesso utilizzato dal neuromarketing, sic) con l’inevitabile assonanza con la musica qui riprodotta; della storia dell’utilizzo del blu nell’arte: dal blu Egizio, a quello Oltremare ricavato dalla polvere di lapislazzuli (per tale motivo costosissimo), per finire alla scoperta quasi casuale del Blu di Prussia (al contrario molto più economico), ma queste sono tutte altre storie.
Garage punk e psichedelia
The Mourning After
Let The Love-In Begin
2026 (Rogue Disques)

Nel mese di giugno, come al solito, l’etichetta francese ha licenziato un doppio 45 rpm, il primo degli scozzesi the Screamin’ Kick (già recensiti in una precedente spigolatura) Kings of the past, e il secondo oggetto della presente recensione.
La band inglese The mourning After (decana del genere) rilascia questo dischetto con due pezzi iper garage, entrambi grondanti sixties e organ-mood.
Certo se penso che vengono da Sheffield che negli anni Ottanta è stato uno dei luoghi deputati alla wave più sintetica.
The Lyres
On Fyre At The Rusty Nail 1985
2025 (Teen Sounds)

Sì, lo so di norma qui a Loudd non si recensiscono dischi usciti l’anno prima ma, a prescindere dalla data assoluta di pubblicazione, ovvero il 25 dicembre, permettetemi, tramite questa tardiva recensione di fare un ultimo saluto a Jeff Connolly scomparso quest’agosto alla pari altri ben più noti musicisti (pensiamo a Francesco Guccini) o ancora meno noti (come Maurizio Curadi, già nei Birdmen of Alkatraz e Steeplejack).
Per tantissimi di quelli che lo hanno conosciuto, Jeff “Mono” Connolly è stato un personaggio molto discusso e discutibile, ma i Lyres sono stati (come anche prima i DMZ) un grande gruppo e quindi ben venga la ristampa – da parte della teen Sounds label sussidiaria della Misty Lane – di questo live del 1985 (forse nel loro periodo migliore della band appena dopo la pubblicazione appunto del disco On fyre).
Nota di calore: poco tempo dopo questo concerto il Rusty Nail andò a fuoco…
In calce il video di uno dei brani culto della band ovviamente in scaletta quella sera (ed in tante altre).
The Jack Cades
Fade in
2026 (Beluga Records, Dangerhouse Skylab)

Premessa 1: il disco dell’anno del 2025 per il sottoscritto è stato Untamed dei The Capellas e due dei quattro componenti li ritroviamo qui, ovvero i coniugi Elsa e Mike Whittaker.
Premessa 2: la band in questione viene da Stratford-upon-Avon, la città del più noto bardo della storia.
Premessa 3: Jack Cade fu un ribelle che condusse una insurrezione contro Enrico VI nel quindicesimo secolo per lo sfruttamento e l’alta tassazione operata dai nobili inglesi nella contea del Kent (con la redazione di un libello noto come The complaint of the Poor Commons of Kent) che si concluse con il suo squartamento (alcuni studiosi affermano che vi è un riferimento a tale movimento insurrezionale in una scena dell’Enrico VI del bardo in questione).
Fatte tali debite premesse, la coppia Whittaker torna con il quarto album della loro band storica, dove in alcuni brani presta la propria voce il consorte (anche componente di un altro valido gruppo neo-sixties come i Baron Four) ma, come ho già scritto e qui mi ripeto, il timbro vocale di Elsa Whittaker rimane unico.
Rispetto ai The Capellas, qui i riferimenti musicali sono più “dilatati”; la lezione dei sixties risulta sempre presente ma i brani risultano “ammodernati” con reminiscenze indie-pop.
Gran bel disco.
Datura 4
High on the low brow
2026 (Alive Records)

Dom Mariani ed i suoi accoliti tornano a noi dopo qualche anno (erano passati anche in Italia, vedasi il live report qui).
Il suono degli australiani rimane la “solita” miscela di hard blues, a velocità talvolta speed, altre volte più melodicamente caratterizzata.
Anche in quest’ultimo disco, alla pari dei precedenti, troverete tracce di Boogie rock, riff proto-hard, chitarre wah-wah, una sezione ritmica sempre presente, oltre che ad un sapiente uso di organo ad insaporire il tutto che, disco dopo disco, continua a piacerci.
